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CorSport: per quelli come Ilicic non ci sono filtri. Non ce la fa a fingersi quello che oggi non è

Il commento di Dotto: “Si chiede ai calciatori di prestarsi come le attrici, le infermiere e le puttane di un tempo, spedite al fronte per consolare le pene di un’umanità sofferente. Josip non ci sarà, perché è dalla parte di chi soffre”.

CorSport: per quelli come Ilicic non ci sono filtri. Non ce la fa a fingersi quello che oggi non è

Sul Corriere dello Sport Giancarlo Dotto scrive di Ilicic, sparito, per chissà quale dolore che lo tormenta. Il Corriere della Sera, ieri, scriveva che forse Ilicic non ha sopportato i morti e lo strazio di Bergamo. Per lui, semplicemente, sono stati troppo.

Dotto racconta il volto del calciatore, turbato da chissà quale peso.

Quello di Josip è un volto appeso a una malinconia vicina allo spavento. Qualcosa che ha visto, che ha percepito, che solo lui sa, e forse nemmeno lui sa“.

E continua:

Nel bla-bla della vita liofilizzata, plastificata, dunque negata, il calciatore di successo che soffre, senza apostrofo, è un paradosso paragonabile a quello di una statua di plastica che si dà fuoco perché ha scoperto un giorno di non essere riciclabile. Ilicic che non partecipa alla sua festa promessa, la consacrazione Champions, è l’attore che va a pesca con i parenti il giorno in cui, forse, vincerà l’Oscar. L’altro bla-bla imperversante, i calciatori che non avrebbero un’anima. Ce l’hanno a tal punto che passano la vita a diventare un luogo comune per scansare la fatica di averne una. Si fingono e sembrano intangibili, salvo andare in pezzi al primo scroscio di vita. Non tutti e non certo Josip. Nella sua vita, a quanto risulta, non passa da ieri il vascello fantasma, che chiamano “male oscuro” perché non si sa da dove viene, perché viene e dove andrà“.

Ilicic sa bene cosa sono i fantasmi, scrive Dotto. Solitario e silenzioso fin dai tempi del Palermo.

“Parla poco e sorride meno. Zero tendenza al rumore consolatorio della socialità. I compagni li rispetta, ma non li cerca”.

Dopo il lockdown è cambiato.

“Uscito dalla clausura di Bergamo, smagrito e svuotato, da tutto ciò che aveva visto, ascoltato, vissuto. Al di là dei morti e degli ammalati, come tanti altri crivellato di colpi. Ha provato a giocare a calcio, Gasperini e i compagni sono stati padre e fratelli, ma la sua palla al piede era piombo e non diventava piuma. Il sistema protegge i suoi pollastri d’oro. Li fornisce di cuffie gigantesche per non sentire i suoni sconci della vita reale. Per quelli come Josip non ci sono cuffie, non ci sono filtri. Prima ancora, a Firenze, lo aveva prostrato la perdita dell’amico Davide Astori. E, prima ancora, l’infanzia in una Slovenia piena di guerra. E, ancora prima, il papà mai conosciuto, mai chiamato, per sempre perduto, quando aveva sette mesi”.

Oggi, a 32 anni, Ilicic non riesce a fingere di essere diverso da quello che è.

Non ce la fa a fingersi quello che oggi non è. Si chiede ai calciatori, ai giorni nostri, di prestarsi come le attrici, le infermiere e le puttane di un tempo, spedite al fronte per consolare le pene di un’umanità sofferente e smarrita. Josip non ci sarà, perché lui, ora lo sappiamo, è dalla parte di chi soffre. Non averlo con noi significa una sola cosa: desiderare di riaverlo quanto prima”.

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