Il Napoli di Vinicio era perfettamente inserito nel fermento culturale degli anni Settanta
Chi ama, non dimentica. Fu un profanatore. Addio al catenaccio negli anni 70, difesa alta e fuorigioco. Sfiorò lo scudetto, entrò per sempre nel cuore dei tifosi

2A59DKC A line-up of S.S.C. Napoli in the 197475 season, posing inside the San Paolo Stadium in Naples, Italy. Imago Histori Collection /Alamy
Il Napoli di Vinicio ruppe il catenaccio, giocava in modo rivoluzionario
Chi ama non dimentica. Negli anni Settanta, mentre la città accordava le chitarre del Neapolitan Power per cantare il riscatto di un Sud orgoglioso e contropotente, nei vicoli e sui marciapiedi soffiava un vento nuovo. Gli Osanna a fare da sottobosco alla cultura potente e contropotente del Sud identitario; o la chitarra di Corrado Rustici e dei Cervello e quell’album unico e raro: Melos. Ma c’era un altro palcoscenico, polveroso e immenso, dove si consumava la rivoluzione più grande e invisibile. Prima di Sacchi, prima che ancora si immaginasse in quegli anni 70 in cui il Neapolitan Power prendeva corpo. Prima di tutti, ‘o Lione, brasiliano di Belo Horizonte toccava il pallone e lo stravolja. Luis Vinicio era tutto ciò che significava profanare il calcio in Italia. Arrivò in panchina con la faccia da straniero e il passo leggero di chi non ha paura dei dogmi. Si mise davanti alla lavagna e cancellò la storia. Difesa alta, altissima, pressing.

In un’Italia aggrappata al catenaccio, immobile e sospettosa, il suo Napoli giocava a un tocco solo, corto, rabbioso e bellissimo. I difensori salivano fino a centrocampo a rubare il respiro agli attaccanti avversari. Era un’eresia, un miracolo laico. È come se, parallelamente, alla rivoluzione musicale dei locali come lo Zeppelin lo Schiribizzo, o a quello teatrale di Neiwiller anche il calcio avesse bisogno di mettere la sua radice. In quegli stessi anni, il sound dei Napoli Centrale rappresentava la sovversione della polis come unico centro e si apriva alle periferie, all’hinterland. James Senese strappava via la melodia classica per impadronirsi del funk, del jazz, della rabbia metropolitana che saliva dai margini, dai viali di cemento e dalle fabbriche della provincia operaia.
La città era in trasformazione
Questa spinta di rinnovamento trovava una sponda ideale nella Napoli governata da Maurizio Valenzi, il primo sindaco comunista, intellettuale e raffinato, che apriva le porte della città a una nuova primavera culturale, al superamento degli steccati e a una modernità che doveva partire proprio dagli ultimi e dai quartieri più dimenticati. Così come Vinicio aveva aperto il calcio all’Europa, portando sul prato del San Paolo un respiro continentale, fatto di sincronismi perfetti, aggressione degli spazi e rifiuto della speculazione. Quel Napoli correva veloce come i pensieri della gente che non si rassegnava a stare ai margini. Attaccava gli spazi con la furia di un’orchestra impazzita, un collettivo che non speculava sul risultato ma cercava la felicità attraverso il gioco. E mister Vinicio, fu ai tempi il precursore del calcio, non moderno, ma contemporaneo. Elegante, fiero, solo contro i soloni del pallone.

La ricerca della bellezza
“A chi mi dice che rischiamo troppo giocando con la difesa in linea e il fuorigioco, rispondo che il rischio è il prezzo da pagare per la bellezza e per la vittoria”. In questa formulazione, la prudenza calcistica viene demolita per fare spazio a un manifesto quasi filosofico, dove la “trappola del fuorigioco” diventa un salto nel vuoto senza paracadute. Riflette perfettamente quell’urgenza tipica del 1975, dove ogni campo — che fosse lo stadio San Paolo, il palco degli Osanna o le cantine teatrali — cercava lo scontro frontale con il passato, preferendo un fallimento spettacolare a una noiosa e mediocre sicurezza. Non a caso, perché il caso ha una puntualità innegabile, in quegli anni ’O surdato ’nnammurato divenne l’inno delle curve, della città intera, come a sancire una metamorfosi laica dalla tradizione stereotipata alla bellezza nascente. La voce straziata e dolcissima di Aniello Califano, nata nelle trincee, usciva dai bauli impolverati della memoria per farsi canto collettivo, liberato dal lutto e risignificato come inno di battaglia gioiosa, specchio di un popolo che pretendeva di riprendersi il proprio spazio. Perdette uno scudetto per un soffio, nell’autunno del 1975, tradito forse dall’eccesso di bellezza. Ma lasciò un seme che nessuno avrebbe più potuto estirpare dal cuore di quella città. “0 Napule ‘e Vinicio” è stato sempre l’ideale che, a me bambino, è stato raccontato come la più bella gioia perdente mai avuta.