I tifosi del Napoli disertano il San Paolo perché la Serie A è truccata

Il campionato è irregolare anche col Var, falsato da continui favoritismi alla Juventus. Tifosi stanchi di un gioco non limpido che nessuno denuncia (né i media né i club)

I tifosi del Napoli disertano il San Paolo perché la Serie A è truccata

Vincerà sempre la Juventus

Il Napoli di questi anni è forte come quello degli anni di Diego. Lo testimoniano i punti fatti in campionato, i record superati costantemente, la qualità universalmente riconosciuta del gioco e della rosa (pur senza i campioni straordinari di fine anni ’80). E allora, come si spiega che i tifosi napoletani disertino in massa il San Paolo? Perché quello che per decenni è stato definito il tifo più caldo d’Italia si è ridotto a una scialba copia di sé stesso che si nutre di una mitologia più tramandata che vissuta, più raccontata che reale? Dove sono gli appassionati 50 mila che in serie C accolsero il Cittadella?

Premesso che il prezzo dei biglietti per il San Paolo è ormai stabilmente irrisorio e che l’antipatia verso De Laurentiis (a mio avviso inspiegabile se non nei limiti di una superabile insofferenza ad alcuni atteggiamenti un po’ sguaiati) è un argomento sbandierato soprattutto da quegli stessi gruppi organizzati delle curve che poi – bisogna dirlo – sono gli unici sempre e comunque presenti sugli spalti, il quesito merita un’attenta (e lunga) analisi.

In questi giorni molti giornalisti e lo stesso Adl hanno cercato le ragioni della latitanza del tifoso azzurro: il fatiscente San Paolo privo dei più elementari confort con una visione del campo non certo ottimale e la mancanza di un maxischermo; l’imborghesimento dei tifosi che preferiscono guardare la partita in tv; la delusione seguita al mancato scudetto dell’anno scorso; la fuga da record della Juve scappata a + 9 dopo appena 10 partite. Tutte risposte comprensibili, ma nessuna, a mio avviso, centra il nucleo del problema né tantomeno spiega come mai, in altre piazze (vedi Milano), lo stadio abbia riguadagnato appeal aumentando le proprie presenze dopo i clamorosi cali di inizio decennio.

Realtà ignorata dai media e dai presidenti (compreso Adl)

La verità, volutamente ignorata da tutti i mass media nazionali e comprensibilmente taciuta da Adl, è purtroppo un’altra. Il tifoso napoletano diserta lo stadio per colpa della Juventus. Ma a differenza di quanto si pontifichi in alcuni prestigiosi salotti televisivi, la causa non è la (presunta) superiorità tecnica della Juve che determinerebbe un senso di avvilimento tale da scoraggiare qualunque tifoso a credere in una rincorsa al primo posto. Il tifoso del Napoli diserta lo stadio perché non vede più il senso di seguire un campionato, quello di Serie A, che anno dopo anno ha perso credibilità a causa delle scellerate decisioni arbitrali orientate sempre in direzione dei “non colorati”, delle ammonizioni comminate con chirurgica strategia a dispetto di qualunque coerenza anche all’interno della stessa partita (si veda Juve Napoli del girone d’andata), del protocollo Var perfettamente funzionante e (in)spiegabilmente modificato dopo i primi sbuffi di Allegri e Buffon che in tv ne criticavano apertamente l’utilizzo, dei monitor consultati solo quando c’è la possibilità di modificare la decisione in favore dei bianconeri e sistematicamente ignorati quando potrebbe penalizzarli.

Il lunghissimo elenco di favoritismi, continuamente aggiornato

I tifosi napoletani non vanno più allo stadio perché sono stanchi del fallo di mano impunito di Bernardeschi a Cagliari, degli accerchiamenti mafiosi all’arbitro Guida di Fiorentina Juventus, della mancata espulsione di Pjanic a San Siro a una settimana dall’imperioso stacco di testa di Koulibaly, del rigore inventato su Dybala ad Empoli, dei derby di Torino sistematicamente inquinati da espulsioni faziose e rigori negati, del Napoli costantemente in attacco che ha un solo rigore a favore contro i 6 della Juve, di Bonucci non espulso contro il Milan, dello sgomitante Chiellini che riesce miracolosamente a completare i campionati senza diffide o espulsioni, delle supercoppe arabe assegnate a tavolino per celebrare Cr7, di Allegri che critica impunemente il perfetto arbitraggio di Banti in Atalanta Juve, di direttori sportivi che prendono ordini dai Marotta di turno, di 108 calciatori di proprietà della Juve che si ritrova così ad ogni partita a giocare “contro” almeno un paio di propri tesserati, dei rigori negati al Napoli contro il Chievo e contro il Milan, di un campionato che dovrebbe vederci al massimo a meno 3 dalla capolista e che invece ci vede disillusi inseguitori a meno 9, dell’omertoso silenzio dei giornalisti e dei commentatori che, temendo di perdere il posto di lavoro (Pistocchi docet) o i loro preziosi clienti/spettatori (la maggioranza sono juventini), non adombrano mai alcun sospetto limitandosi, nei casi più eclatanti, a sottolineare il singolo errore dell’arbitro senza mai avere l’onestà intellettuale di collegarlo ad altri episodi e dedurne una consolidata malafede pro Juve, della composizione geografica dei salotti televisivi (a titolo esemplificativo si guardi l’autorevole Sky calcio club) imbottiti soltanto di ex giocatori della Juve, dell’Inter e del Milan.

Il peso politico della Juve e di Agnelli

Pretendere che i presidenti delle altre squadre di seri A denuncino tutto ciò è irrealistico e non certo per il timore di un banale deferimento. Gli interessi in gioco sono troppo alti. Lo sa bene lo stesso Adl che da qualche anno si limita a fare innocuo sarcasmo a fine campionato. Contestare frontalmente la Juventus farebbe, infatti, definitivamente naufragare la già remota speranza del Napoli di accedere dalla porta principale all’ormai prossima superlega promossa dall’Eca a capo della quale c’è (neanche a dirlo) Agnelli.

Screditare troppo apertamente la regolarità del campionato comporterebbe inoltre un nuovo crollo di appeal della serie A sui mercati (televisivi) internazionali con conseguente riduzione del fatturato e del valore stesso della Ssc Napoli. Nella mente di tutti gli attori del sistema calcio, dai presidenti ai giornalisti, è ancora vivo il ricordo delle macerie (sportive, ma soprattutto finanziarie) lasciate dal terremoto Calciopoli che, con la retrocessione della Juve, la revoca degli scudetti e la figuraccia internazionale, comportò il lento scadimento della serie A a favore della Liga e della Premier. Serie A che per i 10 anni successivi, al netto dell’exploit dell’Inter del triplete, è crollata in termini di valore e di credibilità come dimostrato dalla diaspora di talenti e dall’inedito lungo digiuno di successi europei. Chiarito dunque che i media non hanno interesse a smascherare le malefatte di questo teatrino per i cui diritti tv hanno pagato miliardi di euro e che gli stessi presidenti delle squadre di calcio hanno altrettanto interesse (finanziario, non certo sportivo) a non perdere nuovamente valore rispetto alla Premier e alla Liga, ecco che il grande sconfitto è il tifo.

Basta girare per Napoli per rendersi contro che qualcosa si è spezzato. Non nei confronti della nostra squadra che continuiamo ad amare ed ammirare. Ma nei confronti di questo campionato che pur avendo la media gol più alta tra i top 5 d’Europa risulta agli occhi dei più sempre meno spettacolare e più irregolare. Siamo (mi ci metto anche io) stanchi di farci prendere in giro da un sistema che finisce o – cosa ugualmente grave –  dà la sensazione di finire sempre e comunque per favorire la Juventus che, annebbiata dal desiderio di auto risarcirsi delle sentenze di Calciopoli e chiaramente focalizzata sulla Superlega europea, non sembra aver alcun interesse a restituire appeal alla Serie A.

Dai complottisti più convinti ai semplici rassegnati, a Napoli siamo ormai tutti consapevoli che nessun record di punti potrà mai regalarci lo scudetto perché la Juve farà sempre e comunque un punto in più. Una disillusione che sotto il Vesuvio è più profonda e devastante rispetto ad altre piazze perché negli ultimi anni è stata una corsa a 2 tra Napoli e Juve. E mentre le altre squadre si perdevano dietro i gas di scarico delle proprie inadeguatezze tecniche, programmatiche e societarie, questo straordinario Napoli correva fianco a fianco della Juve e da quella postazione privilegiata ha potuto constatare quanto quella corsa fosse truccata. I napoletani hanno iniziato a seguire con attenzione tutte le partite dei rivali bianconeri. E quasi ogni settimana hanno avuto la conferma di quanto la gestione dei cartellini, dei falli e del Var abbiano potuto ridurre la magnifica casualità del calcio a un monotono copione.

È stato questo disincanto a rendere insopportabile l’idea di pagare un biglietto per partecipare a una recita così smaccata da essere diventata parodia. Il Var avrebbe dovuto garantire una maggiore regolarità al campionato consentendo ad arbitri e istituzioni di valutare obiettivamente quanto accade in campo. È evidente che non sia andata proprio così. Ma le partite in tv le vedono anche i tifosi. E quelli sì che valutano e commentano. Lo testimonia il successo social della campagna #juveout.

E così, mentre i media ufficiali fingono di ignorare il vero significato delle caute metafore di Sarri (da “l’attacco al palazzo” al famosissimo “scudetto perso in albergo” grottescamente interpretato come un crollo mentale del Napoli di fronte alle continue vittorie della Juve e non come la rassegnata presa di coscienza dei giocatori dell’impossibilità di vincere uno Scudetto che, nel primo anno del Var, doveva giocoforza andare alla Juve) e si fregano le mani per il prestigioso arrivo del 34enne Cr7, i tifosi di tutt’Italia si uniscono nello sdegno contro la Juve.

Una società arrogante che nulla sembra aver imparato dalla lezione di Calciopoli, da quella parentesi vergognosa che suggerirebbe silenzio e redenzione e che, invece, Andrea Agnelli, con la stessa etica distorta che lo portò nella pancia del Bernabeu a criticare un arbitro per aver concesso un rigore sacrosanto al Real Madrid, continua a riproporre esibendo (ingiustamente e illegalmente) il numero 36 (negli annali gli scudetti sono 34) allo Stadium. In una delle rarissime occasioni in cui un eroico giornalista ebbe a chiedergli spiegazioni in merito, lo sfacciato Andrea rispose che nel salotto di casa propria espone le foto che preferisce.

Beh, quella frase è stata di ispirazione per molti tifosi napoletani che hanno deciso di seguire questa farsa dal salotto di casa propria. A parte gli ultras delle curve che vivono lo stadio e la maglia come una fede totalizzante che prescinde dagli avversari e dalla serie nella quale si gioca, la passione del tifoso ordinario si è comprensibilmente affievolita, ridotta ormai a tiepido passatempo da consumare sulla poltrona di casa. Per riportare il tifoso napoletano allo stadio non servirà costruire uno stadio nuovo, lanciare campagne antirazzismo, fare promozioni per i bambini o abbassare ulteriormente il prezzo dei biglietti (benché siano tutti progetti lodevoli). Per rivedere un San Paolo pieno basterebbe restituire fiducia al tifoso napoletano. Fiducia nella classe arbitrale, fiducia nei media, fiducia nella regolarità del campionato.

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