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L’amara scoperta di Sarri: sono i soldi a fare le rivoluzioni

Ha sottovalutato De Laurentiis, ha finito col credere di essere intoccabile e alla guida di un movimento popolare e, soprattutto, ha dimenticato la lezione di Marx

L’amara scoperta di Sarri: sono i soldi a fare le rivoluzioni

Due settimane fa

Chissà in quanti si sarebbero sganasciati dalle risate se, due settimane fa, avessero ascoltato qualcuno dire: finisce che il Napoli ingaggia Ancelotti, il Chelsea appende Sarri e l’allenatore toscano resta fermo perché sotto contratto il Napoli.

Appena quindici giorni fa. Il campionato non era ancora concluso. Sarri non si era ancora genuflesso due, tre, quattro volte a quello che lui ha più volte definito il “popolo”, il suo popolo. Rappresentato dalla Curva B il cui nucleo di tifosi organizzati – come nella Curva A peraltro – hanno attaccato e criticato De Laurentiis per tutto l’anno, rendendolo di fatto il responsabile del mancato scudetto.

Maurizio Sarri li ha ringraziati a modo suo in quell’accenno di giro di campo che aveva il sapore dell’addio. Aveva ufficialmente e pervicacemente respinto qualsiasi proposta di rinnovo formulata da De Laurentiis. «Non ho ancora deciso»; «Questa storia d’amore col popolo di Napoli può solo peggiorare» e altre frasi su questo tenore. Sarri era al centro della scena; Aurelio De Laurentiis ridotto a comparsa, ostentatamente defilato. Ma di certo non rassegnato né deconcentrato. Anzi.

La svolta di De Laurentiis

E proprio il pomeriggio di Napoli-Crotone avviene il cambio di passo. Di fronte all’ennesimo diniego di Sarri, De Laurentiis decide che è il momento di cambiare passo. E di sfoderare il piano B cui da mesi stava lavorando, perché la storia gli ha insegnato qualcosa e lui non vuole più farsi trovare impreparato. «Il tempo è scaduto». E non scherza. Tempo due giorni e Ancelotti fa capolino nella sua casa di Roma, a due passi dal Quirinale. Poi le firme, il tweet ufficiale. Carlo Ancelotti è il nuovo allenatore del Napoli. Almeno a sei milioni di euro netti l’anno (c’è chi scrive di 6,5). Vale a dire quattro volte l’ingaggio di Sarri e due volte lo stipendio che De Laurentiis ha offerto al tecnico toscano per il rinnovo. Tre milioni più uno di bonus.     

Sarri ha giocato a invertire la realtà

Mai e poi mai Maurizio Sarri si sarebbe aspettato – e non è certo il solo – un simile colpo di teatro. Improvvisamente si è sgretolato il castello che l’allenatore toscano ha montato per quasi tre anni. Nella sua avventura a Napoli – con notevoli risultati nel campionato italiano, record su record battuti, tre qualificazioni consecutive in Champions, i 91 punti, attestati di stima in tutta Europa e altro che ben conosciamo – Sarri ha lavorato alla costruzione di un copione ben preciso: lui ha preso una squadra in disarmo e l’ha portata alle porte del paradiso. Come se prima di lui il Napoli fosse stato poca cosa. E, soprattutto, come se non fosse vero il contrario, e cioè che è stato il Napoli e pescare Sarri dalla periferia calcistica, e non il contrario.

Non sappiamo perché lo abbia fatto, ma Sarri ha giocato a invertire questa realtà. E ha finito col credere alla propria versione. Si era realmente convinto che il Napoli senza di lui fosse ben poca cosa. E che, quindi, il Napoli lo avrebbe atteso per l’eternità.

Oggi, che la realtà davanti ai nostri occhi è incredibilmente cambiata, non possiamo non soffermarci sulla autolesionistica strategia del tecnico toscano. Che al primo giugno 2018 si ritrova non più allenatore del Napoli e scaricato dal Chelsea, dopo peraltro aver rifiutato l’offerta dello Zenit San Pietroburgo.

I modi di Abramovich

È anche triste constatare i modi utilizzati dal club di Abramovich che – una volta preso atto del fermo no di De Laurentiis a fare sconti sulla clausola – ha cominciato a far circolare vecchie storie come quella del “finocchio” a Mancini. Oggi la versione mediatica dominante – in Gran Bretagna –  è che il Chelsea non ha preso Sarri per omofobia. Ovviamente non ci crede nessuno, men che meno chi sa quanto laboriosi e minuziosi siano gli esami cui il Chelsea sottopone i candidati alla sua panchina. Esami che non durano tre giorni, ma mesi e mesi, come racconta Ancelotti nel suo libro “Il leader calmo”. È solo un modo per scaricare l’allenatore che ha inventato il tiqui taca vertical. Resta in piedi l’ipotesi Tottenham. Ma anche in quel caso bisognerà passare da De Laurentiis.

Errori ingenui

Quel che colpisce, e non poco, è l’approssimazione con cui Sarri si è disposto al braccio di ferro con De Laurentiis. Ha commesso errori piuttosto ingenui per un vecchio (nel senso di esperto) comunista. È come se Sarri avesse creduto realmente di avere il Napoli in pugno, forte del consenso popolare. Come se il cda del Napoli fosse figlio dell’azionariato popolare. Evidentemente Sarri non sa che quel popolo riempie il San Paolo soprattutto quando i prezzi sono bassi; che fa molto rumore su alcuni media; ma che il suo datore di lavoro era ed è un altro.

I cattivi consigli

Sarri è stato decisamente mal consigliato. Sia da persone vicine a lui, che avrebbero dovuto aprirgli gli occhi su una condotta mediatica inconcepibile. Con quelle continue frecciate a De Laurentiis, quel continuo sminuire la forza del club. Manna per il popolo, per le fauci del mostro del papponismo. Che però, nei cda del Napoli, non ha sedie riservate. Nessuno può consentirsi di trattare in quel modo il proprio datore di lavoro senza percepire di rischiare di perdere il posto. Se avesse evitato quella stupida e anacronistica contrapposizione, avrebbe probabilmente avuto qualche consenso di popolo in meno ma oggi probabilmente sarebbe ancora l’allenatore del Napoli. 

Gli errori

Dicevamo degli errori di Sarri. Piuttosto gravi. Innanzitutto ha sottovalutato il nemico. Errore imperdonabile, nella lotta di classe e non solo. È una delle prime cose ti insegnano quando ti accosti ad ambienti seri di sinistra. Guai a sottovalutare il nemico. È come avere già perso. E De Laurentiis ha giocato al gatto col topo, si è finto decisamente più arrendevole del solito e poi ha colpito in maniera irreparabile.

In secondo luogo, Sarri si è fidato della borghesia. Nel suo soggiorno napoletano, Sarri ha fatto affidamento su quel che gli raccontava qualche tifoso illustre. Ha davvero creduto di essere a capo di un movimento popolare, e di aver messo all’angolo De Laurentiis. Sarri non sapeva, o forse lo ha dimenticato, che la borghesia è fatta così, sta sempre con chi vince. Liscia il pelo di chi è sulla breccia. Ancor peggio se quella borghesia vira nella gauche caviar. Se Ancelotti dovesse andar male, certamente di Sarri sentiremo nuovamente parlare; ma se Ancelotti dovesse vincere le prime tre partite (ma bastano anche due), saranno quegli stessi esponenti a spendersi in elogi pubblici dell’allenatore provinciale ma cosmopolita, a recitare peana pubblici di Carletto. Che, a differenza di Sarri, farà buon viso a cattivo gioco ben sapendo che le Idi di Marzo non sono state un incidente della storia.

Ma l’errore più grave di Sarri, errore gravissimo per un uomo di sinistra, è stato quello di aver sottovalutato la forza del capitale. E qui dobbiamo tornare a un altro Carletto ben più internazionale del nostro nuovo allenatore. Aveva spiegato tutto lui. La rivoluzione l’ha fatta De Laurentiis, con i soldi che il Napoli detiene grazie a una illuminata e accorta gestione aziendale.

Non riusciamo a capire se Sarri si sia davvero illuso di essere alla guida di una sorta di movimento rivoluzionario. O se semplicemente si sia circondato e fidato delle persone sbagliate. Sarri è stato tanto abile nel dare un gioco scintillante al Napoli, riconosciuto da mezza Europa, quanto sprovveduto politicamente. Ha finito con l’immedesimarsi nel personaggio anti-sistema, tanto caro al “popolo”, e ne ha pagato le conseguenze.

Oggi Sarri ci ricorda terribilmente Carunchio interpretato da Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino nell’azzurrare d’agosto” mentre la bottana industriale di Mariangela Melato sale sull’elicottero e ritorna alla sua vita di agi. Lasciandolo a testa in su, le lacrime agli occhi e la morte nel cuore.

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