Non ci basta più che Sinner vinca, abbiamo bisogno che si diverta un sacco
La sua soddisfazione intima è diventata un tormentone per la stampa. Perché dobbiamo saperlo completo, non perfetto. La perfezione è noiosa

Italy's Jannik Sinner smiles to coach after winning against Austria's Sebastian Ofner during the ATP Rome Open tennis tournament at Foro Italico in Rome on May 9, 2026. (Photo by Tiziana FABI / AFP)
Ad un certo punto toccherà andare ad un punto stampa, con Sinner che sgomma davanti ai giornalisti assiepati, magari fa un paio di penne in moto. Sorridendo fortissimo. Strano che la bravissima Fabienne Benoit che ne cura i rapporti con la stampa non ci abbia ancora pensato. Perché i giornali di tutto il mondo (ma soprattutto quelli italiani che non sanno più come vivisezionare il fenomeno) sono preoccupati per la sua soddisfazione intima. Si diverte Sinner? E’ diventata una domanda-tormentone che tradisce il sottotesto un po’ avvilente: vincere non basta più.
Il Sinner pazzerello
El Paìs oggi ricostruisce un pezzo sulla vena “umana” del campione troppo robot per amarlo davvero. Lo fa riprendendo l’intervista che Cahill ha dato alla Gazzetta dello Sport qualche giorno fa, nella quale un po’ imbarazzato raccontava che in realtà Sinner è un giocherellone spericolato con l’hobby dell’adrenalina. E lo stesso Sinner aveva raccontato settimane fa – rispondendo alle stesse accuse di eccessiva sobrietà – che gli piace correre in macchina, e sciare a capocollo. Perché, nel frattempo che Alcaraz recupera da un infortunio, sta dominando il tennis mondiale con una superiorità spiazzante quanto noiosa. La vittoria è ormai solo un’appendice. Ora da lui pretendiamo una impossibile perfezione, per godere della sua – seppur impercettibile – fallibilità. Non si diventa nazional-popolari solo demolendo gli avversari.

Respira, è uno di noi
E così anche quando vince facile con Rublev, sottolineiamo angosciati il primo break subito da non si sa nemmeno più quando. Un dettaglio in altri contesti insignificante, ma che indossato da lui diventa uno sfregio alla purezza. E così ogni espressione che non trasmetta il solito gelo-freezer, ogni sguardo storto al suo angolo, ogni inciampo, lo traduciamo in un segnale. Scatta l’allarme sociale: l’androide respira, forse soffre persino. E’ uno di noi, infine. Alé.
Ovviamente non lo è, ed è il motivo per cui scannerizziamo autopticamente ogni sua possibile manchevolezza: sentiamo il bisogno di amarlo visceralmente e così divino com’è non ci riusciamo. Va stropicciato un po’. Il Clostebol non fu uno scandalo attraente. Sinner sta vivendo l’impaccio di una tirannia, quella della perfezione indotta. Meglio sognarlo sregolato, adrenalinico, in testacoda ad un incrocio. Sorridi, Jannik. Guarda l’obiettivo e sorridi.