Il martirio, la via Crucis, l’autoassoluzione: la sindone di Gravina

L'intervista al Corsera dell'ex Presidente Figc è un manuale di vittimismo agonistico. Ma sotto la sindone c'è, ovviamente, il pizzino politico

La via Crucis di Gravina

È passato in cavalleria, perché c’era tanto altro su cui raccapezzarsi. Ma nascosto in un anfratto del pdf che Gravina ha distribuito alla stampa perché alla Camera non gli davano più udienza, c’era un passaggio molto gustoso. Questo:

Al di là di qualche provvedimento legislativo che ha sburocratizzato le procedure, non vi sono stati stanziamenti economici, neanche in previsione di UEFA Euro 2032. Al contrario, eventi con ricadute socio-economiche e visibilità mediatica inferiori, come le Olimpiadi di Milano-Cortina, l’America’s Cup di Napoli o i Giochi del Mediterraneo a Taranto, hanno avuto finanziamenti anche plurimiliardari”.

Gravina era stato appena macinato al coltello per la sublime polemica di rinfaccio sugli sport dilettantistici (non affondiamo oltre, è qui se volete recuperarla), ma evidentemente il report da presentare in Parlamento l’aveva redatto prima ancora del gaffone. E quindi sì: Gravina ha messo nero su bianco che per lui le Olimpiadi sono un evento secondario, “inferiore”. E’ la visione tropocentrica del calcio: la superstizione tutta nostra – italiana – per cui quando l’equipaggio di Artemis s’è affacciato sulla Terra dalla Luna ha visto un pallone di cuoio. L’ex presidente della Figc è un terrapallonista, ecco.

Ma ancora di più ci interessa analizzare la visione che Gravina ha di Gravina. Come ha deciso di narrarsi, a noi, per uscire dall’imbuto che ha infilato con il terzo Mondiale mancato dalla Nazionale (il suo secondo, l’altro se l’è intestato Tavecchio). L’intervista che ha “concesso” (eufemismo) al Corriere della Sera è illuminante.

A cominciare dalla postura passivo-aggressiva con cui si tira fuori canzonatoriamente dalle colpe per la sconfitta con la Bosnia:

“Forse avrei dovuto essere più bravo come calciatore: ho sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia e dopo, dal dischetto, ne ho tirati uno alto e un altro sulla traversa. Forse mi sarei dovuto allenare di più…”

Il Gravina-calciatore scarso è un’immolazione immaginifica che sta dalle parti dell’Infantino-gay ai Mondiali in Qatar: non è una provocazione, è un maldestro tentativo di passare per capro espiatorio. Ed è coerente con il resto dell’intervista, un manuale del martirio. Sulla superficie del quale Gravina galleggia fingendo di assumersi delle responsabilità, ma sotto è un lavoro ai fianchi per sottrazione: non sono stato io qui, non è colpa mia là, e la politica, e il governo, e la burocrazia, e l’Europa signora mia, l’Europa! Tutta così, con domande a innesco, senza una ribattuta che sia una su un punto di sostanza qualunque. E’ il passaggio successivo al pdf, la confessione istituzionale sul quotidiano più letto del Paese. Un messaggio stratificato come una lasagna, con un pizzino politico abbastanza evidente nell’ultima risposta: “Continuerò in Uefa, non sarò un ex ingombrante”. Nella cifratura del potere va letta al contrario.

Poiché gli esseri umani sono fatti al 98% di capacità di raccontarsela, Gravina dice che ora vive “quasi da recluso tra casa e Federazione”, che sta porgendo sistematicamente l’altra guancia (“ho accettato le critiche in silenzio e addirittura gli insulti”), ma che c’è un insulto che non può passare: “Non posso tollerare di essere definito indegno. Nessuno può permettersi certe patenti di moralità, sia dentro sia fuori il mondo del calcio”. 

Perché quella di Gravina è una danza dell’autoassoluzione, un po’ concede, un po’ rinfaccia. A noi spetta solo la sospensione dell’incredulità. Ora che non è più presidente, può superare la grammatica incomprensibile dell’endofederalismo spinto, il richiamo agonistico alle famigerate e spaventose “componenti”, quel pantano che serviva ad annichilire i feticisti della verità. Parlando al Corriere muta di stato: da gassoso a solido. Prova ad avvicinarsi al popolo che vuole lapidarlo. È un tentativo estremo di induzione alla compassione. Un’operazione molto tenera: lì fuori – con la Nazionale a Baldini, e un Malagò-Abete-MisterX in procinto di succedergli – il Paese non è ancora pronto a perdonare. In Figc hai voglia, eccome: ma, si sa, sono due fusi orari diversi.

Gravina fa solo finta di parlare a noi delusissime @ da social. In realtà ha obiettivi più ambiziosi. Il Ministro dello Sport, per esempio: “Non voglio fare nomi. Ognuno si qualifica per quello che è e per quello che sente. Toccherà ad altri dare un giudizio”. È canonico. Cosa vuoi che gliene freghi ormai di Mario o Gennaro che ce l’hanno con lui per i “poveri bambini che mai hanno vissuto un Mondiale”.

Poi è chiaro, il copione prevede il “Mi assumo le mie responsabilità”, e “Le dimissioni sono un ultimo atto d’amore verso il calcio” (il calcio dovrebbe corrispondere?), e “ho accettato questa via Crucis”. Sì, l’ha detto davvero. La via Crucis, in questo Paese – sempre parole sue – “in cui il pensiero si ritrae e lascia spazio agli istinti più bassi e animaleschi”. In cui “il calcio è la cartina di tornasole della nostra società”. E aggiunge – colpo di classe – “Speravo che uscissimo meglio dal Covid e invece certi istinti sono addirittura peggiorati”. Cosa manca? Ah, sì: il nuoto è uno sport completo.

Cosa ci sia rimasto a fare, in tutta la sua evidente impotenza, al comando della Federcalcio per tutti quegli anni non si sa. Dagospia ha riassunto meglio di tutti il concetto. A noi resta la sindone, di Gravina. Un velo narrativo sotto il quale traspare quest’uomo maltrattato dagli eventi. Il Gravina raccontato da Gravina.

Deve la sua carriera nel giornalismo ad una professoressa del liceo che per ovvi motivi si è poi data alla clandestinità.

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