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A.A.A. Cercasi esperto di Var. Caressa tiene lezioni, in Inghilterra fanno il 68 (cioè la rivolta)

Post-partita monopolizzati dalle spiegazioni tecniche, un errore dopo l’altro. E in Inghilterra la Bbc fa addirittura il “processo” online del lunedì

A.A.A. Cercasi esperto di Var. Caressa tiene lezioni, in Inghilterra fanno il 68 (cioè la rivolta)

 

L’arbitro non decide perché tanto c’è la Var, e la Var non interviene perché c’è l’arbitro.

Magari fosse semplice come la mette giù Klopp. Prospettive in 3D, proiezioni ortogonali di gomiti e ascelle, software che disegnano linee bi-colori per togliere all’uomo la possibilità di sbagliare ma che lasciano l’uomo in un fumo di incomprensione a tratti imbarazzante: la Var è diventata uno sport a sé.

In Italia abbiamo abbondantemente tutti passato l’esame di Var 1, quello che tratta il singolo caso, il gol annullato, il fuorigioco segnalato. Ora siamo al Var 2, una materia impalpabile fatta di considerazioni a volte persino morali, sul tempo e sulle opportunità: quando si usa, come si usa, chi c’è dietro. Gli abbiamo dato un nome burocratico: il Protocollo, cercando di rendercelo consolante. È quel nostro infantile bisogno di procurarci “delle regole certe”, come se il calcio non fosse uno sport di situazioni, di zone d’ombra. Come se il computer potesse beccare al millimetro l’incidenza della rotula dell’attaccante nel microsecondo nel quale il pallone lascia la suola dello scarpino del centrocampista e annunciare: è così e basta. No, non è così e basta.

Ieri sera, dopo il posticipo Fiorentina-Lazio, l’abituale “salottino” di Caressa su Sky è stato monopolizzato dalla Var. Perché da quando il capo degli arbitri Rizzoli ha tenuto un informale corso di aggiornamento alla redazione di Sky, da quelle parti si sentono – forse giustamente – depositari del sapere. Loro sanno. E cercano di spiegarcelo, a noi che non invitiamo Rizzoli a cena. E così è stato per De Ligt, e per il rigore su Pjanic, per non parlare del gol in fuorigioco o forse no di Lukaku su assist di Candreva.

Caressa ha imbastito una lectio “facendo la parte del diavolo”, che sarebbero gli arbitri. Rispondendo a tutte le obiezioni dei suoi opinionisti, sudando la camicia bianca e il ciuffo, prendendo le distanze talmente tanto che ad ogni sguardo obliquo di Capello finiva mezzo metro più indietro. Costacurta, ammirato, si è complimentato per l’impegno e la chiarezza. Ma l’impressione è che il dibattito resti infinito, e all’unanimità la sentenza sia: “così non si può andare avanti, non si capisce più niente”. Non ne possono più nemmeno loro, in fondo.

Questo perché il gol di Immobile al 90′ era condito da un precedente non-fallo di Lukaku su Sottil finito sotto esame della Var per svariati minuti, con arbitro e giocatori in attesa in campo. Una scena già vista decine di volte. Arriva Montella in collegamento e sgancia sullo studio LA domanda:

“Io non capisco: un episodio decisivo a cinque minuti dalla fine, perché non andarlo a vedere in tv?”

Il diavolo che veste Caressa, vacilla. E non c’è effettivamente molto da contraddire. “Dà fastidio – ribadisce Montella – la cosa grave è non andarlo a vedere, nel momento in cui il Var offre questa possibilità. Poi sull’errore di valutazione non discuto. Ma io alleno da 7-8 anni e non ho mai parlato degli arbitri così tanto come nell’ultimo periodo da quando c’è il Var”. A chi lo dice, pensano tutti in studio, per non parlare di quelli a casa che ancora ricordano il “moviolone” di Biscardi come una passeggiata di salute.

Sui rigori ormai è caos: solo questo weekend tra quello “marziano” alla Juve, quello rimangiato al Napoli, quello negato al Cagliari, e l’appendice del posticipo c’è materiale per farci un paio di ore buone di dibattito. Il punto però è che non se ne viene a capo mai, sopratutto perché i rivoli regolamentari, di prassi e interpretazione, sono pressoché infiniti: se valgono i precedenti (la scivolata non fallosa su Pjanic in Lecce-Juve) e le nuove regole (il fallo di mani punto sempre e comunque) l’area di rigore è diventata un’inferno di tolleranza zero. Basta guardare, riprendere, rallentare e vivisezionare. Tanto che pure le tv – Sky appunto – ormai si sono caricate sulle spalle un ruolo da protagonista consapevole.

Ad un certo punto Caressa mostra Ribery che spintona due volte un assistente a fine partita. Quelle immagini si trasformeranno, probabilmente, in una squalifica, e lo stesso conduttore dopo aver lanciato il sasso ritira la manina: “L’abbiamo fatto vedere perché ci hanno detto che si era già visto in diretta, altrimenti…”. Come a dire: “Ora non è che lo squalificano per colpa nostra, eh”.

Ogni giornata una goccia fa traboccare un vaso, e dopo appena un paio di mesi il pavimento della serie A è allagato. Quel meraviglioso strumento di giustizia superiore è finito per diventare uno spauracchio. E soprattutto, per molti, un’arma in mano ai superiori per i superiori. La cultura del sospetto, a noi italiani, non manca mai. Ma basta fare un salto in Inghilterra per capire che, forse, il problema non siamo noi. Sono “le macchine”. Che da quest’anno hanno conquistato la Premier e fomentato il proverbiale understatement british fino a rivoltarlo: la odiano, la Var. E ci si accapigliano, un sacco, fanno quasi tenerezza. Persino la BBC oggi apre la sua home di sport con un “live” di commenti sul weekend della Var. Gli abbiamo inoculato il Processo del lunedì, quando sembravano immuni.

Poiché da quelle parti sono avanti, hanno già trovato il punto fermo della discussione:

“L’unica cosa su cui tutti possiamo essere d’accordo su Var… è che non possiamo essere d’accordo su Var”

Non usano il “the”, l’articolo, non è una persona la Var. Var è un’entità brutta e cattiva, cercano di tenerla un po’ a distanza. L’eradicazione dell’ “errore chiaro ed evidente” non è chiara ed evidente per niente, nemmeno oltremanica.

Sabato, durante la vittoria del Brighton sull’Everton, VAR è intervenuta per assegnare un rigore per la prima volta in Premier. Ne è scaturito un casino. Il tecnico dei Toffees, Marco Silva, ha dichiarato che il sistema è “difficile da capire”. Stanno friggendo nel cercare di capire almeno quando si usa o non si usa. Nelle prime nove settimane della stagione – scrive la Bbc – Var è stata criticata per non essere intervenuta abbastanza, per aver lasciato l’arbitro libero di decidere anche quando sembrava che un attaccante fosse stato ferito in area di rigore, in particolare con il fallo di Jan Vertonghen su Gerard Deulofeu nel pareggio tra Tottenham e Watford.

E la scorsa settimana, il manager del Burnley Sean Dyche aveva detto: “Penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che sono stati dati alcuni rigori che avrebbero dovuti essere annullati. E li dovrebbero annullare se pensano sinceramente che siano frutto di decisioni sbagliate”.
Ora, una settimana dopo, Var è criticata per essere intervenuta anche in caso di contatto minimo.

Il caso più bizzarro di sabato è sulla paternità di un gol, in Manchester City-Aston Villa: gol assegnato a Kevin de Bruyne perché la Var ha ammesso di non poter determinare con replay chiari che il pallone fosse stato deviato invece dal compagno di squadra David Silva che invece era in fuorigioco. In caso contrario, il gol sarebbe stato annullato. La cosa bella è che il gol ufficialmente è stato poi assegnato a Silva dal Goal Accreditation Panel della Premier League, un organo indipendente che non risponde ai criteri usati dalla Var.

 

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