L’Iran lascia un biglietto nello spogliatoio dopo il Belgio: orgoglio, pace e due hashtag
Dopo il pareggio per 0-0 con il Belgio ai Mondiali, i calciatori dell'Iran hanno lasciato un foglio scritto a mano nello spogliatoio del SoFi Stadium di Los Angeles.

Il messaggio dell’Iran è un piccolo foglio scritto a mano, lasciato nello spogliatoio del SoFi Stadium di Los Angeles dopo lo 0-0 con il Belgio. Poche righe di orgoglio e di pace, e due hashtag che spostano subito il discorso dal campo alla cronaca internazionale: #168 e #minab. Un gesto che conferma quanto, per questa squadra, sport e politica siano ormai inseparabili.
Il messaggio dell’Iran: “Orgoglio, onore, dignità”
Il punto, intanto: lo 0-0 di Los Angeles lascia l’Iran padrone del proprio destino, con la qualificazione ai sedicesimi ancora possibile e tutto rimandato all’ultima gara con l’Egitto. Il pari è arrivato anche grazie all’espulsione di Ngoy al 66′. Poi, il biglietto. Questo il testo riportato: “Dall’antica Persia di migliaia di anni fa al civilizzato Iran di oggi, lo spirito dell’Iran rimane vivo e saldo. #168 #minab. Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità. Grazie, Los Angeles, per la tua ospitalità. E grazie a ogni iraniano che ha dato il proprio cuore, la propria voce e la propria anima per l’Iran durante questi 180 minuti. Che la pace, il rispetto e l’amicizia possano prevalere tra tutte le nazioni”.
During the World Cup match between Belgium and Iran, something powerful unfolded.
As the Iranian national anthem echoes through the stadium, something extraordinary happens.
Thousands of Iranian-Americans erupt in a deafening wave of whistles. Not against their country — but in… pic.twitter.com/B40tdCqrZH— 卄𝐎ù𝔰ε 𝐨𝔣 ℙoє𝐌 _ (@P0eMPieDinges) June 21, 2026
Cosa significano gli hashtag #168 e #minab
Mentre le frasi sull’orgoglio nazionale e sulla pace sono di immediata comprensione, i due hashtag richiedono un contesto. Secondo quanto rivendicato dagli utenti iraniani, rimandano a un episodio tragico legato alle tensioni tra Stati Uniti e Iran: un attacco aereo che avrebbe colpito una scuola elementare a Minab, città nel sud del Paese, causando 168 vittime, in gran parte bambini. Gli hashtag vengono usati come simbolo di lutto e di memoria. Va però segnalato che attorno alla partecipazione iraniana ai Mondiali è circolata anche molta disinformazione: diverse immagini diventate virali — come quelle dei giocatori con zaini colorati in campo — sono state verificate come fuorvianti o generate con l’intelligenza artificiale. Un terreno scivoloso, in cui la causa civile e la propaganda finiscono per sovrapporsi.
Il calcio e la politica: l’inno fischiato e la nazionale divisa
Special message from the national team in the locker room to Iranians and people around the world
Message from the national team on the locker room board:
💬From ancient Iran, thousands of years old, to today’s civilized Iran, the spirit of Iran has remained alive and strong.… pic.twitter.com/mvW8au8cg1
— رامین رضاییان (@Ramin_Rezaian_) June 21, 2026
Che la dimensione politica sia inscindibile da quella sportiva lo aveva mostrato già l’inno, prima del match. A Los Angeles si sono sentiti fischi copiosi, ben più degli applausi: il segno della spaccatura tra gli stessi tifosi iraniani, divisi tra chi riconosce la squadra come propria rappresentante e chi la considera espressione del regime. Una frattura che ilNapolista racconta da tempo, da quando i giocatori vengono “cacciati via” e denunciano di essere “oppressi”, ad atleti come Taremi diventati testimonial delle rivolte in patria, fino alla stessa cerimonia degli inni stravolta in questi Mondiali.