Il Napoli ha smesso di funzionare
Il 3-4-2-1 è un sistema molto esigente, nel senso che molti giocatori-chiave devono essere al massimo perché il modello risulti efficace. A cominciare da Hojlund e dai trequartista

Ni Napoli 18/04/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Lazio / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Rasmus Hojlund
Il Napoli ha smesso di funzionare
Il fatto che il Napoli fosse in un momento difficile, quantomeno dal punto di vista della qualità del gioco espresso, non è emerso contro la Lazio. Anzi, in realtà la sconfitta contro la squadra di Sarri deve essere considerata come una specie di timbro sulla crisi degli azzurri, come il suggello che mancava per poter iniziare a utilizzare certi termini – a cominciare da crisi, per l’appunto. La verità, insomma, è che il Napoli ha smesso di funzionare. È che il sistema tattico di Conte, dopo alcuni scricchiolii piuttosto sinistri, è chiaramente imploso. Non tanto e non solo perché è arrivata una sconfitta netta, dolorosa, meritatissima, ma per il modo in cui è maturato il risultato. Per il fatto che, questa volta, neanche i correttivi tentati da Conte hanno avuto un impatto concreto sulla realtà. Sulla prestazione della squadra azzurra.
Dal punto di vista temporale, potremmo collocare i primi segnali di difficoltà reale alle partite contro Lecce e Cagliari. Subito prima e subito dopo, cioè, che Conte ridisegnasse il suo 3-4-2-1 in modo da far coesistere Anguissa, Lobotka, De Bruyne e McTominay alle spalle di Hojlund. La partita contro il Lecce finì bene, per il Napoli, perché la squadra azzurra riuscì a reagire (con una buonissima prestazione nella ripresa) a un primo tempo davvero inquietante; quella contro il Cagliari, invece, vide gli azzurri andare in vantaggio subito e poi controllare il gioco in modo relativamente tranquillo, senza strafare. Ecco, proprio quelle prime percezioni negative si sono ingigantite contro Milan (primo tempo), Parma e infine contro la Lazio.
Le scelte di Conte
In questo segmento di stagione, Conte ha sempre confermato la sua formazione iniziale e ha provato a incidere dalla panchina. Con i cambi. Ci è riuscito contro il Milan, ci è riuscito a metà contro il Parma. Contro la Lazio, invece, l’elettroencefalogramma della sua squadra è rimasto piatto. Ed è questo il segnale più negativo, l’evidenza da cui bisogna partire: ci sta che un allenatore possa sbagliare formazione, così come ci sta che possa insistere su un determinato assetto anche se le cose non funzionano a dovere. Ma se neanche dei cambi radicali come quelli visti contro la Lazio sono riusciti a dare un nuovo impulso al Napoli, beh, significa che allora il problema ha un’altra natura.
Le scelte di Conte possono essere opinabili, vale sempre e dovunque e per qualsiasi allenatore. Ma se il Napoli della ripresa contro la Lazio ha fatto poco e niente in più rispetto a quello (inguardabile) del primo tempo, vuol dire che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Vuol dire che questo abito tattico e che questi principi di gioco non sono più adatti ai calciatori azzurri – o quantomeno alla loro versione di questo momento.
Esempio pratico: forse Alisson Santos, giusto per fare un nome caldo, sarebbe potuto partire da titolare contro la Lazio. Ma resta il fatto che, in tutta la ripresa, l’esterno brasiliano ha solo pizzicato il palo esterno con un tiro dalla media distanza. Stop, nient’altro. E il fatto che ci troviamo di fronte a una crisi strutturale e/o di rigetto rispetto a un determinato modello di gioco va ricercata nel piano-gara della Lazio. Nel fatto che la squadra di Sarri, per l’ideologia del suo allenatore e per le caratteristiche tecniche dei suoi giocatori, ha fatto una partita completamente diversa rispetto a quella del Parma o del Milan.
Il piano-partita della Lazio
Per dirla con una frase fatta e composta da poche parole: la Lazio non è venuta a Napoli per fare le barricate. Sì, per la maggior parte del tempo è rimasta in blocco medio-basso (baricentro nel primo tempo a 44 metri, nella ripresa a 38) ma ha sempre cercato di tenere alti i ritmi della riconquista e soprattutto del suo possesso palla. I ritmi, non le percentuali. Per capire cosa intendiamo, basta guardare il modo in cui arriva il gol di Cancellieri dopo 6 minuti di gioco:
Tutto troppo semplice
La squadra di Sarri tesse un’azione lunga e articolata, a un certo punto perde anche il possesso ma poi se lo riprende grazie a un’elevata presenza di giocatori in zona palla. E da lì inizia a costruire un’altra manovra con sovrapposizioni interne ed esterne, con movimenti coordinati su cui i giocatori del Napoli fanno fatica a reagire. Prima Gila riesce facilmente a inserirsi nelle maglie del centrocampo azzurro con una percussione palla al piede, poi Nuno Tavares ha tutto il tempo del mondo per controllare il pallone, alzare la testa e rimanere inerte per qualche secondo prima che Politano arrivi a contrastarlo. E ancora: Beukema non riesce ad anticipare Zaccagni, Anguissa si perde il taglio interno e profondissimo di Taylor. E a quel punto basta un semplice cross arretrato per mettere Cancellieri solo davanti alla porta di Milinkovic-Savic.
Niente di così ricercato o di così sofisticato, niente che non si potesse immaginare/prevenire conoscendo il gioco di Sarri e della Lazio. Eppure il Napoli ha fatto un’enorme fatica, dopo soli 6 minuti di gioco, a leggere quest’azione. E quando si fatica a leggere, è inevitabile, si faccia fatica anche a contenere. In questo senso, non è un caso che Conte, nel postpartita, abbia parlato di mancanza di energie fisiche e quindi anche mentali: ci sta, nel senso che è possibile e accettabile, che una squadra non riesca a essere aggressiva, reattiva e quindi rapida in fase difensiva; ma non ci sta che risulti inerme rispetto a una manovra che, per quanto orchestrata con tempi perfetti e con buonissima tecnica, è abbastanza lineare.
Per trovare gli spazi, bisogna anche saperli cercare
Il problema, come detto in precedenza, è che il Napoli è stato praticamente costretto a sfilacciarsi fin dai primi minuti di gioco. Per quanto la Lazio si difendesse in maniera ordinata e compatta nel suo 4-5-1 d’ordinanza, infatti, il vero problema è che la squadra di Conte ha stentato anche solo a immaginare gli spazi da attaccare. Il giropalla degli azzurri è risultato perennemente lento, orizzontale, prevedibile e dunque vuoto. L’unica opportunità, per altro mai realmente sfruttata, era quella di privare a portare molti uomini nella metà campo avversaria, dilatando così le distanze. Solo che poi, in certi casi, occorre una certa qualità tecnica per poter risolvere i possessi senza rischiare. Altrimenti poi si finisce a commettere errori del genere:
Un rigore conquistato in pochi secondi
È chiaro: quest’azione è un evento estremo, il Napoli non ha concesso una ripartenza del genere tutte le volte che ha perso palla al limite dell’area della Lazio. Il modo in cui la squadra di Conte ha gestito le sue manovre offensive, però, non si è mai discostato da quello che vediamo in questo video. Ai calciatori allenati da Sarri, infatti, è bastato arretrare nella loro metà campo, mettersi a presidio dei corridoi interni e “spingere” il gioco dei loro avversari verso le fasce laterali.
L’unico altro accorgimento tattico che ha senso isolare, guardando alla partita, può essere la marcatura predisposta per Hojlund: il centravanti danese, di fatto, è stato seguito a uomo da Mario Gila. Il centrale spagnolo lo ha sistematicamente anticipato, gli ha sempre impedito di girarsi e di involarsi verso la porta, ma la verità è che il Napoli non è riuscito anche semplicemente a cercare un appoggio verso la sua prima puinta.
In questo senso, i numeri sono impietosi: lungo tutto il primo tempo, Hojlund ha giocato solo 7 palloni, uno dei quali in occasione del calcio d’inizio dopo il gol di Cancellieri. Nel frattempo, però, la squadra di Conte ha messo insieme un totale di 16 cross, di cui addirittura 12 dalla fascia destra. Nessuno di questi si è poi “evoluto” in un passaggio chiave, tanto per tornare al discorso sulla prevedibilità.
La ripresa
Dopo l’intervallo, Conte ha provato a rintuzzare il fuoco della sua squadra inserendo Alisson Santos ed Elmas al posto di Anguissa e De Bruyne. Per quanto riguarda il belga e il camerunese, l’unica cosa che c’è da dire è che sembrano davvero lontani dalla loro miglior condizione atletica. Questa rilevazione, per quanto non empirica, fa passare in secondo piano qualsiasi valutazione tattica – e infatti non è un caso che Conte abbia scelto proprio loro per provare a dare una scossa al Napoli.
Il problema, per il tecnico azzurro, è che questa scossa non è arrivata. Per quanto la presenza di Alisson Santos determinasse un cambio di prospettiva offensiva – il Napoli ha iniziato a giocare di più a sinistra – e anche di spaziature in campo, con Spinazzola che veniva decisamente più dentro per lasciare spazio in ampiezza al brasiliano, l’andamento della partita è cambiato pochissimo. In questo senso, il gol di Basic – arrivato solo 10 minuti dopo l’inizio del secondo tempo – è uno spaccato molto significativo del reale andamento della gara.
Stavolta non è che il Napoli perde palla, né tantomeno si fa schiacciare da una lunga azione al piede della Lazio. Alla squadra di Sarri, però, bastano due passaggi in verticale per saltare un pressing a dir poco blando, poi Buongiorno commette lo stesso errore di Beukema in occasione del primo gol – cerca cioè un anticipo del tutto incoerente con l’aggressività media manifestata dai suoi compagni – e così Noslin e Nuno Tavares si ritrovano una prateria da attaccare palla al piede. Il resto, cioè il cross al centro e il rimorchio di Basic, vengono di conseguenza:
Il gol di Basic
Per chi non l’avesse visto o capito: questa chiara ed evidente mancanza di intensità, da parte del Napoli. è strettamente legata alla sua stessa sterilità offensiva. Nel calcio contemporaneo è molto raro che una squadra possa attaccare male e difendere male, tutte le fasi di gioco sono interconnesse e interdipendenti tra loro. Se la squadra di Conte avesse continuato – e ha continuato, tra poco lo vedremo bene con i numeri – a non trovare spazi e giocate, era inevitabile che si sfaldasse ancora di più.
Ed ecco i dati che testimoniano il fallimento del Napoli anche nel secondo tempo, nonostante gli ingressi di Alisson Santos, Elmas e poi pure di Gutiérrez e Giovane e Mazzocchi (al posto di Spinazzola, Lobotka e Politano): i cross sono saliti a 20, solo stavolta con netta predominanza di quelli tentati da sinistra (13) rispetto a quelli tentati da destra (7); i tiri verso la porta sono stati 8, ma nessuno è finito nello specchio: solo un destro di Alisson Santos, al minuto 58, ha urtato sul palo esterno prima di finire sul fondo; i palloni persi per appoggi o controlli sbagliati, da parte dei giocatori del Napoli, sono stati 6, il doppio rispetto a quelli della Lazio; i calciatori di Sarri hanno vinto il 100% in più dei duelli aerei tentati (8 contro 4) rispetto ai loro avversari.
Conclusioni
Tutti questi dati non lasciano dubbi sul momento di difficoltà del Napoli. Sul fatto che la squadra di Conte si sia avvitata in un sistema che non funziona più, neanche con gli impulsi elettrici di Alisson Santos. Certo, la condizione dei giocatori (quella deficitaria di Hojlund, quella pessima di De Bruyne e Anguissa, quella rivedibile di Lobotka) e le prove opache dei difensori, Buongiorno su tutti, hanno avuto un peso nel calo vistoso degli azzurri. E allora forse la verità sta nel fatto che il sistema 3-4-2-1 – il sistema che, ricordiamolo, ha tenuto in piedi il Napoli nonostante un’ecatombe di infortuni – sia molto esigente, nel senso che molti giocatori-chiave devono essere al massimo perché il modello risulti efficace. A cominciare proprio da Hojlund e dai trequartisti.
I risultati del Como e di Roma-Atalanta hanno reso (quasi) indolore la sconfitta in chiave-Champions League, e questo ovviamente è un bene per il Napoli. Ma la qualificazione resta da conquistare, e allora Conte ha il dovere di cercare nuove soluzioni per una squadra che sembra sazia, sfatta, priva di ardore psicologico. E che ha anche perso il filo del suo stesso discorso tattico, soprattutto per quanto riguarda la creatività e l’efficacia offensiva.
È qui che deve lavorare Conte: quest’anno, lungo tutta una stagione a ostacoli, il suo Napoli ha manifestato poche volte una reale solidità difensiva. E allora il colpo di reni in vista delle ultime gare va fatto in avanti. Magari con un rimpasto che tenga conto delle reali condizioni dei calciatori. A volte un grande talento a mezzo servizio può essere più incisivo di un giocatore medio in gran forma, ma di solito questo avviene quando una squadra funziona. Il problema è che il Napoli ha smesso di funzionare, e ha smesso ben prima di Napoli-Lazio 0-2.