L’Iran lascia un biglietto nello spogliatoio dopo il Belgio: orgoglio, pace e due hashtag

Dopo il pareggio per 0-0 con il Belgio ai Mondiali, i calciatori dell'Iran hanno lasciato un foglio scritto a mano nello spogliatoio del SoFi Stadium di Los Angeles.

L’Iran lascia un biglietto nello spogliatoio dopo il Belgio: orgoglio, pace e due hashtag

Il messaggio dell’Iran è un piccolo foglio scritto a mano, lasciato nello spogliatoio del SoFi Stadium di Los Angeles dopo lo 0-0 con il Belgio. Poche righe di orgoglio e di pace, e due hashtag che spostano subito il discorso dal campo alla cronaca internazionale: #168 e #minab. Un gesto che conferma quanto, per questa squadra, sport e politica siano ormai inseparabili.

Il messaggio dell’Iran: “Orgoglio, onore, dignità”

Il punto, intanto: lo 0-0 di Los Angeles lascia l’Iran padrone del proprio destino, con la qualificazione ai sedicesimi ancora possibile e tutto rimandato all’ultima gara con l’Egitto. Il pari è arrivato anche grazie all’espulsione di Ngoy al 66′. Poi, il biglietto. Questo il testo riportato: “Dall’antica Persia di migliaia di anni fa al civilizzato Iran di oggi, lo spirito dell’Iran rimane vivo e saldo. #168 #minab. Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità. Grazie, Los Angeles, per la tua ospitalità. E grazie a ogni iraniano che ha dato il proprio cuore, la propria voce e la propria anima per l’Iran durante questi 180 minuti. Che la pace, il rispetto e l’amicizia possano prevalere tra tutte le nazioni”.

Cosa significano gli hashtag #168 e #minab

Mentre le frasi sull’orgoglio nazionale e sulla pace sono di immediata comprensione, i due hashtag richiedono un contesto. Secondo quanto rivendicato dagli utenti iraniani, rimandano a un episodio tragico legato alle tensioni tra Stati Uniti e Iran: un attacco aereo che avrebbe colpito una scuola elementare a Minab, città nel sud del Paese, causando 168 vittime, in gran parte bambini. Gli hashtag vengono usati come simbolo di lutto e di memoria. Va però segnalato che attorno alla partecipazione iraniana ai Mondiali è circolata anche molta disinformazione: diverse immagini diventate virali — come quelle dei giocatori con zaini colorati in campo — sono state verificate come fuorvianti o generate con l’intelligenza artificiale. Un terreno scivoloso, in cui la causa civile e la propaganda finiscono per sovrapporsi.

 

Il calcio e la politica: l’inno fischiato e la nazionale divisa

Che la dimensione politica sia inscindibile da quella sportiva lo aveva mostrato già l’inno, prima del match. A Los Angeles si sono sentiti fischi copiosi, ben più degli applausi: il segno della spaccatura tra gli stessi tifosi iraniani, divisi tra chi riconosce la squadra come propria rappresentante e chi la considera espressione del regime. Una frattura che ilNapolista racconta da tempo, da quando i giocatori vengono “cacciati via” e denunciano di essere “oppressi”, ad atleti come Taremi diventati testimonial delle rivolte in patria, fino alla stessa cerimonia degli inni stravolta in questi Mondiali.