Nel calcio italiano l’allenatore resta una figura religiosa. È una visione così poco manageriale

Il calcio italiano vuole i ricavi dell’entertainment, ma conserva una cultura organizzativa da polisportiva di parrocchia. L'allenatore deve essere un architetto tecnico inserito in una macchina più ampia.

Nel calcio italiano l’allenatore resta una figura religiosa. È una visione così poco manageriale

Gc Milano 30/03/2010 - trasmissione TV Chiambretti Night / foto Giuseppe Celeste/Image nella foto: Giovanni Trapattoni-Jose' Mourinho

Se i club diventano entertainment company, e l’allenatore resta il parroco del villaggio

Nel calcio italiano l’allenatore resta una figura religiosa. Se vince, ha letto il futuro. Se perde, ha sbagliato i cambi, il modulo, la preparazione, la comunicazione, la gestione dello spogliatoio, la temperatura emotiva della città, e probabilmente è anche la causa del traffico sulla Tangenziale. È tutto suo. L’incenso e il plotone d’esecuzione.

Il calcio, però, non è più fermo alla radiolina la domenica pomeriggio e al centravanti con i baffi. I club moderni sono ancora squadre di calcio, certo. Ma sono anche piattaforme di intrattenimento, marchi globali. Devono vendere esperienza, identità, narrazione, hospitality, merchandising, diritti media, reputazione internazionale.

E allora nasce una domanda semplice, ma poco frequentata: può un club che si racconta come entertainment company continuare a trattare l’allenatore come se fosse ancora il custode solitario del campo?

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Nel modello Usa l’allenatore non è il sole

Nel modello ancora dominante del calcio italiano, anche quando lo staff è numeroso e qualificato, tutto resta culturalmente centrato sul “mister”.
Attorno a lui ci sono molti collaboratori, ma nel racconto pubblico, e spesso anche nell’organizzazione societaria, queste figure restano satelliti. Tutte queste competenze, vanno e vengono con il sole che è sempre l’allenatore.
È il vecchio modello monarchico: il re e la sua corte.

Nel modello americano, ossia nello sport professionistico più industrializzato, ma anche nel calcio europeo, la logica è diversa. Non necessariamente migliore in tutto, per carità. Anche lì abbondano retorica, ego, proprietari ingombranti e conferenze stampa da terapia di gruppo. Però una cosa l’hanno capita da tempo: la prestazione in campo è parte dell’architettura economica dell’organizzazione.

La partita non è un evento isolato. È il prodotto principale. È il contenuto intorno al quale si costruiscono audience, sponsor, stadio, televisione, dati, merchandising, community, valore del brand. Per questo l’allenatore non viene lasciato solo al centro del tempio. È inserito in una struttura più esplicita: coordinatori, specialisti, analytics, player personnel, front office, general manager, business operations.
Non è solo questione di avere più persone. È questione di avere una divisione del lavoro più chiara.

Il capo allenatore non viene diminuito da questa architettura. Viene protetto. Non deve essere contemporaneamente stratega, padre spirituale, responsabile tecnico, parafulmine mediatico, direttore del personale, psicologo clinico, brand ambassador e capro espiatorio del lunedì mattina.

Il calcio italiano, invece, sembra vivere ancora una contraddizione permanente. Vuole i ricavi dell’entertainment, ma conserva una cultura organizzativa da polisportiva di parrocchia. Cerca sponsor globali, audience internazionale, contenuti digitali, monetizzazione dell’appartenenza, ma poi, quando la squadra gioca male, torna alla domanda primitiva: “Di chi è la colpa?”. E la risposta è quasi sempre la stessa: dell’allenatore.

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Se tutto dipende dal mister, ogni cambio di mister diventa una rifondazione

È una scorciatoia comoda. Troppo semplice. E soprattutto indebolisce i club.

Perché se tutto dipende dal mister, ogni cambio di mister diventa una rifondazione. Cambia l’idea di gioco, cambia lo staff, cambia il linguaggio, cambiano le priorità, cambiano i giocatori funzionali, cambia perfino la percezione del progetto. Cosi’ il club non evolve: ricomincia. Ogni volta da capo, come se la memoria organizzativa fosse un accessorio, non un patrimonio.

Questo è ancora più grave in un calcio in cui gli allenatori durano spesso una o due stagioni, anche quando ottengono risultati importanti. Se la permanenza del mister è breve, ma tutta l’identità tecnica del club dipende da lui, allora il club accetta una forma di instabilità strutturale. Si condanna a vivere in affitto nella testa dell’allenatore di turno.

In un modello moderno, invece, l’allenatore dovrebbe essere il custode del prodotto calcistico, non il sovrano assoluto del villaggio.
Dovrebbe governare il game model, certo. Intensità, pressing, costruzione, transizioni, gestione del rischio, sviluppo dei giocatori, identità della squadra. Ma dovrebbe farlo dentro un sistema che colleghi il campo alla strategia complessiva del club. Perché una squadra che vuole essere globale non può essere soltanto efficace. Deve essere riconoscibile. Deve produrre racconto. Deve aumentare valore tecnico, valore patrimoniale, valore emotivo e valore commerciale.

Questo non significa che il marketing debba scegliere il modulo. Sarebbe la fine della civiltà, e forse anche del fuorigioco.
Significa però che il campo non può più essere considerato un monastero separato dal resto dell’impresa. Il modo in cui una squadra gioca, comunica, cresce, valorizza i calciatori, gestisce le sconfitte, coinvolge il pubblico e interpreta la propria identità, è parte della strategia aziendale.

L’allenatore moderno non può più essere soltanto “quello che allena”. Deve essere un integratore. Un architetto tecnico inserito in una macchina più ampia. Deve dialogare con il direttore sportivo, con l’area performance, con l’analisi dati, con il settore giovanile, con la comunicazione, con la gestione del brand, senza diventare ostaggio di nessuna di queste funzioni.

Mourinho

La Nazionale è la riprova che non dipende tutto e solo dall’allenatore

La prova più crudele non arriva nemmeno dai club, ma dalla Nazionale. La Nazionale non manca tre fasi finali dei Mondiali perché un commissario tecnico sbaglia un cambio. Le manca perché il calcio italiano continua a trattare il ct come il responsabile finale di un prodotto fabbricato altrove: nei vivai, nei club, nei minutaggi concessi ai giovani italiani, nella formazione tecnica, nella cultura della prestazione, nella filiera.
Il risultato è un sistema che vuole essere moderno quando incassa e antico quando deve spiegarsi.

La vera innovazione del calcio professionistico italiano non è comprare un altro terzino, cambiare modulo o invocare l’ennesimo salvatore con il cappotto scuro e lo sguardo da uomo solo al comando. La vera innovazione è accettare che il calcio moderno ha bisogno di meno mitologia e più architettura.
Non meno allenatori, ma migliori “sistemi” intorno agli allenatori.
Perché una struttura seria non indebolisce il mister. Lo rende più forte. Lo libera dal ruolo grottesco di unico adulto nella stanza, unico colpevole nella sconfitta, unico genio nella vittoria, unico santo nella processione.

I club italiani devono decidere cosa vogliono essere da grandi. Se vogliono essere industria competitiva dell’intrattenimento, piattaforme globali e macchine di valore, devono smettere di organizzarsi come commedie familiari in cui tutto dipende dall’umore del padre. Nel club moderno, l’allenatore non è più il parroco del villaggio.
È il responsabile tecnico del prodotto principale dell’impresa. E se è così, sarebbe ora di costruirgli intorno qualcosa di più serio di una sacrestia.

Una vita in finanza, tra Investimenti, Rischio e Governance, per lo più a gestire le conseguenze dell’ottimismo. Ha affiancato consigli di amministrazione nei momenti di calma e in quelli di caos, spesso facendo la domanda giusta, ma che rovina l’atmosfera. Divide il suo tempo tra Napoli, Londra, New York e ovunque giochi il Napoli, purché la pizza sia un cosa seria.

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