Costacurta: «Il Tso di Achille è il momento più brutto della mia vita, sembrava indiavolato»
Al podcast One More Time racconta gli anni più difficili con il figlio: la diagnosi di Adhd, sette Tso, la paura del suicidio. «Non riuscivo a entrare in ospedale, Martina ci andava ogni giorno»

Db Milano 08/12/2022 - finale trasmissione Tv 'X-Factor' / foto Daniele Buffa/Image nella foto: Martina Colombari-Achille Costacurta-Alessandro Costacurta
Billy Costacurta è stato uno dei difensori più eleganti e cerebrali del calcio italiano. Col Milan ha vinto tutto, per anni è stato un punto fermo della Nazionale, oggi è un commentatore televisivo misurato e competente. Eppure la partita più dura l’ha giocata fuori dal campo, e l’ha raccontata al podcast One More Time di Luca Casadei con una sincerità rara per il mondo del calcio.
Il tema è suo figlio Achille, che a ventuno anni ha alle spalle sette Tso e dice di aver vissuto tre vite. Quattordici settimane in ospedale. Una storia che il mondo del gossip ha masticato e sputato tra titoli morbosi e foto rubate, ma che Costacurta racconta come un padre, non come un personaggio pubblico.
«Sembrava indiavolato, gli dovevano fare la puntura per calmarlo»
«Chi ha fatto il Tso sa di cosa parlo, è un momento pazzesco, uno dei momenti più brutti per un genitore», dice Costacurta. «Io lo ricordo come il momento più brutto della mia vita, quello in cui lascio Achille all’ospedale per un Tso, quando gli devono fare una puntura per calmarlo perché lui sembrava indiavolato. Sono stati momenti che ci hanno costretti a tirar fuori delle energie pazzesche».
Achille a tredici anni era già scappato di casa per due giorni e mezzo. «Lì abbiamo capito che avevamo a che fare con un osso duro, che potevano sorgere dei grandi problemi», racconta Costacurta. La diagnosi di Adhd è arrivata solo quattro anni fa: «Ho imparato a parlare con mio figlio quando una dottoressa si è presa la responsabilità di darci con sicurezza la diagnosi di Adhd». Da quel momento è cambiato l’approccio: «C’è un modo di rivolgersi che deve essere paritario, non deve essere mai di superiorità».
«Non riuscivo a entrare in ospedale, Martina ci andava ogni giorno»
La confessione più dura riguarda il rapporto con la fragilità. Costacurta, l’uomo che ha marcato Van Basten e Ronaldo, che ha giocato finali di Champions con la stessa faccia con cui andava a prendere il giornale, ammette di non avercela fatta: «Ogni tanto lo dicevo a Martina: “Marti, io non ce la faccio, perdonami, non riesco ad entrare in ospedale e vederlo là”. Lei ogni giorno entrava. Io nei momenti più difficili, ogni tanto non riuscivo a vederlo». Martina Colombari, che per anni è stata ridotta a “bella statuina”, è stata quella che ha retto tutto.
E poi c’è la paura vera, quella che un genitore non vorrebbe mai pronunciare: «Ho pensato tante volte che si volesse suicidare».
Il sorriso di Achille
Oggi Achille sta meglio. È stato al Maradona con la maglia del Napoli, ha parlato pubblicamente del suo percorso, non si nasconde. E Costacurta lo guarda con gli occhi di un padre che ha attraversato l’inferno: «So che sarà un percorso lungo, ma è tanto tempo che Achille sta bene. Per me da papà vederlo così è una gioia». Ha detto anche che la felicità per lui è una cosa semplice: vedere suo figlio sorridere.
Costacurta ha fatto bene a parlare. Nel mondo del calcio — dove tutto è immagine, controllo, comunicazione studiata — raccontare il Tso di tuo figlio, la tua incapacità di entrare in ospedale, la paura del suicidio, è un atto di coraggio che vale più di qualsiasi tackle. E il fatto che Achille oggi stia bene non cancella quegli anni, ma li trasforma in qualcosa che può aiutare altri genitori a non sentirsi soli. Perché la cosa più difficile, quando tuo figlio sta male, non è trovare i medici giusti. È ammettere che non ce la fai.