Mimmo D’Argenzio il Kvaratskhelia di Caserta che con lui sogna il ritorno in serie A2

Casertano, alto appena un metro e 76. I suoi tiri ignoranti alla Basile, le sue penetrazioni sono un’ultima orgogliosa resistenza alla grigia, crescente pianificazione delle nostre vite.

Mimmo D’Argenzio il Kvaratskhelia di Caserta che con lui sogna il ritorno in serie A2

Mimmo D'Argenzio

Nel maggio calcistico da totoallenatore del Napoli calcio, la Caserta del basket nella settimana del 35simo anniversario del suo scudetto, sogna il ritorno in serie A(2) con le semifinali dei playoff, guidata dal suo capitano, Mimmo D’Argenzio, fresco di nomina a Mvp delle serie B di basket.

Non uno scugnizzo della solfa retorica demodè ma un folletto, un outsider, a tutti gli effetti un “cestista bambino” che è facile ritrovare in quel tocco di ingenuità che fa da colonna sonora alle sue scorribande per il parquet. La sua partita non è altro che la resistenza di un piccolo grande uomo contro tutti i lungagnoni che via via è costretto a incrociare sulla via del canestro. Come quei bambini che parlano a voce alta per vincere la paura del buio, Mimmo con la palla a spicchi in mano, racconta storie, ricama finte, guadagna spazio, prima di tutto a se stesso, per sentire poi alla fine il ciuffo del Molten che si spegne nel macramè.

Contro Montecatini la partita perfetta: 34 punti, 5 assist, leadership 

Lunedi scorso in gara 5 contro Montecatini, D’Argenzio – casertano di nascita, alto appena 1 metri e 76 – ha fatto la partita perfetta, 34 punti e 5 assist, leadership e conduzione di gara, con una galleria di azioni bizzarre da sbruffone o ancora meglio da stramparlone, quello che dà libero spazio alla chiacchiera, al monologo senza freni, allo sproloquio ininterrotto in cui la stessa azione fuori dagli schemi viene affermata, negata, contraddetta e dimenticata.

Mimmo sa che tirare a canestro è un atto sacro, rituale. È un atto che rasenta la mania. Tirare una tripla come fa lui richiede di andare in trance, di essere ciò che si vuole tirare e allora i canestri verranno di conseguenza – e verranno inattesi, sgargianti, esatti. Il campione non doma la palla; al contrario, la sprigiona.

D’Argenzio mi ricorda Khvicha Kvaratskhelia e come lui è l’incoerente, l’incontestabile magico che sferza il ciarpame dei noiosi pick and roll; è l’insorgere del miracolo nel pantano degli schemi ripetuti di palleggi inutili che sbattono sul parquet fin quasi a farne un buco, è l’incidente che incendia in delirio i destini degli esterni che lo marcano.

In Mimmo D’Argenzio c’è qualcosa di Rimbaud

I suoi tiri ignoranti alla Basile, le sue penetrazioni a fendere la difesa e gli altri mille canestri raccontati a voce dai tifosi nelle birrerie del dopopartita, sono una sorta di manuale di autodifesa, un’ultima orgogliosa resistenza alla grigia, crescente pianificazione delle nostre vite.

E allora ecco che con le sue bombe e con i suoi assist, Mimmo porta tutto il palazzetto di Viale Medaglie d’Oro via, sulle ali dell’immaginazione a caccia di ragazze da sedurre, baracconi da fiera, nottambuli in cerca di avventure e tutto quella specie di circo felliniano che immaginiamo noi appassionati di pallacanestro.

In lui c’è qualcosa del folletto di Charleville, soprannome letterario di Arthur Rimbaud, con la sua natura geniale, precoce e sfuggente, creatura magica e irriverente che ha rivoluzionato la poesia moderna. Gattona tra gli atlanti prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora il mappamondo disegnato sulla palla a spicchi come fosse dolce promessa di altrove, l’arancione fiammeggiante, lo sguardo di brace delle tigri, le favole che fioriscono nelle pieghe di una partita punto a punto.

Se lo guardate con attenzione mentre respira in lunetta, Mimmo sotto il ciuffo bagnato, ha gli occhi e l’espressione del puck del Sogno di una notte di mezza estate che ha conservato l’ingenuità dei campetti Nike di via GM Bosco e che è riuscito a vincere la sfida più grande: restare per sempre un bambino.