Il Barcellona è una squadra infantile: giocano a chi segna di più, la difesa non conta
C'è una cosa che il Barcellona sa fare meglio di chiunque altro: perdere in modo bellissimo. Per El Paìs l'Atletico padroneggia i dettagli, il Barca i principi

Pre Barcellona 18/03/2026 - Champions League / Barcellona-Newcastle / foto Pressinphoto/Image Sport nella foto: Lamine Yamal
Il Barcellona “è una squadra infantile: vince chi segna più gol e la partita non si ferma finché l’arbitro non fischia la fine, momento in cui il bambino non ha più tempo per andare a comprare il pane che la madre gli aveva chiesto in cambio della possibilità di giocare a pallone in Plaza Mayor”. E’ una definizione perfetta quella di Ramon Besa sul Paìs.
Perché c’è una cosa che il Barcellona sa fare meglio di chiunque altro: perdere in modo bellissimo. È una competenza rara, affinata in anni di eliminazioni memorabili – ricordiamo Roma, Anfield, Lisbona – ciascuna con la sua dose di tragedia greca. Contro l’Atlético ha aggiunto un nuovo capitolo alla collezione.
Ci sono a contorno dei cartellini rossi: 13 in 10 stagioni europee. È anche la vulnerabilità sistemica di una squadra che gioca come se la prudenza fosse una bestemmia tattica, e paga pegno nei momenti in cui i tornei si decidono davvero.
Però, scrive Besa, sarebbe anche ingiusto non apprezzare la prima mezz’ora del Barça, in cui ha giocato un calcio di una fluidità quasi irritante: pressing alto, azioni offensive continue, le magie di Lamine Yamal. Poi Musso ha parato il tiro di Fermín, un intervento che ha interrotto la fluidità del Barcellona, ha messo a nudo la vulnerabilità sulla fascia destra e ha aperto la strada al contropiede culminato nel gol di Lookman. E il calcio ha ricominciato a fare il calcio.
Il secondo tempo è stato il manifesto di tutto ciò che non funziona: troppo verticale, troppo frettoloso, troppo ansioso. L’Atlético era nel suo: aspettare, colpire, gestire. Padroneggiano i dettagli – scrive Besa — mentre il Barça padroneggia i principi.









