Storia di Adrian Heath, l’allenatore rapito in Arabia Saudita sopravvissuto “per miracolo”

La racconta il New York Times: ci sono bande che attraggono allenatori con finti contratti, li rapiscono e chiedono un riscatto alle famiglie

Bin Salman arabia saudita Mancini

Collages from street artist Alexsandro Palombo show new coach of Saudi Arabia, Italian Roberto Mancini (L), Saudi Prince Mohammed bin Salman and Al Nassr Portuguese star Cristiano Ronaldo (R) holding a blooded ball in their hands as part of a serie called ´Welcome to Saudi Arabiaª on September 19, 2023 on the walls of San Siro stadium ticketing desk in Milan. (Photo by GABRIEL BOUYS / AFP) /

Il calcio ti porta lontano. A volte troppo. Adrian Heath lo pensava mentre viaggiava in auto nel nord del Marocco. Una carriera intera condensata: Knutton, villaggio operaio inglese; Stoke City; Everton, dove diventò l’acquisto più caro della storia del club e segnò un gol che salvò una panchina e lo trasformò in uomo-simbolo. Poi la Spagna, l’Espanyol, l’America. Allenatore, viaggiatore. Kaká incluso nel curriculum. Quella sera, però, il calcio non era una carriera. Era una trappola. E’ una storia che sembra uscita da un romanzo, la racconta il New York Times.

Heath era in Marocco per un colloquio: panchina saudita, nuovo continente, nuovo capitolo. Un’altra pagina scritta dal pallone. Invece, seduto sul sedile del passeggero di una berlina a quattro porte, guardò l’uomo al volante e si chiese se proprio il calcio avrebbe messo fine alla sua vita.

I matrimoni lunghi sviluppano rituali. Quello tra Adrian e Jane Heath anche. Messaggio all’atterraggio, FaceTime dall’hotel. Sempre così. Per trent’anni. Quando il FaceTime non arrivò, Jane capì che qualcosa non tornava.

“Stai bene?”
“Sto bene”, rispose lui. “Sono solo impegnato.”

La grammatica era sbagliata. Adrian non sbagliava mai la grammatica.

“Stai bene?”
“Sì, sto bene.”

Ma la voce diceva altro. “Ci vediamo domattina.” Un minuto dopo, una lama gli sfiorava la gola.

Per oltre un anno Heath non raccontò nulla. Solo pochi amici, la League Managers Association, poi una telefonata dell’FBI: era successo di nuovo, a un altro allenatore. Parlare non era più una scelta. Era una responsabilità.

Nel dicembre 2025, gli Heath raccontano a The Athletic i tre giorni del novembre 2024. Nomi, luoghi e dettagli omessi: l’indagine è ancora aperta, tra Stati Uniti e Regno Unito. L’FBI non conferma né smentisce. La NCA britannica sì, e parla di un finto consorzio calcistico, offerte di lavoro inesistenti, minacce, soldi. “È come un film o un episodio di Homeland o qualcosa del genere”, ha detto Adrian.

Dopo l’esonero dal Minnesota United, Heath si era preso una pausa. Poi, nell’estate 2024, una chiamata: Arabia Saudita. Sembrava tutto normale. Heath chiamò contatti in Arabia Saudita, compreso Steven Gerrard. Feedback positivi. Poi l’invito finale: incontro con il proprietario. Marocco. Hotel di lusso. Biglietto aereo. All’aeroporto di Tangeri lo accolsero in due. Fiori. Sorrisi. Poi l’uscita dall’autostrada. Il buio. Le strade strette. Il quartiere sbagliato. “Avrei dovuto alloggiare in un hotel sulla spiaggia”. L’appartamento era fumoso, chiuso, irreale. Tre uomini. Silenzio. Alcol. Attesa. Poi la frase che cambia tutto.

“Funzionerà così: ci manderai dei soldi. E se non lo fai, non rivedrai più tua moglie. Non rivedrai i tuoi due figli e i tuoi nipoti.”

La notte fu infinita. “Perché avevo tempo per pensare. Pensavo: potrebbe essere finita, giusto? Non sono sicuro di riuscire a tornare a casa da qui.” Al mattino, vide entrare la moglie e il figlio di uno dei rapitori. Un bambino che guardava cartoni animati. Uno sguardo incrociato. Fu lì che capì: non avrebbe pagato. Se avesse pagato, ne avrebbero voluti altri.

Quando costrinsero Heath a chiamare Jane, lei capì subito.

“Cosa succede?”
“Ho bisogno che tu mi trasferisca dei soldi.”
“Adrian, abbiamo cambiato conto bancario meno di 12 mesi fa. Sei il nome principale. Non posso trasferire soldi senza di te.”

In Marocco, Heath si gioca l’ultima carta. “Ascoltate, non so come andrà a finire, ma in fin dei conti non riceverete soldi. Vedete che l’unica possibilità che avete di ottenere soldi è che io torni a casa e ve li mandi via bonifico. Da lì, dovrete fidarvi di me, ma è a questo punto che siamo arrivati.”

Il coltello riapparve. Poi, improvvisamente, tutto cambiò. “Come se fosse stato premuto un interruttore”, disse Heath. “Prendi la tua roba. Ti accompagno all’aeroporto”. All’aeroporto, una spinta fuori. La macchina sparì. Heath aveva passaporto, borsa, portafoglio. Mancavano solo 600 dollari.

A Minneapolis, l’FBI li aspettava. Ventotto giorni sotto protezione. Casa. Silenzio. “Quanto siamo stati fortunati. Perché, ascoltando l’FBI, dicevano solo: ‘Sei molto, molto fortunato ad essere tornato’.”

Le indagini continuano. Altri allenatori potrebbero essere stati contattati.

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