De Laurentiis, prendi Allegri. Il sarrismo è il passato, il Napoli il Palazzo l’ha bello che conquistato
Max sa già come raccogliere l'eredità di Conte. È uno che non si spaventa se il presidente parla troppo, sa stare in un'azienda

AC Milan's Italian coach Massimiliano Allegri reacts during the Italian Serie A football match between AC Milan and Fiorentina at San Siro stadium in Milan, northern Italy, on October 19, 2025. (Photo by Stefano RELLANDINI / AFP)
C’è un momento preciso, nel calcio come nella vita, in cui bisogna smettere di inseguire i poeti e cominciare a cercare i geometri. O meglio, quelli che sanno far di conto senza perdere la poesia del saper vivere. L’addio di Antonio Conte ormai probabile ci lascia un broncio da fine amore a novanta minuti dal traguardo ma il Napoli e Napoli non dovrebbero disperarsi. De Laurentiis dovrebbe, semplicemente, fare una telefonata a Livorno. Anche perché siamo diventati un popolo strano. Negli anni, grazie alle gestioni del presidente, il palato all’ombra del Vesuvio si è affinato a tal punto da rasentare il ridicolo. Fino a ieri eravamo orgogliosamente gli underdog del calcio italiano, quelli col coltello tra i denti e la fionda in tasca; oggi siamo diventati tutti improvvisamente borghesi, schizzinosi, quasi infastiditi se la palla non gira a trecento all’ora. Pretendiamo il calcio champagne da sfilata parigina o l’estetica narcisista e patinata del Lago di Como, dimenticandoci da dove siamo partiti.
Abbiamo bisogno di un risultatista senza fronzoli
Ci siamo talmente assuefatti alle zone alte che ormai nemmeno un secondo posto ci basta più, lo viviamo come un insulto personale, una macchia sul curriculum da nobili decaduti. Abbiamo sviluppato una sete di vittorie talmente rabbiosa che la poesia è andata ufficialmente a farsi benedire nel momento esatto in cui abbiamo scelto, per statuto, di voler essere una squadra vincente con cadenza abituale. E allora, visto che la favola romantica non abita più qui, serve coerenza: abbiamo disperatamente bisogno di un risultatista senza fronzoli. Massimiliano Allegri.

L’addio di Luciano Spalletti destabilizzò l’ambiente perché Luciano è un sarto che cuce l’abito addosso al momento: una bellezza folgorante ma stagionale, consumata sul breve periodo. Se Conte dovesse salutare adesso, lascerebbe invece una casa con le pareti portanti d’acciaio. Uomini veri, cultura del lavoro feroce, mentalità inoculata col siero del dovere. Non serve un altro rivoluzionario, serve un uomo che sappia cosa fare del pane rimasto sulla tavola. Allegri e Conte sono, per vie traverse e caratteri opposti, figli dello stesso credo: prima i punti, poi la lirica. Max ha già fatto questo mestiere a Torino. Arrivò tra lo scetticismo ereditando la Juventus tarantolata di Conte. Cosa fece? Non toccò nulla per mesi. Lasciò che lo spartito andasse a memoria, poi, piano piano, allentò la cinghia, tolse l’ansia e ci mise il suo disincanto. Risultato: la stessa solidità, ma con meno ulcere gastriche.
Allegri non ha bisogno di inventare il calcio ogni domenica mattina
Allegri non ha bisogno di inventare il calcio ogni domenica mattina, sa che i cavalli si vedono all’arrivo e che la gestione delle risorse umane conta più di una lavagna tattica. In un Napoli strutturato fisicamente e mentalmente da Conte, si troverebbe nel suo habitat ideale: una squadra che sa già soffrire, a cui aggiungere solo un po’ di sana gestione della palla e ironia toscana. Guardarsi intorno, oggi, rischia di produrre solo mal di testa.
Il ritorno del comandante Sarri, pompato e lanciato a mezzo stampa, sarebbe una suggestione da cuori romantici, ma costringerebbe a un cambio di filosofia radicale. È vero, il buon Maurizio negli anni è cambiato, si è ripulito la tuta, è diventato meno ideologico e più pragmatico, ha capito che il 4-3-3 non è scritto nei Dieci Comandamenti, ma rimane un restauratore che richiede tempo, e a Napoli il tempo è una valuta che si svaluta in fretta. Napoli non può permettersi un giro di giostra senza sapere se la struttura reggerà fino al maggio successivo. Napoli non è più la massa alla conquista del Palazzo ma in quel Palazzo ci siede da tempo; il sarrismo non è più seduttivo.
Allegri a Napoli – invece – sarebbe l’incontro tra la battuta pronta del porto di Livorno e l’ironia amara di Mergellina. Uno che non si spaventa se il presidente parla troppo, perché sa che nel calcio, alla fine, contano i fanti e non i santi. Se Conte è il digiuno e la penitenza, Allegri è il pranzo della domenica: magari non leggerissimo, ma rassicurante. Se proprio dobbiamo salutarlo, Antonio, facciamolo domenica sera senza troppe lacrime ma con novanta minuti di applausi e riconoscenza profonda. Ah, dimenticavo, con Allegri gli speaker con i taccuini potrebbero sciorinare alte forme di tatticismi radiofonici, strappandosi le ugole per pretendere altre forme d’arte che, tutto sommato, non sono il pallone.