Il Napoli può trasformare il successo dell’imprenditore De Laurentiis in una struttura permanente?

Una grande squadra non può vivere permanentemente nel sistema nervoso del presidente. Il calcio e i diversi modelli di business: nel Napoli l’impresa coincide troppo con il proprietario

Il Napoli può trasformare il successo dell’imprenditore De Laurentiis in una struttura permanente?

Aurelio De Laurentiis (foto Sarpa)

Il tifoso non ha una exit strategy. Il proprietario sì

Il tifoso è una figura economicamente inspiegabile. Acquista il primo prodotto quando è ancora bambino, è spesso un regalo del nonno o del papa’, continua a pagare per decenni, non riceve dividendi, non pretende interessi e non può liquidare la posizione neppure quando il terzino fa autogol al novantatreesimo minuto. A Wall Street sarebbe classificato come cliente vulnerabile. Allo stadio viene chiamato abbonato.

Il proprietario di una squadra di calcio dispone invece di strumenti più sofisticati: un business plan, alcuni advisors, una strategia commerciale, talvolta un debito di acquisizione e, soprattutto, una possibile via d’uscita. L’exit strategy.

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Le diverse prospettive dei tifosi e delle proprietà

È questa la prima differenza tra chi possiede un club e chi lo ama. Il tifoso ragiona in termini di vita naturale. Il proprietario, anche quando è serio, competente e affezionato alla società, ragiona inevitabilmente attraverso un orizzonte di investimento.

Le due prospettive possono coincidere. Ma non coincidono automaticamente.

Il Napoli rappresenta un modello particolare. Aurelio De Laurentiis non è il funzionario distaccato da una holding internazionale e il club non è una riga dispersa in un portafoglio di partecipazioni sportive. Il Napoli è un’impresa direttamente riconducibile al suo proprietario, alla sua famiglia, alla sua reputazione e anche al suo carattere. Dal fallimento del 2004, il risultato complessivo è difficilmente contestabile. A parte la Coppa Uefa è il Napoli più vincente di sempre.

De Laurentiis non ha trattato il Napoli come un giocattolo. E neppure come un bancomat sentimentale. Ha imposto sostenibilità finanziaria, disciplina salariale e una certa allergia per gli assegni scritti dopo una cena particolarmente allegra. Nel calcio italiano ed in Italia non è poco.

La forza di questo modello è evidente: il proprietario conosce il club, lo segue direttamente e non deve convocare un investment committee a New York per decidere se acquistare uno centrale difensivo (per favore chiamiamolo stopper).

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Il limite è altrettanto evidente: quando l’impresa coincide troppo con il proprietario, rischia di ereditarne anche gli umori, le improvvisazioni e le idiosincrasie. La società può diventare efficiente senza diventare pienamente istituzionale. Può vincere, ma continuare a dipendere eccessivamente dalla qualità delle decisioni assunte da un numero molto ristretto di persone.

Il Napoli e la dipendenza dagli umori di De Laurentiis

In termini calcistici: una grande squadra non può vivere permanentemente nel sistema nervoso del presidente.

Il Milan appartiene ad un fondo, che lo ha acquistato e inserito in un portafoglio internazionale di investimenti nello sport e nell’intrattenimento.
Non è necessariamente una cattiva notizia. Un investitore professionale può portare capitale, competenze commerciali, reti internazionali, disciplina manageriale e capacità di valorizzare infrastrutture, stadio e marchio. Tutte cose che il calcio italiano ha spesso osservato con la stessa diffidenza con cui un amministratore di condominio guarda un preventivo per rifare l’ascensore.

Ma l’orizzonte di riferimento è diverso.

Il tifoso vuole vincere il derby. Il fondo vuole e deve aumentare il valore dell’impresa nel medio-lungo periodo. Le due cose possono rafforzarsi reciprocamente, ma non sono sinonimi.

Una qualificazione alla Champions League è contemporaneamente una gioia sportiva, una voce di ricavo. Una stagione negativa, invece, può diventare rapidamente una revisione del modello operativo, dell’organigramma e del management.

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Il rischio non è che il fondo non abbia interesse a vincere. Naturalmente vuole vincere. Il rischio è che consideri il risultato sportivo una componente della creazione di valore, mentre per il tifoso la creazione di valore è una componente del risultato sportivo.
Sembra una sfumatura, ma e’ il nocciolo del “problema”.

La differenza con altri modelli, fondi e non solo

Poi esiste il modello PSG. Qatar Sports Investments ha acquisito il club nel 2011. Il PSG ha vinto la sua prima Champions League nel 2025 e ha confermato il titolo nel 2026.

Il capitale disponibile è stato straordinario. Ma la lezione più interessante non è che con molto denaro si possa vincere. Questo lo sospettavamo già, senza il bisogno di lauree o master aziendali.

La lezione è che perfino un azionista dotato di risorse quasi illimitate ha impiegato molti anni per costruire una squadra realmente dominante. Per una lunga fase, il PSG ha fatto la collezione di campioni come se stesse organizzando un album delle figurine. Un’iniziativa spettacolare, talvolta calcisticamente meno risolutiva del previsto.

La Champions è arrivata quando il PSG ha smesso di essere soltanto una vetrina globale ed è diventato una squadra. Persino il capitale sovrano, prima o poi, scopre l’utilità del mediano a centrocampo.

Il denaro amplia enormemente il margine di errore. Non elimina la necessità di avere competenza sportiva, una struttura coerente e una catena decisionale credibile.

L’Inter costituisce un utile controesempio. Nel maggio 2024, i fondi ne hanno assunto il controllo della società. Due anni dopo, l’Inter ha vinto il ventunesimo scudetto.

Non perché il fondo abbia inventato il calcio sulla whiteboard in un ufficio di Los Angeles. Ma perché ha preservato una macchina sportiva già strutturata, con la presenza di competenze al centro del sistema di governo del club.

de laurentiis

Il successo del Napoli può rendersi autonomo da De Laurentiis?

È una distinzione decisiva. L’identità dell’azionista conta, ma non spiega tutto. Una proprietà finanziaria può funzionare bene quando riconosce il valore delle competenze esistenti, investe con razionalità e non confonde il controllo societario con la necessità di commentare la formazione titolare il sabato pomeriggio. Il problema non è il fondo. Il problema è il fondo senza progetto.

Esattamente come il problema non è il presidente-imprenditore. È il presidente-imprenditore che non costruisce un’istituzione capace, un giorno, di camminare anche senza di lui.

Che cosa dovrebbe desiderare un tifoso? Il tifoso non dovrebbe sognare genericamente lo sceicco, il miliardario americano o il mecenate locale. Dovrebbe desiderare una proprietà con caratteristiche molto meno cinematografiche e molto più important:

Capitale sufficiente.
Un orizzonte temporale lungo.
Competenza nella scelta dei dirigenti.
Investimenti nelle infrastrutture e nell’organizzazione.
Una governance che renda il club più forte del singolo proprietario.

Il tifoso, in fondo, chiede una cosa semplice: che il club venga trattato come un’istituzione destinata a durare, non come un bene destinato soltanto a essere valorizzato.

Per il Napoli, la domanda non è quindi se De Laurentiis sia stato un buon proprietario. I risultati hanno già risposto. La domanda è più ambiziosa: il Napoli può trasformare il successo dell’imprenditore in una struttura permanente? Può diventare un club capace di gestire allenatori importanti, grandi calciatori e stagioni difficili senza dover reinventare ogni volta il proprio sistema operativo?

Perché i proprietari passano. Gli allenatori ed i giocatori anche, e con particolare rapidità, ma il tifoso (vero) resta. È l’unico azionista che non venderà mai.

Una vita in finanza, tra Investimenti, Rischio e Governance, per lo più a gestire le conseguenze dell’ottimismo. Ha affiancato consigli di amministrazione nei momenti di calma e in quelli di caos, spesso facendo la domanda giusta, ma che rovina l’atmosfera. Divide il suo tempo tra Napoli, Londra, New York e ovunque giochi il Napoli, purché la pizza sia un cosa seria.

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