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Non c’è speranza col razzismo negli stadi italiani

La perfetta sintesi di Conte (Antonio): “Qui non viene punito nessuno”. Ronaldo fa vendere magliette ma devi fargli tirare tutte le punizioni

Non c’è speranza col razzismo negli stadi italiani

FALLI DA DIETRO – COMMENTO ALLA 4° GIORNATA DEL CAMPIONATO 2019-20

Si chiama “Strongest togheter” la campagna di sensibilizzazione lanciata dal Milan per contrastare il fenomeno del razzismo negli stadi, e inaugurata in occasione del Derby.

Fenomeno che Conte (il tecnico, non l’altro) riassume icasticamente così: “Qui non viene punito nessuno”.

Già. Il suicidio italiano.

Perché se un Paese non punisce i colpevoli e non premia chi merita, quel Paese è è un Paese morto.

Qualcosa si muove. Era ora. Sempre che non sia la solita mossa di facciata.

C’è molto da fare.

Informarsi ad esempio come fa ad entrare nelle curve quella santa barbara di petardi e altro materiale simile in maniera tanto massiccia da coprire incessantemente tutti i 90 minuti, recupero compreso. Roba che nemmeno a Bagdad nel 91.

C’è molto da fare. Ammesso che se ne abbia davvero voglia.

In campo i Suninter sono più squadra e alla fine vincono con merito.

Anche se ai Casciavit negano un gol forse regolare per fallo di mano di Kessie.

Anche se ai bauscia ne concedono uno che appena una decina d’anni fa sarebbe stata annullato. Per fuorigioco attivo di Lautaro.

Ma sono più squadra i Suninter. Godin è un mostro, Sensi è meno “fenomeno” del solito ma comunque in grado di far impazzire il povero Conti. Lukaku una palla riceve e non la sbaglia.

Ai rossoneri tocca stare zitti a andare a spolverare le coppe.

Inguardabili. Romagnoli sarà elegante ma lì dietro bisogna ruggire. Suso. Si fa 80 metri, si beve mezza squadra avversaria. dovrebbe aprire, ma non lo fa. Da rincorrere con l’ombrello. Piatek da ceffoni a voltabraccio.

Per non dire di Rodriguez. A un certo punto Giampaolo avvilito si gira verso la tribuna e propone a Maldini un cambio. Lui in campo e lo svizzero dietro una scrivania.

Non era una partita come le altre allo Stadium.

È la prima dopo gli arresti ultras.

Stato di massima allerta da parte delle forze dell’ordine. Tensione a mille nelle curve, per la prima volta senza striscioni.

In un clima così sospeso e irreale la partita è l’ultima cosa.

L’Hellas domina. Ma gli ergastolani sono brutti e fortunati. E se la sfangano devono ringraziare la traversa al 90′ e quel quarantenne fra i pali che alla fine sarà il migliore in campo.

Il bello del Toy Boy è che fa vendere tante magliette in tutto il mondo.

Il brutto è che devi fargli tirare tutte le punizioni, quando col Piccolo Principe faresti gol a ogni colpo.

Chi non mangerà il panettone? Sarri o Giampaolo?

Per gli azzurri non è facile dimenticare mercoledì. La notte magica di mercoledì. E il trionfo contro la più forte del mondo. Non è facile dimenticare quella partita già entrata nella storia.

Re Carlo scompagina tutto. Sbatte in attacco la coppia pesante. Le torri gemelle. Arcadio, l’Armadio di cristallo, convalescente dai noti guai muscolari, insieme con il Leone basco.

Fernando Javier Llorente Torres, da Pamplona ha trentaquattro anni. Meno di un mese fa era un calciatore svincolato in prepensionamento. In venti giorni ne fa tre più un assist. E al Via del Mare alla fine sarà lui il migliore in campo.

Insieme all’altro spagnolo. Lo straripante Fenicottero andaluso, schierato anche lui a sorpresa al posto del Lazarillo insostituibile.

Test poco attendibile. Divario di classe, capacità di palleggio e di fraseggio a centrocampo abissale. Dominio assoluto. È la vittoria di un mister regale che sa gestire tutto. Emozioni, scontenti, diffidenze. Perché tutte le ha viste.

È la vittoria scaccia crisi quella degli Aquilotti contro i parmigiani.

Ed è la vittoria di Ciruzzo della Torre. Segna all’Olimpico dopo quasi un anno, viene sostituito e s’infuria con Inzaghino platealmente in un’interminabile incazzatura.

È la vittoria della determinazione quella dei Sangue-Oro che sbancano il Dall’Ara allo scadere con un gol meraviglia del Ciclope Bosniaco. Ora sono quarti e imbattuti. Fonseca sta trasmettendo alla squadra il suo spirito di battaglia.

Determinazione. Una parola che è tutta la vita di un altro grande campione. Frank Ribery. Fatemi confessare un amore. È un personaggio che farebbe felice David Lynch, questo trentaseienne francese con un’infanzia dolorosa da raccontare.

Ieri a Parma a mezz’ora dalla fine, grande pressione di Chiesa che scippa la palla a Palomino. Parte come un treno e mette la palla al centro. Frank Ribery aggancia al volo in scivolata e mette nell’angolino il gol più bello della giornata.

Ma al Tardini c’è altro da raccontare.

C’è molto da fare, dicevo.

Dalbert zittisce la curva bergamasca che intona cori razzisti. L’arbitro ferma il gioco per quattro minuti. Lo speaker richiama i tifosi atalantini. Lo stadio fischia in massa.

Niente. Non c’è speranza.

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