Fare l’inviato ai Mondiali è come andare in guerra, che bella la libertà di addormentarsi sul divano
La riflessione di Jonathan Liew sul Guardian: "Viverlo a distanza è un'esperienza molto diversa. Chi paga 800 dollari un biglietto non può permettersi di non divertirsi"

Mg New York (Stati Uniti) 16/06/2026 - Mondiali di Calcio 2026 / Francia-Senegal / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: tifosi Francia
La premessa è questa: “Leggerete molto sui Mondiali di calcio da parte di chi li vive in prima persona. Ma volevo trasmettere la sensazione dei Mondiali così come la vivono la maggior parte delle persone in tutto il mondo: un rumore di fondo, voci che giungono spettrali da un’altra dimensione, forme tremolanti su uno schermo lontano, un odore e un sapore nell’aria, sogni vividi di Steph Houghton che parla dell'”invadenza della stampa”. La sensazione di svegliarsi e pensare di aver visto per intero Iran-Nuova Zelanda , anche se non è così. Il modo fragile in cui i Mondiali scandiscono le nostre vite, un profumato cocktail di memoria collettiva e personale che si fondono in un’unica esperienza”. E nessuno meglio Jonathan Liew, l’editorialista più premiato del Guardian, poteva provare a mettersi nei nostri panni di amanti del calcio indivanati in notturna. Soprattutto di noi italiano che nemmeno una Nazionale da aspettare in piedi, abbiamo.
“Un mese da cardiofrequenzimetro”
E’ un pezzo di letteratura sportiva, quello di Liew. Che sta seguendo il Mondiale americano dalle rive del lago di Annecy, “dove il sole, la guida, il cibo e il vino in cartone ti soffocano lentamente, come l’aria che esce da un cartone di succo”. Descrive quella strana sensazione di dormiveglia, di attenzione solo apparente, di distacco che solo la lontananza ammette. Lui che ai Mondiali ci ha lavorato da inviato e ricorda: “Un’esperienza completamente diversa e più coinvolgente. Ti immergi subito nel torneo, al punto da diventarne praticamente un’estensione, schiavo dei suoi ritmi e delle sue atmosfere. Dal momento in cui ti svegli al momento in cui vai a letto (troppo tardi), tutto il tuo sistema nervoso è incentrato sul programma delle partite, sul ritmo costante e preciso degli orari di inizio, sulle idee e sugli spunti, sui contenuti e sulle scadenze. Il resto del tempo lo passi a pensare ai trasporti o al cibo. Quando torno a casa, il mio smartwatch di solito mi mostra che la mia frequenza cardiaca a riposo è stata di circa 10-20 battiti sopra la norma per un intero mese. Le persone invecchiano visibilmente durante questi eventi. È come andare in guerra”. Perchè poi il Mondiale oggi non si riduce mica al calcio.
Invece da spettatore lontano è tutt’altra cosa: “Ho visto la finale del 2006 – Italia-Francia – in un ristorante di pesce a Hvar, nelle isole croate. Era uno di quei televisori giganti su un supporto, di quelli che usavano a scuola per le lezioni di scienze, per mostrare video sui gameti. Mi sono perso la testata di Zinedine Zidane perché il cameriere era in piedi davanti allo schermo. E anche se da allora ho rivisto la partita per intero molte volte, se mi chiedete di scegliere il ricordo più vivido di quella sera, probabilmente mi verrà in mente più la tenerezza della rana pescatrice che qualsiasi cosa sia successa in campo”.

“Se hai pagato 800 dollari un biglietto non puoi permetterti di non divertirti”
Il Mondiale dal vivo invece è una bolla, anche per chi non ci lavora. Soprattutto, per chi non ci lavora: “Durante le numerose interruzioni di gioco del torneo di quest’anno, la telecamera inevitabilmente inquadrerà la folla, ed è qui che la differenza tra il calcio dei Mondiali e il calcio normale è forse più evidente. Tutti ballano e alzano il pollice. Nessuno si sta divertendo. Nessuno protesta, né grida di voler licenziare la dirigenza, né tantomeno insulta l’arbitro, se non in modo puramente teatrale. Nella maggior parte dei casi, assistere a una partita di calcio – ed è questo che eleva quest’arte al di sopra, ad esempio, di un concerto o di un film campione d’incassi – significa accettare volontariamente la possibilità di una delusione: la tua squadra può perdere, la partita può essere pessima, il tuo weekend può essere rovinato. Ma quando hai pagato 800 sterline per un biglietto, e probabilmente molte di più per hotel e voli, è minimamente concepibile che tu possa permetterti di non divertirti? Come potresti anche solo ammetterlo a te stesso?”.
Invece noi siamo liberi, in un certo senso: “La televisione ci concede la libertà di distaccarci. La libertà di lasciare che il calcio entri ed esca dalla nostra coscienza, di riempire i vuoti della vita, anziché lasciare che la vita riempia i vuoti del calcio. La libertà di annoiarsi, piacevolmente annoiarsi, decadentemente annoiarsi. Di andare a fumare, a bere qualcosa, ad andare a letto”.
“Com’è lussuoso bere vino in cartone e guardare distrattamente il calcio mentre il mondo brucia e si riempie di vesciche. Inveire contro le pause per rinfrescarsi e la decisione di non assegnare un rigore a Kylian Mbappé, vedere queste 104 partite sparse per le Americhe come una mappa scintillante e non sentire il bisogno di guardarle tutte, o addirittura nessuna”.
Visto così – conclude ispiratissimo Liew – il Mondiale è “una sorta di splendida brodaglia creata dall’uomo, la composizione floreale alle porte dell’inferno“.