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Anche De Laurentiis si è arreso a Napoli e al desiderio di essere amato

Succede col passare degli anni (insomma si invecchia). A Napoli si è nostalgici in età prescolare, Sarri e il sarrismo sono perfetti per questa svolta

Anche De Laurentiis si è arreso a Napoli e al desiderio di essere amato

Poche cose sono più seducenti per gli esseri umani del calore che deriva dalla sensazione di sentirsi amati. Complice anche un vasto lavoro di marketing su scala globale – dagli anni di catechismo al successo di libri e film come Incompreso – tutta la società ci insegna la paura di rimanere isolati.

La paura di rimanere isolati

Non è un crimine. Anzi, su questa paura colossi informatici hanno creato veri e propri imperi, meglio noti come social network. Essere impopolari spesso non è piacevole. Genera più interrogativi di quanti ne abbia una persona che percepisca di essere curata, ammirata, seguita dal prossimo. E con il tempo, per tutti, cresce il timore di finire con l’essere irrilevanti, inascoltati. Si chiama vecchiaia e nessuno ne è esente.

Non se ne può sottrarre neanche Aurelio De Laurentiis. D’altra parte, l’immortalità spetta solo a pochi eletti che se la sono guadagnata. E per essere Keith Richards bisogna seguire una trafila diversa.

L’impressione è che il presidente del Napoli sia cambiato negli ultimi anni in parte perché non è umanamente possibile continuare a combattere una guerra giornaliera contro tutti mantenendo lo stesso smalto ed il medesimo entusiasmo di più di un decennio fa. In altra parte perché, appunto, anche lui ha optato per il voler essere amato e cerca oggi di andare comprensibilmente all’incasso. Visto che ha regalato più di un bomber, qualche trofeo e anni di divertimento ad una folla che in larga parte lo detesta.

Il punto è che, per un osservatore esterno, la sterzata di De Laurentiis verso l’amore cosmico presagisce un periodo di lunga noia, quella che finisce col generare negli altri chi ha l’ansia da accettazione. L’era moderna ha persino trovato un lavoro per questo umano affanno – li chiamano influencer.

La nostalgia

De Laurentiis ci ha provato a dimenticare. In un sussulto di giovinezza ha ingaggiato Ancelotti come si imbraccia la bottiglia di whiskey dopo una lunga storia, per il doloroso oblio. Purtroppo era già troppo tardi e la sua immaginazione aveva ormai allestito lo spazio dal quale, a Napoli, non si scappa più: la nostalgia.

A Napoli si è nostalgici già in età prescolare. Il sarrismo, immaginifico per definizione ed illusorio per la storia – dunque perfetto per noi napoletani -, era il suo luogo d’elezione ed il ricordo nostalgico di quel periodo, che esiste e cresce in città, è dove egli sente di poter tentare di saldare l’amore mai nato con la tifoseria. E salvare, legittimamente, un patrimonio che può sgretolarsi.

Noi continueremo a tifare Napoli in ogni dove, poiché ancora non siamo affetti da quel divertente disturbo della personalità che ha afflitto e ancora affligge tanti “sostenitori” azzurri. Sarà un tifo annoiato ma pur sempre aperto ad una qualche speranza. Col senno di poi, era forse meglio andarsele a vedere quelle partite allo stadio, cari amici napoletani, invece di perseverare in tante considerazioni vuommecose.

Ma questo essere leziosi e lamentosi è il carattere distintivo di chi è in cerca di amore e di chi, per ottenerlo, è disposto a confezionare qualunque polpettone popolare, sia esso cinematografico o in forma di ennesima statuina del presepe.

Il sarrismo teatrale

Negli ultimi giorni di avvento che stiamo vivendo, ad esempio, non mancherà il napoletanissimo polpettone amoroso di Natale in Casa Cupiello. Il nostro sarrismo teatrale che, col medesimo meccanismo illusorio del progenitore calcistico, convince tantissimi partenopei di essere grandi esperti di teatro perché conoscono a memoria le battute di Nicolino Percuoco, fabbricante di bottoni.

Interessante, a riguardo, un libriccino di Natale Fioretto (docente alla Università per Stranieri di Perugia) dal titolo Dal Vesuvio alla steppa che, per trattare del difficilissimo lavoro del traduttore, a metà tra autore e scienziato, discute della complessa traduzione della famosa commedia di Eduardo De Filippo in russo. Viene fuori un aspetto curioso, cioè che nella pur secolare tradizione russa, incredibile a dirsi, non è presente il presepe. Ragion per cui non esiste una parola che traduca, in modo secco e definitivo, quell’universo di significati che contiene questo termine alle nostre latitudini. Così il traduttore, vestendo più i panni dell’autore che dello scientifico interprete, decide di utilizzare la parola russa equivalente all’italiano “giocattolo”. Il risultato di questo piccolo mutamento, entusiasmante, è che la commedia, tradotta e rappresentata in russo, va completamente fuori controllo ed un nuovo universo di significati nascosti esplode sotto gli occhi del lettore.

“A volte si ha come la netta sensazione che Luca Cupiello giochi al presepio con previa consapevolezza […]L’innocenza viene completamente sacrificata. Il personaggio che ne scaturisce è senz’altro tenero e umoristico, forse anche crudele, ma non ha più nulla dell’innocenza francescana che Eduardo gli aveva attribuito. […] Il presepe per lui costituisce una specie di droga.

Luca Cupiello incarna una sorta di follia, di estraneità alle miserie, umane e familiari. Il presepio, attorno al quale si adopera con tanta cieca ostinazione, è solo la forma tangibile del suo rifiuto di accettare il tempo che passa, la mutevolezza dei sentimenti e la fatale degradazione di ogni cosa”.

A quasi novant’anni dalla sua stesura, avendo avuto a disposizione un’opera d’arte sul conflitto umano e sul delirio dei rapporti familiari, il nostro lessico e la nostra costante nostalgia sono riusciti a trasformare Luca Cupiello nel nonno buono di casa. Neanche lui è scampato al desiderio di sentirsi amato. Fin quando non è arrivato uno straniero, curioso e di esperienza. Che è riuscito a scrivere un libro prima di emigrare di nuovo a Liverpool.

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