Il Napoli ha il diritto di valutare l’operato di Conte anche ascoltando lo spogliatoio
POSTA NAPOLISTA - "È vero che ogni organizzazione ha una gerarchia. Ma la gerarchia non rende il manager intoccabile, anche il suo lavoro va valutato. Il che non significa che i giocatori scelgano l'allenatore"

Mg Napoli 23/05/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Cagliari / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis
Gentile Redazione, ho letto con interesse l’articolo sul Napoli e sulla presunta volontà dello spogliatoio di “scegliersi il capo”. È un pezzo interessante, ma credo che alcune premesse meritino di essere discusse, perché rischiano di trasformare una dinamica gestionale complessa in uno schema troppo semplice: da una parte il capo che incarna disciplina e responsabilità, dall’altra i dipendenti che si ribellano perché non vogliono faticare.
Detta così, sembra quasi una scena fantozziana: i calciatori del Napoli rappresentati come tanti impiegati insofferenti, costretti dal Professor Guidobaldo Maria Riccardelli di turno a guardare per l’ennesima volta “La corazzata Potemkin”, pronti alla rivolta pur di sottrarsi alla fatica. Nel frattempo, la proprietà — cioè il vero vertice dell’organizzazione — resta sullo sfondo, immobile, seduto sulla sua poltrona di pelle umana, senza il dovere e la responsabilità di valutare ciò che accade tra allenatore e gruppo.

La proprietà ha il diritto e il dovere di ascoltare tutte le parti coinvolte
Ecco, credo che il punto sia proprio questo: non è detto che una squadra che manifesta disagio voglia automaticamente scegliersi l’allenatore. Esiste una differenza sostanziale tra pretendere di nominare il proprio capo e segnalare che un certo modello di gestione non sta più producendo risultati, adesione o efficacia. La seconda ipotesi non è anarchia. È normale ed anche piuttosto comune vita aziendale.
Anche il riferimento alla gerarchia andrebbe maneggiato con più attenzione. Ogni organizzazione ha una gerarchia, certamente. Ma la gerarchia non rende il manager intoccabile. In un’azienda seria, il capo di un reparto, di una divisione o di un team viene valutato non solo in base alle sue intenzioni, ma anche in base alla capacità di scegliere le persone giuste, guidarle, ottenere risultati, far funzionare il gruppo e mantenere credibile il proprio metodo. Se questa capacità si incrina, è normale che la proprietà intervenga.
Per questo trovo poco convincente l’analogia con i lavoratori che vogliono scegliersi il manager. Qui non si tratta di far votare lo spogliatoio per decidere chi debba allenare il Napoli. Si tratta piuttosto di riconoscere che la proprietà, cioè il vero vertice dell’organizzazione, ha il diritto e il dovere di ascoltare tutte le parti coinvolte: l’allenatore, i dirigenti, i calciatori più rappresentativi e il resto del gruppo.
L’ammutinamento fu un’altra cosa
Il precedente del 2019, inoltre, non può essere usato come chiave di lettura automatica per ogni tensione successiva. L’ammutinamento contro il ritiro fu un fatto specifico e grave, perché riguardava il rifiuto di una decisione della società. Ma non ogni frizione tra squadra e allenatore è per forza un nuovo ammutinamento. Altrimenti qualsiasi difficoltà interna verrebbe interpretata come insubordinazione, anche quando potrebbe essere semplicemente il sintomo di un rapporto professionale arrivato ad esaurimento.

Lo stesso vale per il tema della disciplina. La disciplina è fondamentale, specialmente nello sport di alto livello. Ma disciplina non significa obbedienza cieca a un metodo qualunque, indipendentemente dai risultati. Un metodo può essere duro, esigente, persino scomodo, e funzionare benissimo. Ma può anche diventare inefficace, logorante o non più adatto al gruppo che dovrebbe applicarlo.
Il punto, quindi, non è stabilire se la fatica sia buona o cattiva. Sarebbe un dibattito persino banale. Il punto è capire se quella fatica produca rendimento, crescita e coesione. Allo stato attuale, si può dire che in due anni ci siano stati rendimento e crescita nel primo anno, seguiti però da una evidente decrescita nel secondo. Quanto alla coesione, invece, sembra essere mancata quasi del tutto. E quando manca la coesione, in un gruppo di lavoro, il problema non può essere liquidato semplicemente come pigrizia dei dipendenti o insofferenza verso l’autorità.
Da qui nasce, secondo me, una lettura alternativa.
I metodi di gestione del manager (Conte) non sono insindacabili
Quando arriva un nuovo manager in un’organizzazione, chi è già dentro deve adattarsi. Questo è fuori discussione. Un calciatore che trova un nuovo allenatore sa che dovrà confrontarsi con nuove regole, nuovi metodi, nuove richieste e magari anche con una nuova cultura del lavoro. Se non vuole o non riesce ad adattarsi, la conseguenza può essere chiara: va ceduto, messo ai margini o comunque sostituito.

Allo stesso modo, chi viene scelto direttamente dal nuovo manager è consapevole del tipo di progetto in cui entra. Sa a quali metodi va incontro, quale intensità viene richiesta e quale rapporto professionale dovrà accettare. Non può scoprirlo dopo e lamentarsene come se fosse una sorpresa.
Ma esiste anche una terza situazione, altrettanto legittima: dopo un anno o due, alcuni componenti del gruppo possono non condividere più i metodi di gestione del manager. A quel punto non devono certo pretendere di sostituirlo loro. Però possono prendere atto della distanza e, se quella distanza è insanabile, andare via. Oppure può essere la proprietà a decidere che siano loro a non essere più funzionali al progetto.
La questione centrale, quindi, non è se lo spogliatoio debba scegliere l’allenatore. La risposta è no. La questione centrale è se la proprietà abbia il diritto di valutare l’operato dell’allenatore anche ascoltando lo spogliatoio. E la risposta, secondo me, è sì.
Un presidente, un amministratore delegato o un proprietario non abdica al proprio ruolo se parla con i calciatori. Al contrario, esercita il proprio ruolo. Come un Ceo che si confronta con i suoi top manager e, quando necessario, anche con le persone che lavorano sotto quei manager. Non per scavalcare la catena di comando, ma per capire se la catena di comando stia ancora funzionando.
Il Napoli ascolta le parti coinvolte e poi decide
Alla fine, la proprietà deve decidere serenamente tra varie opzioni: sostenere il manager, aiutarlo a rimuovere chi non lavora secondo le sue idee, modificare alcune condizioni organizzative oppure sostituire il manager stesso se ritiene che il rapporto con il gruppo sia ormai compromesso. Tutte queste scelte rientrano nella normale gestione di un’organizzazione complessa.
Per questo mi sembra riduttivo presentare la vicenda come una ribellione dei dipendenti contro il capo. Può esserlo, certo. Ma può anche essere il segnale che il sistema di leadership non sta più producendo gli effetti attesi. E in quel caso non c’è nulla di scandaloso se il vero capo, cioè la proprietà, ascolta, valuta e poi decide.
In sintesi: i calciatori non devono scegliersi l’allenatore. Ma nemmeno l’allenatore deve essere sottratto alla valutazione della società solo perché rappresenta la disciplina. In un’organizzazione sana, la disciplina vale per tutti: per chi esegue, per chi guida e per chi ha la responsabilità finale di decidere.
Cordiali saluti,
Giovanni Vanore
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