Sabatini: “Luis Enrique a Roma si scavò la fossa con Totti, non gliene è mai fregato”
L'intervista ad As: "De Rossi lo adorava, era un personaggio unico nel calcio italiano. Inclassificabile". A Roma resta un trauma irrisolto

2023 archivio Image Sport / Calcio / Paris Saint Germain / Luis Enrique / foto Imago/Image Sport ONLY ITALY
A Roma Luis Enrique è un trauma irrisolto, anche se non ne parlano. E’ un argomento sospeso ogni volta che vince. E al momento Luis Enrique sta vincendo più o meno tutto, pure i premi della critica. Roma lo masticò e se ne disfece, tanto che nel racconto della sua carriera resta è un inciampo. E’ una storia molto raccontata. Per dirla con una certa poesia, come fa in Spagna As: “Prima che il nome di Luis Enrique diventi stucchevole per la gloria trasgressiva che emana mentre guida una squadra del PSG piena di druidi e pittori rinascimentali, è meglio prendersi una pausa. Tornare a Roma, dove tutto è iniziato. Sì, a quella città creata per non fare altro che vivere, il che non è cosa da poco. Vivere con delicatezza, prima di morire nel tentativo”.
Per farlo As intervista Walter Sabatini che lo volle alla sua Roma nel 2011-12 per sostituire Montella, l’allenatore ad interim che aveva fatto lo stesso con Claudio Ranieri a metà stagione. L’asturiano veniva da tre anni alla guida del Barça B, una squadra a forma di Pep Guardiola. Sabatini dice che glielo suggerì “il leggendario Dario Canovi (considerato il primo agente di calcio italiano). Mandai lì i miei collaboratori: Frederic Massara e Pasquale Sensibile. Tornarono sorpresi ed entusiasti di come giocavano quei ragazzi. Chiamai un amico giornalista per raccogliere in un dossier tutte le sue dichiarazioni rilasciate in conferenze stampa e interviste. Ho letto tutto e una cosa mi ha colpito: “L’importante non è la meta, ma il viaggio per arrivarci”. Potrebbe sembrare un cliché, una frase trita e ritrita, usata superficialmente da molti. Uno stereotipo che, tuttavia, non è tipico del calcio che avevo conosciuto in Italia”.
“Era inclassificabile”
“Sono orgoglioso perché è stata una scelta rivoluzionaria. In Italia tutti lo ricordavano come allenatore… Nessuno, però, lo aveva mai considerato come allenatore di Serie A. Era un personaggio unico nel calcio italiano. Inclassificabile. Il suo arrivo è stato una benedizione, e non mi riferisco ai risultati. Non è stato fortunato in questo senso (la Roma è arrivata settima, mancando la qualificazione alle competizioni europee). Ciò che ha portato è stata una nuova, rivoluzionaria etica del lavoro. Sapete cosa? I giocatori più importanti… De Rossi, per esempio… venivano da me e mi dicevano: “In allenamento sviluppa così tanti concetti che mi sembra di non aver mai giocato a calcio prima d’ora”. Intendiamoci, Daniele era un campione del mondo, non uno qualunque. Si sentiva come se stesse imparando a giocare, ed era entusiasta, innamorato di quel tipo di calcio. De Rossi era intelligente e sensibile. Ogni volta che veniva nel mio ufficio a dirmelo, mi rassicurava e mi riempiva d’orgoglio”.
Sabatini dice che era in anticipo sui tempi, per l’Italia. Che lui “aveva la sua ideologia; è un uomo coerente con le sue convinzioni. Ha preso decisioni forti e radicali, soprattutto in una partita di Europa League con Francesco Totti e altri titolari previsti. Li ha lasciati fuori a favore di altri giocatori che gli erano piaciuti durante il ritiro estivo”. Era la partita di qualificazione di Europa League contro lo Slavia Praga. Totti fuori, Okaka dentro. L’Olimpico fischiò. La Roma uscì.
“A Roma se tocchi Totti sei morto”
“A Roma funziona così: chiunque tocchi Totti commette un peccato capitale. È morto. Francesco Totti è, ancora oggi, un idolo eterno. Ciò che ha fatto nel calcio è tra i migliori in assoluto. Luis Enrique sapeva benissimo che metterlo in discussione significava scavarsi la fossa. Nonostante tutto, non ha voluto tradire i suoi ideali per tornaconto personale o umano. È un uomo di brutale coerenza. Qualcosa di unico. Incredibile. Lo adoro”.
Con Totti “si rispettavano a vicenda. Anche Luis Enrique lo apprezzava come giocatore, ma… non so. Forse il problema erano i tifosi, i tifosi della Roma… Vedevano Francesco Totti come un semidio. Nessuno poteva toccarlo. È sempre stato così. Luis non ne teneva conto. Anzi, non gli importava cosa pensasse la gente. Perseguiva il suo stile di calcio e accettava il prezzo da pagare”.
La Roma non lo cacciò, anzi “volevamo persino prolungargli il contratto, ma rifiutò. Credo si fosse offeso perché a quanto pare alcuni tifosi avevano insultato la sua famiglia o qualcosa del genere. Per di più vicino a casa sua. Non riuscì a tollerarlo. Ci lasciò”.