Farioli: “L’Italia è nostalgica e fatica ad accettare rapidamente il cambiamento”
A Repubblica e Corsera: "Oggi il calcio è globale, contaminato, in continua evoluzione. Ridurre un allenatore a una sola scuola di pensiero è superficiale"

FC Porto's Italian coach Francesco Farioli is pictured before the UEFA Europa League last 16 second leg football match between FC Porto and VfB Stuttgart at Dragao Stadium in Porto, on March 19, 2026. Miguel RIOPA / AFP
Francesco Farioli è l’antitesi dell’allenatore medio italiano. Laureato in filosofia, ha fatto le valigie per fuggire dal pantano del nostro calcio e costruirsi una carriera vera all’estero, passando per Turchia, Nizza, Ajax e ora Porto. Intervistato da Repubblica e dal Corriere della Sera, il tecnico ha scattato una fotografia impietosa ma lucidissima del provincialismo che affligge il nostro sistema, da sempre incapace di valorizzare i giovani e inesorabilmente schiavo di etichette stantie.
Il distacco dall’Italia gli ha permesso di vedere le cose con salutare freddezza. Il quadro che ne esce del nostro Paese è quello di un sistema malinconicamente ancorato a un’epoca che non c’è più:
“Da fuori si percepisce che in Italia esiste ancora una certa nostalgia verso il passato e una certa difficoltà ad accettare rapidamente il cambiamento. Ma il calcio italiano continua ad avere un fascino e una profondità culturale enormi. Per questo penso che la vera sfida non sia difendere la tradizione o inseguire le mode, ma trovare il modo di evolversi senza perdere la propria identità”.
L’ipocrisia della Serie A
Alla domanda sul perché il Portogallo sforni talenti a ciclo continuo rispetto all’Italia, Farioli non fa sconti e punta il dito sul coraggio che a noi manca cronicamente:
“Qui hanno sviluppato una cultura molto chiara nella valorizzazione del talento giovane. C’è coraggio nel dare spazio ai ragazzi, ma soprattutto un lavoro molto coerente tra formazione tecnica, sviluppo mentale e costruzione della personalità del calciatore. In Portogallo i giovani crescono molto presto con responsabilità importanti e con l’idea che il talento da solo non basti. Il Portogallo è stato più veloce nell’adattarsi alle dinamiche del calcio moderno”.

Ma il capolavoro dell’ipocrisia tricolore si è consumato al momento di cercare una panchina. Dopo l’esperienza all’Ajax, in Italia Farioli è stato etichettato con la solita disarmante superficialità. Ci ha dovuto pensare André Villas-Boas, neo presidente del Porto, a portarlo in una piazza di livello internazionale, mentre da noi veniva snobbato. L’allenatore lo racconta senza peli sulla lingua:
“Quando ero in testa in Olanda il mio agente era tempestato di telefonate, ma dopo aver perso il campionato, e in quel modo, mi si è stampato addosso il marchio del perdente e mi hanno cercato solo due club di B e uno che avrebbe lottato per salvarsi in serie A. Poi un giorno Villas-Boas mi ha invitato a prendere un caffè a Como. Ci siamo capiti in tre minuti”.
Le etichette difensive
Nonostante i risultati, in patria l’intellighenzia calcistica preferisce appiccicargli l’etichetta di “difensivista” solo perché le sue squadre subiscono poco (miglior difesa a Nizza, all’Ajax e al Porto). Una banalizzazione che Farioli smonta pezzo per pezzo: “L’Italia ha costruito una parte importantissima della storia del calcio mondiale attraverso l’organizzazione, la capacità di lettura delle partite e l’attenzione ai dettagli, ma ora il calcio è globale, contaminato, in continua evoluzione. Ridurre un allenatore a una sola scuola di pensiero è superficiale. Per me difendere bene significa essere organizzati, compatti, intelligenti nella gestione degli spazi e dei momenti della partita. Io continuo a pensare che il vero obiettivo sia costruire squadre capaci di adattarsi ai diversi contesti senza perdere identità”.
Mourinho, mentore d’eccezione
In questo suo peregrinare europeo, Farioli ha trovato anche un mentore speciale, un uomo che la storia del Porto l’ha scritta per davvero, sdoganando a suo tempo la figura dell’allenatore moderno: José Mourinho. Il legame affonda le radici negli anni dell’università: “Nel 2010, quando faceva il triplete con l’inter, studiavo filosofia all’università. L’empatia che ha saputo creare con quella squadra per me è l’essenza del calcio”.
Un rapporto che si è consolidato nel tempo, sfociando in consigli preziosi nei momenti decisivi: “L’anno scorso, prima della partita decisiva di campionato con l’ajax, mi mandò un vocale di due minuti. “Cerca di segnare subito per mettere pressione al Psv”, mi disse. Da lì ci siamo parlati altre volte, anche prima di firmare per il Porto, dove lui ha fatto la storia. Dei 30 minuti di conversazione, 25 li abbiamo dedicati alla città e alla sua gente”.
