Lavezzi e il semaforo rosso a Napoli: “La polizia mi inseguì, poi mi scortò a casa con la sirena”
Ezequiel Lavezzi si racconta al podcast argentino Olga e torna agli anni di Napoli col racconto dell'amore soffocante dei tifosi e la liberazione di Parigi.

MI Roma 20/05/2012 - finale coppa Italia / Juventus-Napoli / foto Marco Iorio/Image Sport nella foto: Ezequiel Lavezzi
Ezequiel Lavezzi ha 41 anni e un sorriso che gli è rimasto addosso dai tempi di Napoli. Al podcast argentino Olga, il Pocho ha raccontato i cinque anni azzurri — dal 2007 al 2012 — con la tenerezza di chi ricorda un amore enorme e la sincerità di chi ammette che quell’amore, a un certo punto, toglieva l’aria. Lavezzi a Napoli ha vissuto qualcosa che non ha più ritrovato in nessun altro posto del mondo, nemmeno al PSG, nemmeno in Cina, nemmeno nella sua Rosario. Ma l’ha vissuto a un prezzo che solo chi è stato dentro quel gorgo può capire.
Lavezzi e Napoli: «La gente impazziva, mi avevano adottato come un napoletano»
Le parole del Pocho sono un flusso di coscienza in cui l’affetto e il soffocamento si confondono continuamente:
“A Napoli la gente mi ha fatto sentire molto bene, ma non potevo uscire per strada, per il fanatismo della gente e quello che si creò con me. Perché loro mi prendevano come se io fossi napoletano. E niente, a quel punto ho dovuto viverlo. All’inizio è bello, ma dopo no, non puoi uscire di casa”.
E poi la chiave di tutto, il confronto con Maradona che a Napoli non è un paragone ma una condanna a vita: “Mi adottarono le nuove generazioni pensando che io gli facessi vivere cose vissute con Diego”. Diego che a Napoli continua a vivere ovunque, anche negli occhi di chi non lo ha mai visto. Lavezzi si è ritrovato a portare sulle spalle il peso di un’eredità emotiva che non gli apparteneva, quella di un popolo che cerca disperatamente un altro argentino a cui consegnare l’amore che non ha mai smesso di provare per il Diez.
Nel bagagliaio dell’auto col figlio per sfuggire ai tifosi
Il racconto più forte riguarda il rapporto col figlio Tomas, nato nel 2005 e rimasto in Argentina con la madre. Le poche volte che il bambino veniva a Napoli, la situazione era questa:
“Le volte che veniva a vedermi non potevamo uscire per strada. Andavo con lui all’allenamento e per uscire c’erano duemila persone che ti aspettavano. Dovevamo nasconderci nel baule di un’auto e uscire, sennò non potevi”.
Duemila persone fuori dal centro sportivo. Un bambino che per vedere il padre deve nascondersi nel bagagliaio. È il lato oscuro della passione napoletana, quello che nessuno racconta nelle cartoline sul Golfo e sui murales di Maradona.
“Quando me ne sono andato, ero già un po’ stanco di tutto. Uscivo da casa mia e c’erano 50 persone ogni giorno. Andavi a mangiare al ristorante e all’improvviso ti portavano in una saletta e dovevi mangiare da solo, perché non potevo stare in mezzo alla gente”.
C’è qualcosa di paradossale nel fatto che l’uomo più amato della città sia anche il più solo. Anche El Kaddouri ha raccontato dinamiche simili, ma con Lavezzi la scala era un’altra cosa.
Lavezzi a Napoli: Capri, il semaforo rosso e la scorta della polizia
Poi c’è l’aneddotica pura, quella che solo Napoli può regalare. Come la gita a Capri con ritorno direttamente all’allenamento: “Prendiamo una barca per passare la notte a Capri, passiamo la notte lì e con la stessa barca poi andiamo ad allenarci, perché il centro sportivo del Napoli ha un porto lì vicino. Lasciamo le nostre cose lì, ci alleniamo e andiamo alla barca per tornare indietro”.
E poi il capolavoro, il semaforo rosso:
“Un giorno ero con mio figlio, tornavamo dall’allenamento. C’era un semaforo, la polizia era ferma al semaforo, era rosso. Io dico a Tommy: “Vuoi che passiamo col rosso davanti alla polizia?”. E gli dico: “L’unica cosa, se ci fermano, io dirò che ti senti male e per questo siamo passati col rosso”. Lo faccio, 50 metri e sento la sirena. I poliziotti sono scesi con le pistole. Abbasso il finestrino e mi dice: “Pocho… come fai a passare col rosso così?”. Gli dico: “No, ho il bambino che si sente male”. “Ah, va bene, dai, ti accompagniamo noi”. Sirena e io dietro…”.
Solo a Napoli passi col rosso, menti alla polizia e ti ritrovi con la scorta. Del resto a Napoli si è sempre fatto finta di non capire: lo stesso Lavezzi, secondo il compagno di squadra Pampa Sosa, per un anno intero finse di non capire l’italiano per evitare rotture durante gli allenamenti.
A Parigi Lavezzi tornò a respirare: “È tornata la vita”
Dopo cinque anni e una Coppa Italia vinta in finale contro la Juventus nel 2012, Lavezzi andò al PSG. E scoprì che esisteva un altro modo di vivere:
“Quello che facevo era andare camminando, perché a Napoli non potevo mai camminare. Allora mi godevo il fatto di camminare e mi faceva impazzire. Mi dicevo: “È tornata la vita”. Anche a Parigi tutti mi volevano molto bene, però non è Napoli. A Napoli la gente impazzisce”.
Il Pocho è tornato anche a giocare in Italia di recente, all’evento Live The Dream, dopo due anni difficili segnati da problemi di salute e un ricovero in clinica. Nella stessa intervista a Olga ha raccontato di aver detto no al Barcellona e di non essere mai riuscito a tornare a giocare nel suo Central Rosario, il sogno di una vita.
Napoli resta il posto che Lavezzi ha amato di più e da cui è dovuto scappare per tornare a vivere. È la sintesi perfetta di cosa significhi essere calciatore in questa città: ti danno tutto, ti tolgono tutto, e quando te ne vai ti manca tutto. Compreso il bagagliaio.