Capello fotografa la portata del lavoro di Ancelotti a Napoli

I complimenti di don Fabio rivelano la profondità della gestione Ancelotti. Su un punto dissentiamo: non è un miracolo, è l’applicazione delle proprie idee

Capello fotografa la portata del lavoro di Ancelotti a Napoli

Il lavoro sul campo

Da tempo raccontiamo sul Napolista il lavoro mentale, politico, che Carlo Ancelotti sta portando avanti a Napoli. Ieri, per esempio, Massimiliano Gallo ha paragonato il tecnico emiliano a uno psicoterapeuta, in relazione a queste due settimane di analisi prima di Liverpool-Napoli. È una parte fondamentale del discorso, la famosa “mentalità” di Ancelotti è anche un luogo comune, ma sta diventando una cosa visibile, palpabile, percettibile ai più. In realtà lo è fin dal primo giorno, solo che ora sembra essere palese un po’ per tutti.

Mercoledì sera, però, Fabio Capello ci ha riportati alla realtà. L’ex ct dell’Inghilterra (e basterebbe questo titolo per inquadrare la consistenza calcistico-culturale dell’allenatore friulano), tra l’altro, ha un rapporto che possiamo definire controverso con Ancelotti. Tra i due non è mai sbocciato l’amore. Capello, dicevamo, ci ha riportati alla realtà perché ha sottolineato il «miracolo» tecnico-tattico che Ancelotti sta compiendo a Napoli. Che ha già compiuto secondo lui, ma che in realtà è ancora in costruzione. Per dirla facile: Ancelotti ha cambiato il Napoli. Ha cambiato il suo modo di giocare. Carlo ha avuto un impatto evidente sul sistema di gioco della squadra partenopea, ora ognuno di noi potrà avere ed esporre un proprio giudizio di parte su questa trasformazione, ma l’evidenza è che c’è tanto di diverso rispetto al passato. Non è una cosa scontata, anzi.

Ancelotti allenatore

Sempre durante l’intervista concessa da Carletto al parterre de roi Sky composto da Paolo Condò, Capello, Pirlo e Costacurta, l’editorialista di Sky e Gazzetta ha sottolineato proprio questo aspetto: «Negli ultimi anni della carriera, Ancelotti ha sempre allenato squadre che erano più forti della concorrenza. E allora ha perso un po’ la sua dimensione di allenatore tattico, per concentrarsi su un aspetto di tipo gestionale. Solo che ad Ancelotti piace allenare, è un puro tecnico di campo. Ora, a Napoli, questa parte delle sue capacità viene fuori più facilmente, ha una squadra meno forte della Juventus e quindi deve trovare il modo per farla rendere anche oltre i suoi valori».

È una lettura realistica della situazione, però è fatta più per il pubblico che per gli analisti. Perché sostenere che Ancelotti non abbia fatto il tattico a Madrid è francamente eccessivo, come ha spiegato Alessandro Cappelli in uno dei primi longform napolisti sulla figura del tecnico emiliano. Inoltre, nelle ultime due esperienze Ancelotti ha ereditato una panchina appena lasciata da Mourinho e da Guardiola. L’alfa e l’omega dal punto di vista strategico, eppure il Real e il Bayern del tecnico emiliano sono state due squadre vincenti.

Anche in virtù di questa cronologia del passato recente, pensare (o aver pensato) che la successione Sarri –> Ancelotti potesse rappresentare un problema per l’allenatore emiliano era quantomeno eccessivo. Diventa un discorso più comprensibile quando si passa dalla dimensione dell’allenatore a quella dei calciatori, dopotutto l’organico del Napoli di Ancelotti è molto vicino a quello di Sarri. Era complicato pensare a un cambiamento immediato. Eppure il Napoli gioca in maniera diversa. Molto diversa. In soli quattro mesi e mezzo di lavoro, Ancelotti ha cambiato alcuni dei connotati di questa squadra. E quelli di alcuni calciatori.

L’importanza degli stimoli

Nella parte finale del libro Herr Pep, che racconta la prima stagione di Guardiola al Bayern Monaco, Arjen Robben parla così allo scrittore Marti Perarnau: «Al Bayern avevamo bisogno di un cambiamento, non potevamo rimanere fermi dove eravamo. Se si va avanti a fare le stesse cose, a seguire le stesse idee, può rivelarsi disastroso ed è fin troppo facile fare un passo indietro. Inserire un nuovo allenatore con nuove idee ha rappresentato una sfida, per lui e per noi».

Ovviamente le situazioni vanno approcciate con le giuste proporzioni, ma al Napoli è successa più o meno la stessa cosa. Ancelotti ha mantenuto parte del sistema di gioco di Sarri, ma non ha rinunciato a priori ad imporre le sue idee. Non ci ha solo provato, ha insistito, ha forzato il contesto, ha dato stimoli nuovi ai giocatori. La risposta di quel «gruppo sano e pieno di conoscenze» che Carlo ha sempre descritto con parole al miele è stata di assoluta disponibilità. Anzi, alla fine gli stimoli a fare qualcosa di diverso per provare a fare qualcosa di più si sono rivelati fondamentali per rendere positiva la transizione.

Risultati e futuro

In questo momento, il Napoli ha una proiezione di 85 punti a fine campionato. E dopo cinque partite di Champions guida un girone con Psg e Liverpool. Un’impresa (piccola e ancora incompiuta, ma pur sempre un’impresa) di risultati che in realtà è un’impresa di gioco, di applicazione, di lavoro. Ancelotti ha lavorato sulla testa e sul campo, insieme, anzi dal campo ha cercato di costruire quella nuova, famosa mentalità che in alcuni momenti (quelli decisivi) è mancata a questa squadra. Manca l’esame finale, ma il percorso iniziato è nuovo e promettente. Diverso rispetto al passato, per volere di Ancelotti.

Secondo Capello si è trattato di un miracolo, per noi è semplicemente l’avverarsi di una previsione fondata. Non una profezia, piuttosto un’idea che era verificata nella realtà, nel passato: Ancelotti è stato ed è un grande allenatore, ed ha rispettato le aspettative. Con il Napoli ha cominciato proprio da lì, da quello che lui vedeva, vede e intende come il giusto sviluppo del Napoli di Sarri. Ora è il suo Napoli. Vedremo fin dove arriverà.

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