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Ponte Morandi: Per i periti del gip la metà dei cavi era corrosa al 100%

Depositata ieri la relazione sullo stato del viadotto. Gli esperti scrivono che negli ultimi 25 anni la manutenzione è stata inefficace. Autostrade contesta: “Il degrado non ha provocato il crollo”

Ponte Morandi: Per i periti del gip la metà dei cavi era corrosa al 100%

Tra dodici giorni ricorrerà il primo anniversario della tragedia del Ponte Morandi. In un attimo, alle 11,36 del 14 agosto dell’anno scorso, il viadotto sul Polcevera si sbriciolò, divorando 43 vite umane.

Oggi, sui giornali, l’esito della perizia degli esperti, chiamati dal Tribunale a giudicare la conservazione del viadotto e la sua manutenzione.

La relazione, firmata dai professori Giampaolo Rosati, Massimo Losa e Renzo Valentini, è stata depositata ieri. Si basa sulle analisi dei laboratori svizzeri Empa e genovesi Sgk. 75 pagine durissime, da cui risulta che l’anima degli stralli che reggevano il Ponte era gravemente malata.

Lo racconta nel dettaglio Il Secolo XIX.

I periti scrivono di essersi concentrati sul famoso reperto 132, considerato, da Procura e Guardia di Finanza, la prova principe dell’inchiesta.

Si tratta del punto di congiunzione tra la sommità della pila 9 e i tiranti. In questo punto i periti scrivono che i trefoli (cioè i cavi di acciaio che formano gli stralli) sono notevolmente assottigliati, tanto da compromettere “la resistenza a rottura per trazione”.

Un quinto dei cavi principali, quelli centrali e più spessi (i periti parlano del 19%) “sono corrosi al 90-100%” . Il 22% al 75%; il 27% è corroso al 50%; il 18% al 25%.

Solo il 14% può considerarsi del tutto sano, «con fili per nulla corrosi o con modesta riduzione di circa il 10%».

Va peggio sui cavi secondari. Il 35% (uno su tre) è corroso al 100%; un altro 30% ha riduzioni dovute alla corrosione del 75%; il 20% è ridotto del 50%; il 12% del 25%; e, infine, solo il 3% ha danni trascurabili, circa il 10%.

Considerandoli tutti insieme, scrive Il Secolo, il 41% dei cavi primari e il 65% dei secondari era corroso in modo sensibile, fra il 75 e il 100%. Il 68% dei primari e l’85% dei secondari aveva danni da corrosione tra il 50% e il 100%.

Fenomeni di corrosione e riduzione di sezione che, concludono i periti, hanno “effetti diretti sulla sicurezza strutturale”.

Una parte dell’ammaloramento, che, chiarisce il quotidiano genovese, non interessa solo gli stralli ma anche altre componenti del viadotto, viene imputato anche a tare originarie, “difetti di iniezione” del calcestruzzo, che avrebbero provocato delle “fessurazioni presenti nella fase di realizzazione dell’opera”.

Questo sullo stato di conservazione. Peggio, se possibile, dal punto di vista della manutenzione, giudicata, in vari passaggi, “non efficace” o “provvisoria”, soprattutto “negli ultimi 25 anni”. Vale a dire dopo la privatizzazione della rete autostradale.

Ma il degrado, scrivono gli esperti, era “diffuso e generalizzato”.

Su questi numeri si giocherà il processo. E per questo motivo Autostrade promette di dare battaglia, dichiarando di non essere d’accordo con la relazione.

Per la concessionaria la corrosione media generale era sotto al 50%. I tecnici sottolineano un altro passaggio della relazione, in cui “lo stato di conservazione dei cavi dei tiranti (non quelli del reperto 132, ndr) non mostra particolari segni di degrado”.

In una nota della società si legge:

“Le percentuali di corrosione riportate nella tabella della perizia confermano in realtà che la capacità portante degli stralli era ampiamente garantita. Quindi, l’eventuale presenza di una percentuale ridottissima di trefoli corrosi fino al 100% non può in alcun modo aver avuto effetti sulla tenuta complessiva del Ponte. Le presunte “prove regine”, emerse nel corso degli ultimi mesi, non hanno trovato finora nessuna corrispondenza oggettiva”.

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