Conte a Napoli ha costruito qualcosa di importante
De Laurentiis e Conte hanno il dovere, quasi l'obbligo morale, di riflettere bene sul futuro. Il Napoli non è affatto in macerie e c'è un lavoro enorme sui calciatori (vedi Hojlund)

Mg Verona 28/02/2026 - campionato di calcio serie A / Hellas Verona-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Antonio Conte
Il valore percepito e il valore reale
Dal punto di vista tattico, la partita tra Pisa e Napoli ha avuto un valore relativo. Che, generosamente, potremmo definire basso, bassissimo, quasi nullo. E non solo perché siamo a fine campionato e il calcio d’inizio è avvenuto a mezzogiorno del 17 maggio, una vera e propria follia logistica: la squadra di casa, retrocessa matematicamente già da da due settimane, ha dei valori troppo distanti da quelli degli azzurri. Solo che, però, a volte la realtà va oltre la percezione. Nel senso che le scelte di formazione e alcune mosse di Antonio Conte hanno avuto e hanno un senso, un peso, nel racconto di questa stagione. E forse della prossima, nel caso in cui l’attuale allenatore del Napoli dovesse rimanere alla guida della squadra.
Dal punto di vista della percezione, com’è ovvio che sia, ha fatto rumore la decisione di escludere Kevin De Bruyne dall’undici titolare. Il punto, però, è che questa esclusione non va letta solo in relazione al giocatore belga, ma nel complesso. Per dirla meglio: il significato reale di questa mossa va ricercato nell’inserimento di Elmas in quello slot di formazione, nell’utilizzo di Di Lorenzo come quinto di centrocampo, nei meccanismi e nelle spaziature che si sono determinati con Sam Beukema, schierato come braccetto di destra al posto del capitano.


Il 3-4-3 del Napoli
Come si vede da questi screen, di fatto, tutti questi cambiamenti hanno portato il Napoli a disporsi con un 3-4-3 più lineare, più classico. Più simmetrico, questo è il termine esatto. Perché Elmas si è mosso e ha agito come esterno di destra puro, non a piede invertito, ha garantito ampiezza ma ha anche aperto corridoi per le sovrapposizioni esterne di Di Lorenzo, per le avanzate di Beukema. Dall’altra parte del campo, Alisson Santos ha giocato la sua consueta gara da accentratore, da calamita di palloni, ha cercato in maniera costante di isolarsi uno contro uno. Su di lui, però, Oscar Hiljemark ha – giustamente, inevitabilmente – predisposto un raddoppio sistematico, praticamente automatico, che ha finito per limitare il suo impatto sulla gara.
Hojlund e la verticalità
In un contesto del genere, il Napoli ha dovuto necessariamente trovare altre strade per rifinire il suo gioco. Se le azioni degli azzurri sono state costruite fondamentalmente sulle due corsie laterali (36% a destra, 46% a sinistra secondo le rilevazioni di WhoScored), le imbucate che hanno cambiato la partita sono state quelle centrali, quelle verticali. E l’impatto di Rasmus Hojlund, in quelle situazioni di gioco, è stato molto importante.
Quanto può essere determinante un buon pallone in verticale
È dall’inizio dell’anno che Conte lavora su queste situazioni. Su queste giocate. Sulla crescita di Hojlund come centravanti-boa, come prima punta con il compito di proteggere il pallone spalle alla porta, di servire i suoi compagni facendo sponda. Ecco: si può dire che, a Pisa, questo lavoro abbia portato i suoi frutti. Lo si vede chiaramente nell’azione del gol, che si sviluppa con un’imbucata sulla figura del centravanti danese, bravissimo a staccarsi dal suo marcatore – anche se, in realtà, la pressione su di lui era a dir poco blanda – e intelligentissimo a toccare di prima verso McTominay. In quest’azione, anche se a prima vista sembra marginale, va sottolineato anche il movimento di Elmas, che si affianca a Hojlund proprio come se fosse una seconda punta.
Ora non abbiamo il video lungo, ma fidatevi sulla parola: anche l’azione da cui scaturisce il calcio d’angolo dello 0-2 si origina da un tocco in verticale su Hojlund. Un tocco servito addirittura da Buongiorno, sganciatosi in avanti come è diventato d’abitudine per i giocatori che vengono schierati come braccetti della difesa a tre. In quell’occasione Hojlund ha ricevuto il pallone ed è stato fermato – forse in maniera fallosa – dal suo marcatore, ma da quel pallone giocato in verticale si è determinato uno scompenso, una situazione di stress che il Pisa non è riuscito a gestire. Fino a concedere un tiro ad Alisson Santos, tiro deviato e poi finito in angolo.
Missione compiuta (l’errore di Buongiorno e la parata di Meret)
Lo 0-2 ha sancito la chiusura (molto) anticipata della partita vera e propria. A quel punto, col risultato e la qualificazione in Champions ormai in ghiaccio, il Napoli si è messo in modalità controllo e gestione. L’ha fatto bene, rischiando poco o forse niente a livello organico. Poi però è arrivata un’occasione clamorosa sui piedi di Stojilkovic dopo un cross innocuo bucato in modo grottesco da Buongiorno. Quale istante dopo, Alex Meret è stato bravissimo a chiudere lo specchio della porta all’attaccante del Pisa, ma l’occasione capitata a Stojilkovic racconta molto della stagione del Napoli. Che, a differenza dello scorso anno, ha sofferto spesso di queste amnesie improvvise, di questi veri e propri blackout. E quindi ha dato l’impressione di essere una squadra meno solida, meno coriacea in difesa, quindi più vulnerabile. Anche contro avversari di qualità inferiore.
Davvero un pessimo intervento difensivo
È da qui, da questa sensazione che si trasforma in realtà oggettiva (il Napoli ha subito 36 gol in 37 gare di Serie A, l’anno scorso le reti incassate furono 27 in 38 giornate), che Conte deve ripartire in vista del prossimo anno – ovviamente se sarà lui l’allenatore del Napoli. Com’è ovvio che sia, non si tratta di una questione puramente difensiva. In realtà il discorso è esattamente inverso: la stagione 2025/26 del Napoli è stata a dir poco balorda a livello di infortuni e incastri tattici negativi, nel senso che Conte ha dovuto decomporre e ricomporre più volte la squadra che aveva in mente.
Di fatto, tutti i lunghi stop di calciatori arrivati per essere centrali nel progetto, o divenuti tali (Lukaku, De Bruyne, Anguissa, David Neres, Rrahmani, Di Lorenzo e Vergara, ma ne dimentichiamo sicuramente altri), hanno costretto Conte a inventarsi soluzioni offensive sempre nuove. La mancanza di riferimenti stabili ha determinato una condizione per cui il tecnico azzurro ha dovuto ricostruire la squadra di sana pianta a intervalli ciclici. E questo, per un allenatore come lui, rappresenta sempre un problema molto grande. Da qui, da questa trasformazione inevitabile e continua, è nata la mancanza di sicurezza difensiva manifestata dal Napoli per tutto l’anno.
Certo, va detto che anche alcune scelte – di mercato, poi anche tattiche – non si sono rivelate esatte, ma Conte ha trovato comunque la forza per tenere il Napoli in linea di galleggiamento. La squadra azzurra non è mai uscita dalle prime quattro posizioni, e dopo la sosta di marzo sembrava addirittura poter infastidire l’Inter nella corsa-scudetto. Alla fine la squadra di Chivu ha vinto il titolo con merito e in anticipo, ma l’andamento degli azzurri resta positivo. A maggior ragione viste le condizioni di partenza.
La partita di Pisa come specchio/metafora di una stagione
Alla fine, si può dire, la partita di Pisa è una sintesi estrema del Napoli 2025/26. All’Arena Garibaldi abbiamo visto squadra dal potenziale enorme ma imperfetta, o che comunque non ha mai avuto realmente la possibilità – per errori propri, per contingenza sfortunate – di avere una forma definitiva. Anche il fatto che gli azzurri abbiano vinto agilmente, in qualche modo, riflette l’andamento di quest’anno: per quanto Conte possa aver fatto dei passi falsi, alla fine ha centrato due obiettivi stagionali su tre – la qualificazione alla Champions League e la vittoria della Supercoppa. Il vero buco nero resta il brutto rendimento in Champions League, ed è proprio sulla gestione della doppia competizione che il Napoli deve migliorare.
Per riuscirci, in realtà, non serve moltissimo: ora come ora Conte ha a disposizione una rosa ampia e variegata, quindi all’orizzonte non può esserci, non c’è, un mercato di espansione come quello dell’estate 2025. Servirà fare delle scelte definitive, anche forti, su alcuni calciatori che sembrano arrivati a fine ciclo. Il pensiero, in questo senso, va subito ad Anguissa, a Juan Jesus, a Spinazzola, a Lukaku, forse anche a Lobotka, Meret e Politano. Ma per il resto il Napoli è discretamente coperto in tutti i ruoli. Anzi, diversi elementi dell’organico (Gilmour, Neres, Beukema, Alisson Santos, Vergara, il potenziale rientrante Rafa Marín) sono già pronti. Nel senso che possono aspirare ad avere maggior minutaggio e maggior continuità. Soprattutto se dovesse rimanere Conte, soprattutto se Conte decidesse di riconfermare il 3-4-2-1 come sistema di base per il prossimo anno.

Una primissima bozza del Napoli 26/27
Visto che l’analisi tattica di Pisa-Napoli non poteva e non può essere così interessante, non oltre un certo punto, chi scrive si è divertito a immaginare questo Napoli del futuro. Ed è evidente, come detto prima, che in realtà il mercato potrebbe non dover essere così vasto e dispendioso: in questo 3-4-2-1 ipotetico, infatti, abbiamo escluso tutti i calciatori che abbiamo definito “fuori dal progetto” (quindi Anguissa, Lobotka, Juan Jesus, Spinazzola, Meret, Lukaku) più Elmas, Mazzocchi e Giovane, altri tre elementi che saranno sicuramente “verificati” in vista della sessione estiva di trasferimenti. Eppure, nonostante tutti questi tagli, il Napoli ha una rosa abbastanza completa e di qualità.
Certo, in questo piccolo “progetto” resta l’incognita De Bruyne, la cui permanenza pare incerta, però la sostanza non cambia: per avere tutti i ruoli coperti con almeno due calciatori, il Napoli ha bisogno di pochi innesti. Di un portiere, di un esterno destro a tutta fascia, di un centravanti che possa far rifiatare – e, perché no, anche fare concorrenza a – Hojlund. E poi di un centrocampista da affiancare a McTominay e Gilmour, e/o di un sottopunta creativo. Poi chiaramente andranno valutati anche Marianucci, Lang e Lucca, tre colpi di mercato andati pesantemente a vuoto, ma anche la loro “presenza virtuale” dimostra come il Napoli abbia un capitale tecnico importante. O, quantomeno, potenzialmente valorizzabile.
Conclusioni (l’incontro tra Conte e De Laurentiis)
In soldoni: De Laurentiis e Conte hanno il dovere, quasi l’obbligo morale, di riflettere bene sul futuro. Su un’eventuale separazione. A differenza di come viene raccontato il suo lavoro, Conte ha costruito qualcosa di importante. Nel senso che questo Napoli, il suo Napoli, non è assolutamente in macerie. E non è neanche una squadra vecchia: se guardiamo ai giocatori che vedete nel campetto poco più su, solo solo Rrahmani, Di Lorenzo e De Bruyne inizieranno la prossima stagione con un’età superiore ai trent’anni.
Quindi si può può dire: i margini per ripartire, per ripartire bene, ci sono tutti. C’è una base tecnica, non solo emotiva, che va consolidata con un lavoro intelligente, mirato. Sia sul mercato in entrata che su quello in uscita. Ed è proprio in questi momenti, negli ultimi anni, che il Napoli è riuscito a costruire le sue migliori stagioni. La prima volta l’ha fatto pescando Kvaratskhelia e Kim Min-jae, la seconda prendendo Lukaku e McTominay. Sì, c’è una differenza netta. Ed è probabilmente qui che si gioca la vera partita a scacchi tra De Laurentiis e Conte.
Lo stesso Conte, però, sa benissimo che i nomi nuovi venuti fuori nel corso di questa stagione – Alisson Santos, Hojlund e Vergara – vanno a comporre un patrimonio che, potenzialmente, può rappresentare un buon compromesso per tutte le anime che vivono dentro il Napoli. In fondo i miglioramenti di questi calciatori sono frutto del suo lavoro, così come i buoni risultati raccolti quest’anno nel bel mezzo della tempesta. Sarebbe un peccato non trovare un accordo, con queste premesse.