La Premier sceglie una manager, la Lega Pro un’attrice

La differenza tra il calcio inglese e il calcio italiano: Susanna Dinnage a capo del massimo campionato inglese dopo aver lavorato con Discovery, la Capotondi vicepresidente della Lega Pro.

La Premier sceglie una manager, la Lega Pro un’attrice

Due nomine diverse

Ne abbiamo scritto pochi minuti fa, in questo pezzo: Susanna Dinnage è il nuovo chief executive della Premier League, al posto di Richard Scudamore. E non è una rivoluzione epocale, quanto una normale operazione in continuità con le politiche del massimo campionato inglese. Negli stessi giorni, in Italia, il nuovo presidente della Lega Pro Francesco Ghirelli ha nominato Cristiana Capotondi come suo vice.

C’è tutto, nella diversità di queste due nomine. Anzi, il tutto sta nella professione delle due donne scelte per occupare posti operativi, di potere. Susanna Dinnage arriva da un’esperienza pluriennale come manager televisiva del gruppo Discovery, il Guardian la descrive come «una delle figure più importanti per i media del Regno Unito, ha mancato per poco la nomina come chief executive di Channel Four». La nostra Cristiana Capotondi è invece un’attrice, famosa per partecipazioni a film come “Notte Prima degli Esami” ed “Ex”.

Da una parte abbiamo una professionista nel settore media, che «traghetterà la Premier League verso l’era digitale e ha i contatti e le conoscenze giuste perché i club inglesi possano aumentare i proventi televisivi». Dall’altra, abbiamo una personalità artistica che ha avuto questo ruolo forte di «una grande passione per il calcio, grazie a mio nonno accompagnatore della Roma negli anni ’50, nella seconda presidenza Sacerdoti. Il suo sentimento  è l’unica eredità che mi ha lasciato, a forza di regalare elettrodomestici come premi partita la sua attività fallì». Queste parole sono proprio di Cristiana Capotondi.

Immagine contro sostanza

È una questione di immagine e sostanza, c’è poco da fare. Mentre la Premier League costruisce il suo futuro sulle competenze, semplicemente assume un professionista in un ruolo chiave. In Italia, invece, ci affidiamo all’immagine. Questo non vuol dire che la Capotondi non possa fare un buon lavoro, ma è alla prima attività come dirigente sportivo. È che il suo background non esiste, ha studiato da attrice, ha lavorato da attrice, ha giocato a calcio e ha visto il nonno mandare in frantumi un’attività commerciale in nome del calcio. Di tutte queste cose, solo le (poche, molte) partite disputate fanno capo a una reale conoscenza della materia – anzi, la gestione fallimentare di suo nonno è decisamente fuori fuoco, in questo momento storico. Il resto è tutto virtuale. Tutto da appurare, al di là di un nome spendibile in un’intervista.

Non vogliamo arrivare alla retorica dei tanti laureati in management dello sport che non sono stati considerati per la carica di vice-presidente della Lega Pro, piuttosto vogliamo sottolineare come le nostre istituzioni sportive facciano fatica a capire il nostro tempo, in cui un approccio politico (la riconoscibilità e l’immagine sono fondamentali in questo senso) dovrebbe lasciare spazio alla competenza, alla professionalità maturata sul campo. Persino al cinismo finanziario, che poi è la base del tutto. Nessuno conosceva Susanna Dinnage fino ad oggi, eppure i club inglesi hanno scelto lei. Una manager, una businesswoman, non c’entra niente neanche il sesso, il discorso è permeato di convenienza economica. Di pura logica del profitto. Lei guiderà la Premier perché può assicurare uno sviluppo dei ricavi della lega. Ha mostrato di avere gli strumenti per farlo. Stiamo ragionando sul punto di partenza, per chi non l’avesse ancora capito.

La Lega e l’amministratore delegato

Allo stesso modo, la Serie A fa fatica a trovare «un amministratore delegato che vada bene per tutti i club». Questa frase è tratta dall’articolo di oggi della Gazzetta dello Sport sullo stallo tra i club di Serie A per la nomina del nuovo CEO. Altra logica politica, interessi di parte che prevalgono su quelli comuni. La Capotondi è solo la conseguenza di un problema ben più grave, che ci portiamo avanti da decenni e che fa da zavorra allo sviluppo del nostro movimento. È fumo negli occhi e poco altro, almeno per il momento. La speranza è che possiamo esserci sbagliati, che siamo partiti troppo prevenuti. Solo che la differenza con l’estero ci pare troppo grande, troppo netta, perché tutto possa passare (ancora) sotto silenzio.

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