Ancelotti: «Insigne crescerà ancora, in Italia ci sono insulti e ignoranza al posto della rivalità sportiva»

Le parole di Ancelotti: «A Napoli e ci sono tutti i presupposti per fare bene. La mia credibilità con i giocatori deriva dal mio carattere».

Ancelotti: «Insigne crescerà ancora, in Italia ci sono insulti e ignoranza al posto della rivalità sportiva»

L’incontro a Trento

Carlo Ancelotti, Pep Guardiola e Arrigo Sacchi ospiti al Festival dello Sport a Trento. Sotto, le dichiarazioni più significative:

Apre Guardiola: «Chi gioca bene vince, ma a volte non succede. Il calcio è un gioco matto, ma bellissimo proprio per questo motivo. Tutti vincono, tutti perdono, a rotazione. E perdere capita molte più volte che vincere, come nella vita».

Ancelotti: «Giocare bene ti dà più possibilità di vincere le partite. Oggi si parla molto di statistiche, ma l’unico dato importante è quello dei gol, quelli fatti e quelli subiti».

Sacchi: «Quando tu giochi meglio dell’avversario ma non riesci a compensare il valore individuale degli altri, puoi anche non portare a casa la vittoria. Chi vince giocando bene, però, acquisisce un valore morale diversa».

L’evoluzione del calcio

Ancelotti spiega i cambiamenti vissuti dal gioco secondo la sua visione: «Oggi vediamo un calcio diverso, più organizzato a tutti i livelli. Oggi anche le piccole squadre hanno una loro identità, cercano di proporre gioco. Non so se è un bene o un male, ma ci sono molte nuove idee da parte di tutti. Con Sacchi abbiamo scoperto come la fase difensiva potesse diventare attiva, in Italia stavamo tutti dietro, meglio se in area di rigore. Invece dopo ci siamo accorti che muoversi e pressare ci portava a fare dei risultati, a recuperare il pallone e fare contropiede. Sacchi ha cambiato le cose, e ha creato attenzione e coinvolgimento da parte degli allenatori»

Guardiola: «Il Mondiale marca un po’ la tendenza, poi ogni nazione ha le sue caratteristiche. Oggi in Italia il Sassuolo mi dà l’idea di un calcio propositivo».

Sacchi: «In Italia facciamo fatica, abbiamo una sorta di resistenza culturale al cambiamento. Abbiamo una visione di breve termine, però oggi qualcosa si sta muovendo. Anche in club poco organizzati ci sono dei veri e propri eroi che provano a proporre un gioco più coraggioso e ottimistico. In un vocabolario calcistico, le uniche parole italiane presenti erano libero e catenaccio.

La figura dell’allenatore

Ancelotti racconta i suoi maestri: «Il mestiere che facciamo ci porta ad innamorarci delle idee, io da questo punto di vista ho avuto dei maestri eccezionali. Liedholm è stato una figura fondamentale, soprattutto come gestore del gruppo e dei giovani. Dopo ho lavorato come Arrigo, e mi ha trasmesso l’importanza del metodo nella programmazione del lavoro. La gestione del gruppo e dell’ambiente, compresa la società, anche ora a Napoli. È un ruolo complesso, prima di ogni cosa c’è la relazione con i giocatori. In tutto, ogni gruppo-squadra è composto da 50 persone, tutte importanti. La mia idea è di rendere le persone più comode possibili. Si passa attraverso la delega, dare la responsabilità ai tuoi collaboratori. Puoi farlo con un calciatore, con un dottore, con i componenti dello staff tecnico.».

Guardiola sul Tiqui-Taca: «Il vero maestro è stato Cruijff, ci ha aperto gli occhi, un mondo nuovo di possibilità. Io non ho inventato niente. Quando abbiamo vinto la Champions, avevamo sette calciatori cresciuti nella Masia del Barcellona. Una combinazione di stelle che non si è mai ripetuta, io avevo 37 anni ed eravamo un gruppo che voleva mangiarsi il mondo. Siamo stati costanti per quattro anni, era una squadra a cui piaceva giocare il calcio. In realtà a me non piace molto il concetto di tiqui-taca, noi a Barcellona avevamo una meta per il nostro possesso palla, sapevamo cosa fare e dove portare gli avversari. Poi ho avuto la fortuna di allenare e poter sfruttare Messi, un animale competitivo, da quindici anni lui e Ronaldo fanno 50 gol in stagione, una roba fuori dal mondo».

Riprende Ancelotti, che parla anche della sua esperienza a Napoli: «Tante volte mi hanno detto di essere troppo buono, mi hanno invitato a usare la frusta. Io rispondo che non avrebbero dovuto chiamare me, che ho un carattere diverso. Esprimersi con il proprio carattere davanti ai calciatori è l’unico modo di essere credibile. È il mio modo di essere credibile. Certo, se tu vedi un calciatore svogliato, poco attento, ti arrabbi. A Napoli c’è una bella famiglia, ci sono i presupposti per lavorare bene, un gruppo di calciatori giovani, umili ma che hanno fatto grandi esperienze, c’è una società che vuole crescere. Si può fare un buon lavoro, in Italia e in Europa. Certo, dobbiamo chiedere a Guardiola il permesso, Klopp era ben disposto nella partita d’andata. Vediamo per il ritorno».

La Champions

Apre Guardiola: «Se il City viene considerato favorito, vuol dire che siamo proprio bravi. Non credo che la mia squadra sia pronta, è una questione di storia, di background. Le squadre favorite sono quelle che hanno una grande storia alle spalle, il Barcellona, il Real, il Bayern, la Juventus».

Ancelotti sul Napoli e le italiane in Champions: «Non mi interesso tanto delle altre squadre, sono concentrato sul Napoli. Finora abbiamo fatto bene, abbiamo in girone durissimo indirizzato bene dal successo contro il Liverpool. La Juve sarà competitiva, la condizione di oggi non è quella di aprile, per me il torneo è più equilibrato rispetto agli anni scorsi. Il Real Madrid, per esempio, l’anno scorso ha iniziato malissimo e poi ha vinto la competizione».

Insigne

Sui margini di miglioramento di Lorenzo, anche dopo il cambio di ruolo. Parla Ancelotti: «Insigne ha grande talento, ora è nella fase della responsabilizzazione, vuole e deve sentirsi importante per la squadra, mettendosi a disposizione del gioco. Questo è il passo che deve fare, e sono sicuro che può farcela. E ce la farà».

Sacchi descrive Ancelotti: «Carlo ti ispira fiducia, è empatico e intelligente, a volte non ha l’ossessione di andare oltre sé stesso, alla ricerca del perfezionismo, come Pep. Entrambi, però, fanno molto bene al calcio».

Cosa manca al calcio italiano

Guardiola: «Secondo me non vi manca niente, come ho detto prima è una questione di cicli. In questo momento, l’Italia esprime buoni calciatori ma vive un periodo di scarsi risultati. Anche noi in Spagna l’abbiamo vissuto, poi abbiamo cercato di capire le motivazioni dietro a questo andamento. Quando le abbiamo individuate, abbiamo trovato la nostra strada e siamo riusciti a invertire la tendenza. Anche voi dovete e potete fare questo passo in avanti. All’estero il calcio italiano è molto rispettato, avete vinto tanti trofei giocando in modo diverso. Ho sempre sofferto contro le squadre di Serie A, difendere bene è un talento importante. Un futuro in Italia per me? Perché no, non mi sarei mai aspettato di parlare tedesco e andare a Monaco, eppure è andata così».

Ancelotti: «Io credo che siamo molto rispettati all’estero, come dice Pep. Dopo dieci anni lontano dall’Italia, quello che posso dire è che la differenza sta nelle infrastrutture ma soprattutto nella cultura sportiva. In Inghilterra, Francia, Germania e Spagna c’è una rivalità sportiva ma non ci sono insulti. In Italia siamo ancora indietro da questo punto di vista, c’è ignoranza, maleducazione mancanza di rispetto. Guardiola, per esempio, vive in una città divisa da una forte rivalità, eppure nessun tifoso dello United lo insulta».

Complimenti reciproci

Domanda a Guardiola su cosa ruberebbe ad Ancelotti: «I capelli… Scherzi a parte, la sua forza è quella di essere così come appare, molti suoi ex calciatori con cui ho avuto a che fare lo descrivono benissimo come professionista e come uomo».

Domanda inversa ad Ancelotti: «Gli ruberei la capacità di trasmettere velocemente le sue idee. Dopo Barcellona, a Monaco e a Manchester ha imposto subito e velocemente il suo metodo, e questa è una cosa importante».

Il Var in Champions, risponde per primo Guardiola: «Non so perché non c’è ma arriverà. In questo modo, eviteremo gli errori che si possono evitare».

Gli fa eco Ancelotti: «Il giorno che lo implementeranno saranno sicuramente arrivati in ritardo».

Un’amarezza nella carriera, risponde Guardiola: «Non ho rimpianti, ho provato sempre ad accettare vittoria e sconfitta come parte del calcio».

Ancelotti: «Non vorrei rigiocarne solo una, ma tante, tra finali e semifinali varie. Di certo, una partita che mi sarebbe piaciuto giocare è una da centrocampista centrale nel mio Milan, con Gattuso e Ambrosini come mastini che correvano per me. Con Arrigo, il centrocampista centrale doveva trottare…».

 

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