Senza Conte, quest’anno il Napoli sarebbe andato a stento in Conference
Non era nemmeno quotato che il gol decisivo lo segnasse Scott McTominay, o McAnima per chi ne ha già adottato l'anima oltre al passaporto

Dc Napoli 11/05/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Bologna / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Antonio Conte
Questo non è il calcio dei riflettori e del jet-set; questo è il calcio somministrato a mezzogiorno di una domenica qualunque, con la luce cruda che taglia il campo e fa sembrare l’Arena Garibaldi il teatro di una partita di Eccellenza o un torneo di scuola calcio. Che il pallone nostrano abbia perso fascino, superato a destra persino dalle volée del tennis moderno, è un dato di fatto, ma tant’è, la liturgia va consumata. Non era nemmeno quotato che Scott McTominay – o McAnima, per chi ne ha già adottato l’anima oltre al passaporto – decidesse che anche questa domenica dovesse portare il suo sigillo regale. A Napoli la devozione è una cosa seria, e lo scozzese sta scalando le gerarchie del mito con una rapidità tale da piazzarsi dritto sullo stesso piano di Carlo III di Borbone: maestoso, geometrico, regale.
Il disperato tentativo di sminuire il lavoro di Conte
Il Pisa, dal canto suo, esibisce la dignità dei condannati, una squadra, bontà sua, già retrocessa, che si accontenta di arroccarsi alla meglio, sbarrando le finestre mentre fuori infuria la tempesta, ma contro il cinismo non c’è catenaccio che tenga e ci pensa Amir Rrahmani a ribucare la tela toscana per il due a zero che archivia virtualmente la pratica. Dal raddoppio in poi la partita cessa di essere tale e diventa accademia, pura disquisizione in cui si comincia a cercare il pelo nell’uovo, quel vizio tipico di chi è troppo sazio per godersi il pranzo. Viene da sorridere facendo zapping alla radio in settimana, mentre si torna stanchi dal lavoro, sentendo voci pontificare, analizzare i flussi tattici con la lente d’ingrandimento e paragonare questa stagione a quelle passate nel disperato tentativo di normalizzare, quasi di sminuire, il lavoro di Antonio Conte; questo è un gioco che può fare solo chi sta dietro a un microfono, non chi conosce, anche solo di striscio, le logiche spietate dello spogliatoio e del campo, perché sia chiara una cosa: senza Conte, quest’anno, il Napoli avrebbe navigato a vista, agguantando al massimo una Conference League a rimorchio.

Meret ha ricordato ai soloni che il portiere sta lì per parare
C’è stato un momento, in questa stagione, in cui la squadra era talmente arrangiata e ridotta all’osso da infortuni e rotazioni corte che in panchina ci andavano in cinque, di cui due portieri, una roba da torneo aziendale, eppure lo speaker fa lo speaker e riempie i silenzi della settimana lavorativa, mentre il calcio, quello vero, lo fa chi le cose le capisce e le plasma.
Il finale serve solo a rimpolpare il tabellino e a regalare una gioia a chi ne ha più bisogno, con il terzo gol che porta la firma di Rasmus Højlund, una liberazione per uno che, da inizio partita, prende mazzate dai difensori centrali come un fabbro sull’incudine, una gioia meritata e pagata a caro prezzo sulla propria pelle, prima che cali il sipario su Alex Meret il portiere che secondo i soloni dell’estetica moderna non sa giocare con i piedi ma che oggi ha parato e ha fatto l’unica cosa che si chiede a chi veste la maglia numero uno, ovvero togliere le ragnatele dagli angoli e blindare il risultato, lasciando il resto alle chiacchiere da bar buone per il prossimo mezzogiorno di mezza estate.
Questi ragazzi vanno ringraziati soprattutto per aver resistito e sopportato oltre ai loro ciclici infortuni anche i sermoni dei pastori della domenica.
Grazie ragazzi