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Vialli, il dibattito sui farmaci nel calcio e l’irrilevanza del giornalismo di relazione

Alla sua morte i media hanno praticamente ignorato il processo doping. Ma, ovviamente, il caso è scoppiato lo stesso. Ignorare i fatti non serve

Vialli, il dibattito sui farmaci nel calcio e l’irrilevanza del giornalismo di relazione
Londra (Inghilterra) 11/07/2021 - Euro 2020 / Italia-Inghilterra / foto Uefa/Image Sport nella foto: Gianluca Vialli

A che cosa serve il giornalismo? La domanda ci porterebbe verso lidi lontani, ci condurrebbe tra le braccia della frase attribuita a De Gaulle – «vaste programme» – quando la folla urlò «a morte gli imbecilli”. Più modestamente, scriviamo queste poche righe per sottolineare lo stridente contrasto tra la valanga di commenti che hanno accompagnato la morte del povero Gianluca Vialli e il dibattito che è nato dopo la sua scomparsa. Dibattito alimentato da ex calciatori profondamente turbati dalle morti di Mihajlovic e Vialli.

E qui veniamo al giornalismo che ormai è diventato una sorta di accompagnamento, è un té con i pasticcini. Qua non si tratta di speculare sulla prematura scomparsa di un calciatore che è stato molto popolare. Il dibattito e gli interventi degli ex calciatori si sono susseguiti (solo oggi, sui quotidiani, ne parlano Tardelli, Sabatini e Di Gennaro) perché Vialli fu uno dei personaggi simbolo del processo doping alla Juventus. Fu uno dei due nomi tirati in ballo da Zeman nella sua ormai celebre intervista del 98 a L’Espresso in cui disse “il calcio esca dalle farmacie”.

Il giornalismo di relazione ha del tutto omesso questa vicenda (tanto per dirne una, ha omesso anche che Vialli fu la più grande delusione di Italia 90 e che ciononostante venne schierato da Vicini titolare in Italia-Argentina al posto di Baggio). Ma queste omissioni hanno il solo risultato di condurre il giornalismo sempre più nell’irrilevanza. Perché, come si deduce dagli interventi di Dino Baggio e gli altri, il collegamento è stato naturale. Non è omettendo le notizie su quel passaggio della vita di Vialli che si ferma e condiziona l’opinione pubblica. Il giornalismo che non fa il giornalismo, non condiziona un bel niente. Non solo, ma poi è costretto soltanto a subire. I fatti vanno ricordati. Ricordarli non significa accusare o infangare la memoria di una persona scomparsa.

Si sarebbe potuto (in realtà dovuto) raccontare Vialli per quello che è stato, a 360 gradi. Un grande calciatore, un personaggio molto popolare, e che fu coinvolto anche in quella vicenda. Ovviamente Mancini ha ragione: bisogna stare attenti, ci sono tante persone colpite dalle stesse malattie e che non sono stati atleti professionisti. Ma il tema, ovviamente, è esploso. E il giornalismo di relazione è stato costretto a prenderne atto.

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