Il Var è una gallina dalle uova d’oro, perché il calcio dovrebbe tornare indietro?
Non lo farà mai, scrive il Guardian. Perché non ne può fare a meno proprio a livello commerciale

Wolves fans display a flag with an anti-VAR message in the crowd ahead of the English Premier League football match between Wolverhampton Wanderers and Luton Town at the Molineux stadium in Wolverhampton, central England on April 27, 2024. (Photo by JUSTIN TALLIS / AFP)
Una cosa che forse non sappiamo, ci avverte Jonathan Liew sul Guardian, è che il team Var della Premier League a Stockley Park “guarda la partita in silenzio. Apparentemente, questo serve a favorire la concentrazione, a minimizzare le distrazioni e a proteggerli dall’influenza del rumore del pubblico. Ma se ci pensate bene, significa che gli arbitri in sala di controllo stanno guardando una partita completamente diversa da quella di praticamente chiunque altro al mondo”. In Italia va un po’ diversamente, accertano le Procure.
Cioé, spiega l’editorialista, “questo strano prodotto, igienizzato e profumato di calcio, è quanto di più lontano si possa immaginare dal vero lavoro di un arbitro dal vivo. L’arte di arbitrare una partita di calcio è soprattutto l’arte del contesto: valutare il flusso e riflusso, percepire quando gli animi iniziano a scaldarsi, gestire i potenziali punti critici prima che si verifichino, controllare l’umore dei giocatori e del pubblico”.
Forse questo contesto genera inevitabilmente i propri pregiudizi umani. Ma d’altronde, l’arbitraggio è sempre stato un’attività intrinsecamente soggettiva. Il calcio è uno sport che si è sempre basato tanto sul tacito consenso quanto sulla lettera delle sue 17 brevi regole. Non ogni rimessa laterale verrà eseguita esattamente dal punto in cui il pallone ha oltrepassato la linea. Non ogni trattenuta di maglia verrà sanzionata. Non ogni fallo da cartellino giallo al secondo minuto verrà sanzionato con un cartellino giallo. Questo è il patto non scritto che ha governato questo sport fin dai suoi albori, praticamente a tutti i livelli”.
Sempre più Var
L’infinito replay che ha annullato il gol del pareggio del West Ham all’Arsenal e che forse deciderà la Premier è una frattura per la narrazione del calcio inglese. Liew li analizza e scrive che “quei quattro minuti di attesa di domenica sono stati forse tra i più emozionanti di questa stagione: infinitamente più avvincenti di qualsiasi cosa il Wolverhampton, ad esempio, abbia mai prodotto con un pallone vero”.
La definisce “la classica farsa di un gruppo di uomini in una stanza che guardano una cosa palesemente ovvia su uno schermo, ripetutamente, finché gli elementi costitutivi non sono stati spogliati di ogni significato, una confusione di colori, forme e arti volanti analizzata fino al punto dell’assurdo”.
Ma il punto è oltre. Ovvero: non c’è alcuna intenzione di ricondurre questa deriva a più miti proporzioni. Anzi. “La soluzione sarà sempre più legislazione e non meno, più tecnologia e non meno, più spiegazioni, più decisioni, più lavoro per più persone. E soprattutto la fede nella sacralità dell’arbitraggio come fine a se stesso, piuttosto che, si sa, il fastidioso ma necessario strato minimo di burocrazia richiesto per il funzionamento di questo prodotto sportivo multimiliardario”.
Non se ne può più fare a meno
Il Var non verrà ridotto, ma esteso. E perché? Perché “il Var ha stravolto il gioco a tal punto che la sua abolizione sarebbe pericolosamente destabilizzante. Non sappiamo più con certezza cosa sia un fallo di mano, né qual è la quantità di contatto accettabile in area di rigore, né quando un assistente debba segnalare un potenziale fuorigioco e quando no. La memoria muscolare di queste decisioni – rafforzata per decenni dalla consuetudine e dai precedenti – è stata in gran parte delegata alla tecnologia”.
E poi ci sono i soldi: “le infinite interruzioni hanno formalizzato la sospensione a metà partita, spianando la strada alle pause pubblicitarie in diretta che verranno introdotte ai Mondiali di quest’estate. Oltre a questo, c’è il fatto che il Var genera semplicemente troppa polemica e troppe passioni, troppi contenuti secondari succosi, troppi dibattiti televisivi e articoli di giornale infuocati. Perché il calcio dovrebbe uccidere una gallina dalle uova d’oro come questa?”.