La solitudine di Ancelotti il Tony Blair della panchina

La sconfitta di Genova. La dura vita dei riformisti, il perenne e ineludibile paragone con Sarri, Turn-over parola più temuta del millennio dopo spread.

La solitudine di Ancelotti il Tony Blair della panchina

Le articolesse conservate per due settimane

Meno male che esistono i computer. Le memorie elettroniche. Scrivi e archivi. Al momento opportuno, estrai, modifichi qualche tempo dei verbi e pubblichi. Nulla si butta, come il maiale. Maiale. L’affettuoso nomignolo che i garbati tifosi della Juventus utilizzavano per apostrofare Carlo Ancelotti quando ebbe l’ardire di occupare quella panchina. Proprio lui, Ancelotti. Era riuscito a far tenere in un cassetto quelle articolesse per due settimane. “La squadra non lo segue, Ancelotti vaga nel buio”. “Il Napoli è un ibrido, non più Sarri non ancora Ancelotti”. “Una sconfitta pesante che lascia dietro di sé disastri”.

Frasi che erano malinconicamente rimaste nei file per due settimane. Quel maledetto di Ancelotti ha sette vite, non sappiamo se nove code. Prima la rimonta alla Lazio, poi quella al Milan. Ma ecco, zacchete, che con la Sampdoria il miracolo non è riuscito. E quindi di corsa negli archivi. Oggi il Napoli di Ancelotti non solo non è più l’anti Juve, ma è sul baratro del Grand Canyon e per giunta non è nemmeno in macchina con Thelma & Louise.

L’ineludibile paragone con Sarri

La scoppola c’è stata, nulla da dire. Tre a zero dalla Sampdoria. Il Napoli è tornato alla tradizione, squadra storicamente in grado di resuscitare calciatori ormai dimenticati persino dai parenti. C’è una lunga aneddotica in proposito. Che ora può aggiornarsi con il nome di Defrel. Lo scorso anno non aveva mai segnato su azione, ieri ha festeggiato la sua doppietta: il primo gol con un destro memorabile da fuori area, lui che è mancino.

E poi non c’è sconfitta più succulenta. Il Napoli di Ancelotti battuto da Giampaolo l’allievo di Sarri. È fisiologico e comprensibile. Ci sta, si direbbe oggi. Perché la frattura a Napoli, e non solo, è stata rilevante. Sarri ha lasciato un segno indelebile. Le partite del Chelsea sono seguite come nemmeno quelle dell’odiata Juventus. Non ci spingiamo a dire che fanno più audience di quelle del Napoli perché oggi non vogliamo indossare i panni dei provocatori. Ma sono seguite. Ed è per Sarri, per la mancanza di Sarri, che nessun quotidiano mainstream ha pronosticato il Napoli nelle prime quattro a fine campionato.

La morale è che questa squadra, senza Sarri, viene giudicata come una formazione normale. Senza infamia e senza lode. È questa la scommessa di Ancelotti e De Laurentiis: dimostrare che non è vero. Tutta la stagione del Napoli ruoterà attorno a questo: a settembre come a marzo. Sampdoria-Napoli è stata la vivificazione di un sentimento profondo in una buona parte dei tifosi del Napoli e sostanzialmente in tutti i media nazionali. A questo va aggiunta la ricomparsa della parola più temuta degli anni duemila dopo spread: turn-over. “Mangia tutto, altrimenti chiediamo a Babbo Natale di fare il turn-over dei regali”. È la minaccia dei tempi contemporanei. Con i bambini in lacrime e tremanti che si ingozzano sperando che in Lapponia quella parola maledetta non arrivi mai. (segue su Esquire)

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