L’ansia di Arteta ha esaurito l’Arsenal: faceva lo stregone coi falò, puntualmente ha preso la mazzata
Troppe trovate da mental coach, poi arriva la realtà. Arteta ha ingabbiato l'Arsenal con le sue paranoie tattiche e la squadra, come da tradizione ad aprile, si è squagliata.

Arsenal's Spanish manager Mikel Arteta gestures during the English Premier League football match between Manchester City and Arsenal at the Etihad Stadium in Manchester, north west England, on April 19, 2026. Darren Staples / AFP
Il confine tra la mentalità vincente e l’esaurimento nervoso è sottilissimo, e Mikel Arteta lo ha appena oltrepassato schiantandosi contro il muro del Manchester City. La sanguinosa sconfitta per 2-1 all’Etihad non è solo un colpo devastante alle ambizioni di titolo dell’Arsenal, ma la certificazione clinica di uno psicodramma che il Telegraph aveva chirurgicamente anticipato. A Londra, sponda Gunners, l’aria è diventata irrespirabile, avvelenata dalle nevrosi di un allenatore che, a forza di voler controllare ossessivamente tutto, rischia di finire la stagione con un pugno di mosche.
Arteta ossessionato
Chi frequenta i corridoi dell’Emirates usa una parola precisa per descrivere lo stato d’animo dello spagnolo: “ossessionato”. Una smania totalizzante per la Premier League che gli ha fatto gettare alle ortiche qualsiasi velleità estetica e romantica. Del bel gioco, ormai, non gli importa più nulla: l’Arsenal vive di calci piazzati e di un pragmatismo rigido che ha reso Arteta un personaggio divisivo, disperato e, francamente, difficile da farsi piacere persino dai colleghi, stanchi delle sue sceneggiate fuori dall’area tecnica.
Il cortocircuito è ormai evidente soprattutto dentro lo spogliatoio. I giocatori, pur sapendo di essere una corazzata, soffrono l’ingabbiamento tattico di un tecnico che li tratta come soldatini telecomandati. L’espressione che circola tra i procuratori e gli addetti ai lavori è che la squadra avrebbe un disperato bisogno di “togliere il freno a mano”. Ma Arteta non sente ragioni, perso in un personalissimo trip motivazionale che ha trasformato un club miliardario in un circo surreale.
Il campionario delle sue trovate è puro teatro dell’assurdo. L’allievo di Guardiola è passato dall’impugnare una lampadina nello spogliatoio pretendendo “energia” dalla squadra, al consultare i piloti di caccia della Raf. Ha costretto i giocatori a tenere in equilibrio dei pennarelli, ha ingaggiato veri borseggiatori professionisti a cena per insegnare ai suoi a restare vigili e, prima dell’Europa, ha letteralmente acceso un falò al centro sportivo dichiarandosi “fuoco puro”. Un mental coach più che un mister, capace di far inviare mail ai tifosi per supplicare baccano, salvo poi sbracciarsi dopo venti minuti per chiedere calma a una squadra già paralizzata dall’ansia.
Puntuali ad aprile col braccino
E poi c’è la maledizione di aprile, il mese in cui storicamente all’Arsenal viene il braccino. Il Telegraph aveva snocciolato i numeri del crollo imminente, e il 2-1 incassato contro il City ne è l’amara, ennesima conferma. Arteta si giustifica invocando infortuni e assenze, ma la verità è che spreme i soliti noti fino all’esaurimento fisico e mentale: Zubimendi si regge a malapena in piedi, Rice è costretto agli straordinari perenni, mentre alternative di enorme esperienza come Nørgaard vengono lasciate a prender polvere in panchina.
Arteta si sentiva a un passo dall’immortalità, ma la rigidità delle sue paranoie ha fatto deragliare il treno sul più bello. Adesso la profezia di Jamie Carragher suona come una sentenza tombale: arrivare secondi sarà un fallimento assoluto, e l’Arsenal verrà ricordato negli annali solo come la squadra seconda classificata più derisa e criticata della storia.