Il Calcio Napoli, ovvero: funziona un’azienda in cui i dipendenti vogliono scegliersi il capo?

Dall'ammutinamento del 2019 (che ci portò Gattuso al posto di Ancelotti) agli spifferi di questi giorni sui rapporti tra spogliatoio e allenatore

Il Calcio Napoli, ovvero: funziona un’azienda in cui i dipendenti vogliono scegliersi il capo?

Db Madrid (Spagna) 23/10/2013 - Champions League / Real Madrid-Juventus / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Carlo Ancelotti-Antonio Conte

Le vicende di questi giorni, tra indiscrezioni, allusioni e una quantità industriale di ammiccamenti raccontano una sorta di rivolta dello spogliatoio del Napoli nei confronti dell’allenatore. “I calciatori ormai non lo sopportano e se ne vogliono liberare”, “metodi da dittatore”, “doppi allenamenti impossibili”, sono alcune delle frasi raccolte tra varie fonti vicine alla squadra.

In Italia la responsabilità è un concetto astratto

Il verminaio, come altro definire sempre che sia vero, quanto emerso nella trasmissione di Fabrizio Corona, offre lo spunto per una riflessione sulla cultura del lavoro e della disciplina di cui ha scritto Giuseppe Manzo qui sul Napolista. Una parte di Napoli, scrive Manzo che “oppone strenua resistenza” alla disciplina e che finisce per odiare chi la incarna, fino a “usarne” gli interpreti e poi vederli scappare via. Una lettura dura, probabilmente impopolare, perché obbliga a chiedersi se la retorica dell’impegno valga solo quando è comoda.

Se quanto riportato dalle cronache verrà confermato, siamo al paradigma dei dipendenti che si vogliono scegliere il manager. Pietro Ichino ci ha scritto un saggio qualche anno fa, L’intelligenza del lavoro (Feltrinelli, 2020). Nella realtà, scegliere il capo non è la stessa cosa di selezionare il gusto del gelato più gradito. Spesso, semplicemente non è possibile e, in ogni caso va accompagnato da un’assunzione di responsabilità. L’Italia, invece, ha una specialità: vuole la responsabilità come concetto astratto. Le conseguenze sono un incidente diplomatico. L’esempio di scuola resta Alitalia. Il 25 aprile 2017 i lavoratori bocciarono con il 67% il preaccordo tra azienda e sindacati; nelle cronache di allora fu determinante il personale navigante. Poi la storia è andata come è andata: commissariamenti, prestiti, ristrutturazioni, nuove sigle e un’azienda che dopo aver bruciato 13 miliardi di euro di soldi pubblici in 47 anni ha chiuso i battenti.

Calcio Napoli e la leadership di Conte che non tiene più

Tornando a noi e al Napoli, il punto forse non è fare i puristi della fatica, quanto capire se “impegno e sacrificio” siano una pratica quotidiana o una pratica social. Se la retorica del gruppo unito e dei valori quali impegno e sacrificio è buona solo per dichiarazioni precotte davanti ai microfoni di giornalisti compiacenti, oppure ha un senso, ovvero, trova corrispondenza con le azioni che tutti e ciascuno adottano quotidianamente nel posto di lavoro. Alla luce di quanto emerso, appare vuota e, francamente, stucchevole.

Ogni organizzazione ha la propria gerarchia. È un sistema semplice, finché non entra in crisi la legittimazione. Se metà spogliatoio considera l’allenatore un problema, non può diventare automaticamente un referendum sulla democrazia. È, più banalmente, la fotografia di una leadership che non tiene più, o di un gruppo che pretende di imporre le proprie regole senza esporsi. Cosa fa il capitano del Napoli, a parte indossare la fascia durante le partite? Come esercita la propria leadership? In teoria, dovrebbe tradurre la linea del management, raccogliere l’eventuale malessere e renderlo negoziabile. A quanto pare, invece, i malumori sono stati lasciati marcire nelle chat e poi veicolati in veline affidate all’influencer di turno.

Il precedente dell’ammutinamento nel Calcio Napoli

Giova qui ricordare come non sia la prima volta che i dipendenti della Ssc Napoli, in preda a furore sindacale (magari fosse agonistico), si coalizzano per contrastare le decisioni della società. Il 5 novembre 2019 è la data del famoso ammutinamento contro un ritiro deciso dalla società e considerato punitivo. Il mese successivo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio moderno viene licenziato per lasciare la panchina a Rino Gattuso che, fino a quel momento, aveva diretto una squadra a Creta, il Pisa in B e la cui breve esperienza al Milan gli aveva alienato le simpatie anche dei rossoneri più fedeli. Prese la squadra al settimo posto in classifica e la portò… al settimo posto, mancando per due anni consecutivi l’obiettivo della Champions League.

Una storia triste che, ahinoi, sembra ripetersi come se nessuno avesse imparato nulla da quella vicenda.