Nessuna sorpresa sulla super-Juventus: così va il neocalcio

Tutto il mondo è paese: il dominio della Juventus sulla Serie A non è molto dissimile, per dinamiche e punteggio, da ciò che succede nelle altre leghe europee.

Nessuna sorpresa sulla super-Juventus: così va il neocalcio

I numeri

Chi oggi grida allo scandalo della Serie A chiusa (o praticamente chiusa) a inizio dicembre ha la memoria corta. Anzi, cortissima. Perché è da tanto, tantissimo tempo che il nostro campionato e i suoi omologhi europei vivono una decisa stratificazione verso l’alto, interrotta da exploit (o anti-exploit) improvvisi, sganciati dalla realtà contemporanea. Per capire cosa intendiamo, basta andare con la mente a un anno fa. Alla vigilia del turno numero 14, quello iniziato ieri con Spal-Empoli e Fiorentina-Juventus, il Napoli di Sarri aveva appena due punti in meno rispetto alla Juventus di oggi, frutto di due pareggi e dodici vittorie. Una differenza sottile, sottilissima. Allo stesso modo, la Juventus di due stagioni fa è arrivata al 14esimo turno con undici vittorie e due sconfitte. Una discrepanza leggermente più ampia, ma non sono i quattro punti in più o in meno a cambiare le cose. È un giochino di equilibri minimo tra la perfezione quasi assoluta dell’edizione 2018/2019 e quelle precedenti.

Di mezzo c’è stato il Napoli di Sarri, l’unica squadra che ha davvero messo in dubbio il successo finale dei bianconeri. Era un anno fa, solo che si tratta di un caso particolare, al limite della realtà: gli azzurri erano al terzo anno di un progetto tecnico-tattico chiaro, senza deroghe né concessioni, interne ed esterne. Champions League messa in secondo piano con turn over scientifico, concentrazione esclusiva sul campionato e modello di gioco mandato a memoria da un gruppo costruito negli anni. Alla fine, sono arrivati 91 punti, la quota più alta di sempre per una squadra in piazza d’onore. Onore al merito, al merito di un programma triennale non premiato dal titolo solo per la grandezza e la forza di un avversario potente, tenuto fino all’ultimo sul filo di lana.

Il resto d’Europa

Al di là del mare e dei confini, non è che le cose cambino molto. In questo momento, i campionati europei vivono tutti sugli stessi equilibri – o meglio squilibri – competitivi. È una questione che si esprime sul lungo e sul corto, nel senso che non è un problema solo italiano. Il Manchester City, ieri, ha messo insieme la vittoria numero dodici su quattordici partite. E l’anno scorso ha vinto la Premier con 100 (!!!) punti in classifica; in Germania, il Borussia Dortmund ha vinto dieci partite su tredici, e ha 9 punti di vantaggio sulla squadra che ha vinto gli ultimi sei titoli consecutivi, con punteggi talvolta imbarazzanti (il Bayern 2013/2014 ha fatto 90 punti su 102 disponibili); in Francia il Psg ha vinto tutte le partite disputate; e poi c’è la Liga, accesissima e combattutissima. La Spagna di quest’anno è un’oasi protetta, solo che nelle puntate precedenti visto duelli Barça-Real arrivare a vette siderali, roba da 100-91 punti nel 2012 o da 94-92 nel 2015, o ancora 93-90 nel 2017.

Signori, questo è il neocalcio. Come detto sopra, gli exploit esistono, ma sono una condizione assolutamente non programmabile, oppure un’eccezione lunga e da coltivare nel tempo. Il Leicester di Ranieri da una parte, il Monaco, l’Atletico Madrid e il Napoli di Sarri dall’altra. Solo gli azzurri non hanno vinto, ma rappresentano un caso di studi vicinissimo a quelli di Ranieri, Jardim e Simeone. Un rovesciamento dello status quo che in Italia vuol dire detronizzare la Juventus, mentre in Inghilterra significa inserirsi in un’alternanza già scritta (Chelsea e Manchester City si sono divisi tutti i titoli tranne uno dal 2013), così come in Spagna (Barça-Real); in Germania, solo il Borussia Dortmund di Klopp è riuscito a cancellare il Bayern Monaco. L’ultima volta risale al 2012.

Il Napoli

Sono numeri e concetti che abbiamo già espresso in tanti articoli del passato (come questo, ad esempio), e che in Italia (come in Francia) riconducono ad un monopolio assoluto. La Juventus sta alla Serie A come il Psg sta alla Ligue 1, la mancata vittoria del Napoli di Sarri è equiparabile al successo del Monaco nel 2017. Il Psg di Emery cadde, la Juventus 2018 non è arrivata a farlo. In Spagna e Inghilterra c’è una maggior sensazione di alternanza, ma alla fine vincono sempre e comunque gli stessi. I più ricchi, i più forti. Il gap economico può essere colmato solo con un progetto tecnico-tattico lungo, che punti ad alzare il livello di una squadra nel tempo. Lo stesso Atletico Madrid, guidato da Simeone a partire dal 2012, ha vinto una sola volta la Liga in sette tentativi. Il Tottenham non ci è ancora riuscito. 

È quello che il Napoli ha cercato di fare con Benitez e con Sarri, quello che sta cercando di fare con Ancelotti. Alla loro prima stagione, i due ex tecnici dei partenopei avevano lo stesso punteggio accumulato oggi dagli azzurri (28 punti Benitez 2013/2014, 28 punti Sarri 2015/2016, 29 Ancelotti quest’anno), e anche allora la differenza la faceva la Juventus: quella di Conte nel 2013 aveva già preso possesso del campionato, quella di Allegri del 2015 aveva invece iniziato malissimo. Si sarebbe ripresa nelle giornate successive, con 26 vittorie su 27 partite giocate. Uno score identico a quello di quest’anno, solo collocato in un momento diverso del campionato.

Una dinamica inevitabile

Le differenze finanziarie si proiettano sul campo, inevitabilmente. Perché le inseguitrici provano a seguire un loro progetto, ma hanno priorità tecniche ed economiche diverse da chi domina. Da chi può permettersi Cristiano Ronaldo e Cancelo nella stessa finestra di mercato (più Emre Can, il ritorno di Bonucci e il riscatto di Douglas Costa). Per meriti propri, ma anche per contingenze storico-istituzionali favorevoli. Non è colpa del Napoli se il campionato sembra già chiuso, piuttosto merito della Juventus. Così come l’anno scorso fu assolutamente merito della squadra azzurra e di Sarri tenere aperta la contesa, con il sacrificio del calciomercato, della Champions, di tutto il resto. È un’evidenza numerica, poi ognuno sceglie da che parte stare secondo la propria ideologia. Il resto è narrativa giornalistica, ovviamente forzata sul proprio contesto di riferimento. Tutto il mondo è paese.

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