L’Italia del calcio non era all’inferno, ma ci piace raccontarci così

La crisi è strutturale, i risultati sono solo una conseguenza di una politica esclusivamente a breve termine. Il problema del nostro calcio è il racconto.

L’Italia del calcio non era all’inferno, ma ci piace raccontarci così

La partita di ieri sera

Il punto è che a noi italiani piace tanto auto-commiserarci. Rispettiamo in pieno le indicazioni del detto: siamo causa del nostro mal e piangiamo noi stessi. Che il calcio italiano sia in crisi, non c’è alcun dubbio. Solo che si tratta di una crisi strutturale e di idee, più che tecnica. O meglio: gli scarsi risultati della nostra Nazionale sono figli di un problema strutturale a più livelli, tra istituzioni e mancanza di progettualità a lungo termine. Anche i club soffrono, ma non così tanto quanto ci piace scrivere e immaginare: dal 2010 ad oggi, le squadre di Serie A hanno vinto lo stesso numero di Champions delle squadre inglesi e tedesche (una); l’anno scorso la Roma è arrivata in semifinale battendo il Barcellona, la Juventus ha giocato due finali di Champions, il Napoli e la Fiorentina hanno assaggiato la semifinale di Europa League. Certo la Spagna è distante anni luce, ma il nostro campionato è al secondo posto del ranking. Davanti anche alla ricchissima Premier League.

Come detto sopra: è una questione strutturale, intesa come istituzioni e dal punto di vista degli impianti. Ancelotti ha spiegato che il ritardo è anche di cultura sportiva, ma ovviamente il discorso finirebbe per essere deviato. Stiamo parlando del nostro ritardo tecnico e tattico rispetto ad altri movimenti, e non è così drammatico come si pensi, soprattutto se utilizziamo gli strumenti giusti per provare a colmare il gap. Ce ne siamo accorti ieri sera, in una partita dipinta come “proibitiva” e poi dominata da un’Italia ancora sperimentale, eppure già in grado di sviluppare un’idea di gioco avanzata, non tanto e non solo perché moderna, ma soprattutto perché pensata e cucita per esaltare i migliori profili del nostro calcio. Insigne, Bernardeschi, Jorginho & co. non saranno tra i migliori calciatori del mondo. Ma intanto giocano da protagonisti in club di primo piano, anche in Champions League.

Anche Francia e Germania hanno avuto e hanno i loro declini

Probabilmente la mancanza di un progetto di formazione (per calciatori e allenatori) non ci ha permesso di sviluppare una nostra identità, di gioco e giovanile. Ma l’Italia resta l’Italia, con le sue contraddizioni e con la forza di un movimento ancora di primissimo piano per qualità e varietà tattica. Che poi la crisi del talento può anche essere una questione di cicli: la Francia campione del mondo ha una grande cultura di formazione, il centro di Clairefontaine, una reale integrazione internazionale, strutture avveniristiche e un campionato perfetto per far maturare i ragazzini. Eppure tra il 2008 e il 2014 ha espresso una nazionale povera, o comunque non vincente. Allo stesso modo la Germania delle grandi scuole federali non sembra aver prodotto una generazione in grado di gestire l’eredità della Mannschaft campione del Mondo in Brasile.

Guardiola: «Non vi manca niente»

Una lettura realistica è arrivata ieri da Pep Guardiola. Che, giustamente, ha fatto una distinzione tra percorso e risultati: «Non c’è niente che non funziona, in Italia. Non vi manca niente. Nel calcio, come nella vita, ci sono molte più sconfitte che vittorie. Ora voi vedete tutto nero perché non siete andati ai Mondiali, ma il punto non è quello. Il punto è sedersi intorno a un tavolo e capire perché l’Italia non è andata ai Mondiali. Dopo, bisogna agire per risolvere questi problemi. E allora servono progetti e idee, come abbiamo fatto noi in Spagna».

Da Conte a Ventura: il problema del racconto

Il punto fondamentale è questo, riguarda (come al solito) la narrazione. Anzi, la nostra autonarrazione. Proviamo a spiegarci, chiedendovi/ci: qualora l’Italia di Ventura avesse centrato la qualificazione alla Coppa del Mondo in Russia, vincendo con grinta e cuore lo spareggio con la Svezia, cosa avremmo letto? Probabilmente, i soliti titoloni sull’Italia “eroica”, sulla Nazionale che “si esalta nei momenti difficili”, sul “primato dell’esperienza” e su “Buffon uomo dei record e d’acciaio”.

Ora, ovviamente, il portiere del Psg non c’entra nulla. C’entra il racconto, c’entra il fatto che un buonissimo Europeo 2016 con Conte in panchina non è stato analizzato e posto come benchmark di riferimento, tutto si è fermato al risultato. Al fatto che Conte sia (stato) più bravo di Ventura. La stessa cosa, né più né meno, è successa con Italia-Svezia 0-0. Il dibattito che ne è seguito non ha portato ad alcun provvedimento reale, a parte le seconde squadre. Un buco nell’acqua clamoroso, solo la Juventus ha iscritto la sua Under 23 alla Serie C. Ora tocca a Mancini, diventato di colpo bravo perché la Nazionale «ha giocato bene» e ha vinto contro la Polonia. Se non avesse vinto – tra l’altro ci è riuscita con un gol nei minuti di recupero – avremmo letto le stesse cose? La risposta è no, quando invece dovrebbe essere “sì”. Perché c’è un’idea dietro quello che abbiamo visto ieri sera.

Mancano le condizioni

Ecco, ripartiamo dalle seconde squadre: non è la mancanza del Napoli B o del Milan Under 23 a fare la differenza, quanto il fatto che la Virtus Entella non abbia ancora giocato una partita di campionato al 15 ottobre. In questo modo, non c’è certezza sul futuro, e in questo modo si scoraggiano gli investimenti di chi vuole fare calcio – e/o business calcistico. In questo contesto, chi potrebbe o dovrebbe impegnarsi nel calcio con una visione progettuale orientata al futuro? Qual è l’interesse del Carpi – un nome a caso in Serie B – a puntare su tre-quattro giovani di talento se non per organizzare una plusvalenza? Non manca la qualità dei giocatori, mancano le condizioni perché questi possano esprimersi al meglio. E da qui si arriva facilmente alla Serie A.

Un altro discorso interessante è quello della confezione del campionato, inteso come lato estetico (ne ha scritto qui Rivista Undici). Ne riportiamo un passo: «Quando dichiari di adorare la Premier League, c’è sempre quello che la sa lunga e ti dice “sì, ma non dirmi che il Brighton è meglio del Cagliari”. Vero. Parliamone. Il fatto è che la Premier è attraente esteticamente. L’avete visto il logo? L’avete scaricata l’app? Avete notato font e colori scelti? Un contesto magnifico, una gioia per gli occhi. Una cornice che rende il Newcastle di Benítez migliore del Sassuolo di De Zerbi agli occhi di chi guarda, che poi lo sia o meno conta relativamente».

Ecco, anche questa è mancanza di progettualità. E di racconto. Di narrazione e autonarrazione. La Figc, la Lega e poi le società. Mancano alcune basi di percezione e scrittura di un romanzo che in realtà è molto più avvincente di quello che si pensi. Di quello che noi stessi vogliamo far credere. Non siamo nel 3000, ma non usciamo certo dalle caverne del gioco. Rendercene conto sarà il primo passo che segnerà la nostra reale rinascita.

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