La Var è una distorsione cognitiva: continuano a investirci per non ammettere il fallimento
Così scrive il Times, che si chiede anche come davvero sarebbe possibile abolirla. In Europa ci provano un po' tutti, tranne gli unici che potrebbero davvero: i club

Db Nizza (Francia) 07/06/2017 - amichevole / Italia-Uruguay / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: var
La Var appare sempre più come la grande “fallacia dei costi irrecuperabili” dei nostri tempi: un’idea benintenzionata che si è rivelata completamente impraticabile e fortemente dannosa per lo spettacolo, che gli organi di governo del calcio si sentono in dovere di continuare a cercare di migliorare – a qualsiasi costo – senza alcun risultato. Lo scrive il Times a commento di un sondaggio ufficiale tra oltre 7.000 tifosi in Inghilterra, che sulla stampa inglese è stato molto ripreso.
IL VAR E LA (FALSA) CONSOLAZIONE DELLA TECNOLOGIA
Il giornale inglese però prova a fare un passo ulteriore: mettiamo che volessimo abolirla, la Var. Come si fa? Che cosa servirebbe? Perché è ormai una categoria speciale di errore istituzionale: quello che tutti riconoscono come tale, ma che nessuno ammette apertamente perché ammettere l’errore costerebbe più dell’errore stesso. La Var appartiene a questa categoria da almeno quattro anni. Forse cinque. La discussione sul quando esattamente il progetto sia diventato insostenibile è ormai accademica. Tre quarti dei tifosi della Premier League che vogliono abolirla, ma la certezza collettiva è che non accadrà mai.
“Abbiamo aperto il vaso di Pandora”, dicono. “Non si torna indietro.” È un argomento curioso, applicato a qualcosa che è stato introdotto nel 2018. Come se sette anni fossero un’eternità geologica, un vincolo cosmologico, una forza della natura contro cui l’uomo è impotente. In realtà, è la classica razionalizzazione della “sunk cost fallacy” – quella distorsione cognitiva per cui si continua a investire in qualcosa che non funziona semplicemente perché smettere significherebbe ammettere che non ha mai funzionato.
Thomas Concannon, della associazione dei tifosi che ha lanciato il sondaggio, offre la diagnosi con la precisione di chi ha smesso di sorprendersi: i club preferiscono decisioni accurate a tifosi felici, perché le decisioni accurate proteggono i punti in classifica, e i punti valgono milioni. I tifosi, in questa equazione, sono la variabile dipendente. Pagano, protestano, si indignano, e poi tornano. Perché cos’altro potrebbero fare? Questa è, ridotta all’osso, la struttura di potere del calcio moderno europeo.
La Germania è il caso più istruttivo, come spesso accade quando si parla di governance calcistica. Il meccanismo del 50+1 (che garantisce ai soci dei club una voce strutturale, non solo consultiva) ha prodotto proteste organizzate, mozioni, boicottaggi silenziosi, persino un tifoso mascherato del Preussen Münster che ha scavalcato una recinzione e staccato fisicamente il cavo del monitor Var durante una partita di Bundesliga 2 contro l’Hertha. In Germania quella sulla Var è una battaglia è ancora aperta.
In Norvegia, invece, si è consumata una piccola tragedia istituzionale in miniatura. Diciannove club su trentadue dell’Eliteserien e della prima divisione avevano votato per abolirla. Maggioranza netta. Però poi la proposta è stata bloccata all’assemblea generale della federazione dalla presidente Lise Klaveness, con l’appoggio determinante dei club dilettantistici (quelli che la Var nemmeno la usano). Prima di questo esito, i tifosi norvegesi avevano organizzato quindici minuti di silenzio negli stadi per giornate consecutive, walkout collettivi, lanci di polpette di pesce e fumogeni in campo.
L’Ifab ha annunciato una revisione biennale della Var. L’Uefa convocherà un summit con le grandi leghe europee dopo il Mondiale. Roberto Rosetti, responsabile arbitrale Uefa, ha ammesso che il sistema non può continuare con “interventi microscopici”. Nel frattempo, le controversie continuano. Il dibattito continua. I tifosi continuano a protestare.











