I tennisti non possono più credere ai loro occhi: “Hawk-Eye” ha cancellato la magia del segno a terra

La stagione sul rosso riapre il dibattito "filosofico" della fallibilità della macchina opposta a quella umana. Il New York Times: "Per i giocatori significa cancellare anni di memoria muscolare e mentale"

I tennisti non possono più credere ai loro occhi: “Hawk-Eye” ha cancellato la magia del segno a terra

Dc Velletri 11/04/2026 - Billie Jean King Cup / Italia-Giappone / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Himeno Sakatsume

Il problema, sulla terra rossa, è che c’è il segno. È una prova quasi forense: è lì, sotto i tuoi occhi, “c’è spazio”, la pallina è fuori. E invece no: questo principio basico – quasi ancestrale – del tennis amatoriale e professionistico fino ad un attimo fa, non vale più. Ora c’è il sistema Hawk-Eye ELC, l’arbitraggio elettronico. Il quale, per definizione, distribuisce solo certezze, dati di fatto inoppugnabili. Se sul veloce non c’è margine di dibattito, ora la stagione sulla terra quel dibattito lo riapre. Ed è un dibattito filosofico persino, come scrive il New York Times.

L’occhio elettronico funziona ormai in tutti i tornei oltre il livello “250”, e in tre Slam su quattro tranne il Roland Garros: il più importante torneo al mondo su terra battuta. Il risultato, sui campi in rosso, è una disputa epistemologica travestita da controversia sportiva: a quale sistema di conoscenza credi quando i due sistemi non sono d’accordo? “C’è il segno”, no? No.

Quel segno non è reale

I casi ormai non si contano più, nel circuito. Zverev ha fotografato una chiamata col telefono. Sabalenka pure, a Stoccarda. Ed entrambi hanno ricevuto una sanzione per comportamento antisportivo. Perché documentare la realtà con prove fisiche è antisportivo se la realtà che documenti contraddice l’algoritmo.

Il problema tecnico è reale. E  l’Atp, con la consulenza della Wta, ha finanziato e commissionato un video progettato proprio per spiegare queste illusioni ottiche a giocatori e spettatori. Il video – per i feticisti del genere – è bellissimo:

La terra battuta, spiegano, è una “superficie viva”, influenzata dall’umidità, dalla polvere di mattoni e dalla traiettoria del colpo. Le palline si comprimono all’impatto e lasciano segni che non corrispondono necessariamente al punto di rimbalzo. Ma non c’è niente da fare: le proteste continuano. “Per i giocatori significa cancellare anni di memoria muscolare non dai loro colpi, ma dalla loro mente, ignorando non solo le prove proprio davanti a loro, ma anche il sistema di conoscenze su cui hanno fatto affidamento per comprendere il loro sport”, scrive il Nyt.

L’errore della macchina non è un errore

Il dubbio dei giocatori e di molti addetti ai lavori è che il tennis abbia sostituito un sistema fallibile e umano con uno fallibile lo stesso ma più opaco, chiamandolo progresso. C’è invece chi trova una certa tranquillità nel doversi più porre il problema di una palla dentro/fuori, tipo Taylor Fritz: “Che ci sia una chiamata sbagliata o meno, non mi interessa, almeno è coerente“. È la filosofia del mal comune mezzo gaudio.

Il New York Times aggiunge un ulteriore livello di lettura: il nodo non è solo tecnico ma di potere. Chi decide cosa è reale? Per decenni la risposta era: l’arbitro, i giudici di linea, e in ultima istanza il segno fisico sulla terra. Ora la risposta è: un sistema proprietario sviluppato da Hawk-Eye, di proprietà di Sony. Il tennis è entrato nell’era della sospensione dell’incredulità.

Deve la sua carriera nel giornalismo ad una professoressa del liceo che per ovvi motivi si è poi data alla clandestinità.

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