Il San Paolo non è solo quello dei cori (portasfiga) contro De Laurentiis

È stata un’annata eccezionale, conterei fino a mille prima di liberarmi di Sarri. I cori delle curve riecheggiano i discorsi di tanti buoni borghesi. Discorsi che sono il vero cancro di Napoli

Il San Paolo non è solo quello dei cori (portasfiga) contro De Laurentiis
Photo Matteo Ciambelli

Ora che…

Ora che a Firenze e Cagliari sono finiti i festeggiamenti per il settimo scudetto consecutivo di un’altra squadra.

Ora che il ritorno di fiamma del marxismo politicamente scorretto capitola, non con Diego Fusaro al “Primato Nazionale” (giornale vicino a Casa Pound) ma con Sarri al Chelsea e l’archiviazione del 4-3-3.

Ora che anche Alvino e i suoi “aggressori” si sono chiariti, volevano solo invitarlo per un caffè, forse un piatto di maccheroni, ma probabilmente alla maniera di Nino Manfredi ne “La Mazzetta”.

Ora che il Napolista ha smesso di parlare di campionato falsato, non perché il campionato non sia stato effettivamente e forse gravemente condizionato da brutti episodi arbitrali ma perché il Napolista deve dire altro, farsi odiare, infastidire, anche chi vi scrive ora, e perché se hai le palle combatti anche contro quell’andazzo, al di là del risultato, anzi te le fai uscire, le palle, proprio contro “gli episodi”, come insegnano Cristo, Socrate e Martin Luther King. Come insegna la storia di un popolo abituato a mangiare merda. Ma ci torno, non ne farei nemmeno troppo una croce alla squadra che abbiamo visto lottare quest’anno. Ci torno.

Ora che tutto è già scritto, che ciò che (non) doveva accadere è accaduto, che le lacrime del ragazzo che guardava le balene si sono impastate con l’erba del San Paolo e coi nostri ultimi, mortalmente trafitti, sogni, e la fiaba non ha trovato il suo lieto fine, rantola, fa capa e muro, infine vaga ubriaca da un bar all’altro della città tenendosi debitamente a distanza dalle chiacchiere, perché  come diceva Pino “che parlamm ‘a fa, sempe de stessi cose…”.

Le interviste di De Laurentiis

Ora che si è fermata anche l’emorragia di interviste a ADL (ce ne erano pronte altre dodici, tutte diverse, una per ogni ora delle prossime dodici: in una raccontava che stava registrando un rap con Sarri e Liberato che poi Liberato sarebbe lui, ADL; in un’altra, si diceva pronto a governare con Di Maio; nella numero sette, confessava una vecchia liaison omosex con Pepe Reina mentre nella undici raccontava i bei tempi che lui e Rafa si abboffavano di zeppole e panzarotti di Fiorenzano alla Cumana – titolo: “Mai usato coca, solo frittelle insevate di Napule”; la n. 12 era un omaggio a Carletto Marx).

Ora, si. Ora possiamo dircele, quattro, cinque cosette, mettere quattro o cinque punti fermi, guardandoci negli occhi, come fanno gli uomini, poi amici come prima, oppure no, ci schifiamo e ognuno piglia la via sua.

Uno

È stata un’annata eccezionale, con un risultato comunque fantasmagorico: il Napoli di Sarri ha tenuto vivo il campionato fino a pochissime giornate dalla fine, va di nuovo in Champions League, ci ha regalato ancora un anno di bellezza, gioia, amore. Come scrive Gianni Montieri: “Non abbiamo chiesto niente di meno che la gioia, e molto spesso abbiamo gioito; altre cose al momento non le so.”

Due

Sarri, come chiunque, può essere criticato, sotto il profilo della comunicazione come del gioco. Io lo farei, però, contando fino a mille. Lo dobbiamo a lui (e – bestemmia – al pappone) se l’annata è stata straordinaria, se abbiamo goduto della bellezza, se siamo arrivati a un passo dallo scudetto, oltre dieci punti punti sopra la squadra che ci segue, tenendo ancor più sotto altre società blasonate e/o più ricche, con dentro i capitali stranieri, quelli mitici, quelli che qui in tanti agognano per rimpiazzare l’odiatissimo, con connessi orgasmi ogniqualvolta si sente parlare di fantomatici cinesi o arabi (ma vedetevi, a parte il PSG, che fine fanno le squadre prese dagli arabi).

Tre

Questo team ha vissuto quest’anno una crescita di mentalità enorme, a volte anche a discapito del bel gioco. E ciò grazie a Maurizio Sarri, si, il dogmatico Sarri, l’integralista, il veterocomunista. Ma naturalmente è illusorio pensare di diventare davvero competitivi con gli altri, su questo terreno, da un solo anno all’altro, quando l’antagonista ha una storia di abitudine a vincere, è il capitalismo italiano vero, familista, il potere autentico del paese, con i suoi cantori nella stampa, nella tv, e il suo chiagne e fotte è lodato a reti unificate. Se Dio vuole, e vorrà, si farà meglio domani. Si farà meglio domani.

Quattro

Due partite possono esser ritenute emblematiche di quest’annata. Il ritorno all’Allianz: il Napoli si è mostrato come una grande squadra, cinica e cazzuta. La partita di Firenze, in relazione alla quale è emersa nel corso delle ore un’interpretazione abbastanza precisa: si è trattato di un suicidio rituale, consapevole o meno. Anche quello sarebbe da samurai e avrebbe una sua nobiltà, a differenza del normale suicidio. Lo sa chi ha letto Mishima e chi lo ha ispirato (una grande corrente di pensiero religioso), chi correttamente legge l’epilogo della vicenda pasoliniana. È oriente, però, più che sud. Ma si lega perfettamente anche al Sarri che, amareggiato, dava l’addio, dopo quella partita, al calcio italico, citando Falcone (“prima o poi finirà”; era, mi spiace non lo si sia notato, sulla scia del Benitez “calcio italiano di merda”). Non resa, dunque, quanto atto “politico” forte, più delle procure e dei loro fascicoli, più di ogni lagna. Anche se chi scrive ha le sue riserve, aspirerebbe a una mentalità più da samurai occidentale e ha il sospetto che l’atto del Napoli a Firenze abbia restituito legittimità alla potenza e prepotenza Juve. Ma potrebbe, potrei sbagliare.

Cinque

Gli striscioni contro ADL, nella loro – apparentemente – inspiegabile violenza, di fronte a una società che ha una squadra che conclude il torneo al secondo posto e a pochissimi punti dalla vincitrice, oltre ad essere ingiustificati, odiosi,  stupidi, portano sfiga.

Epperò, tutti sappiamo che il San Paolo non è davvero quello. Tutti sappiamo che il San Paolo, alla fine, è quello che ieri ha applaudito e forse salutato molti dei protagonisti di questa magnifica avventura. 

Con l’anno nuovo, è su questo che occorrerà lavorare. Perché in tanti si chiedono oggi se ci sarà un futuro per questo Napoli, sia pure reinventandosi, nella capacità, dunque, di essere altro,  anche di radicalmente diverso da ciò che siamo stati in questi anni, e noi siamo convinti che, si, un futuro ci sarà, e ci sarà con De Laurentiis, piaccia o meno, almeno per un pezzetto di strada insieme ancora.

Non ci sarà, invece, un futuro con quella violenza, quegli slogan, quegli striscioni che sono esibiti nelle curve ma riecheggiano, in fin dei conti, i discorsi di tanti buoni borghesi della città.

Discorsi che a ben vedere ne sono il vero cancro.

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