Ricordo la maestosità del San Paolo che cominciò a ruggire come un animale preistorico

Non fu un giorno all’improvviso, fu una giornata preparata e che cominciò molto presto. Ero abituato alla campagna, mi ritrovai in un altro mondo

Ricordo la maestosità del San Paolo che cominciò a ruggire come un animale preistorico
Una foto dell'Archivio Carbone

L’insegnamento di mio padre

Il mio giorno all’improvviso non lo ricordo – o, meglio, non ricordo che giorno, che anno fosse. Una domenica, sicuro, allora si giocava solo di domenica, c’era mica la pay tv. Ma poi non era nemmeno un giorno all’improvviso, era un giorno preparato, preceduto da qualche anno di paziente e solenne educazione – forse l’unico successo di mio padre con me. Il Napoli diceva, il Napoli è la nostra squadra, è la nostra terra, il Napoli siamo noi, non quelle squadre del nord. Anche se non vince, anche se non ha scudetti non fa niente, il Napoli siamo noi. Io ero piccolo, non capivo molto di queste cose, però mi piaceva tanto quel gioco, mi piaceva il pallone, i calciatori, andavo con lui al campo sportivo e lo osservavo giocare con gli occhi sbarrati, com’è bravo papà, come gioca bene papà. Per me diventare napolista fu così, un gesto innato, quasi come respirare. Vieni al mondo e respiri. Ero nato ed ero napolista, tutto qui. Era un dato di natura.

L’edicola della stazione

Poi arrivò quel giorno, non all’ improvviso, si poteva mica improvvisare, Napoli era lontana e bisognava attrezzarsi, preparare biglietti, vettovaglie, tutto. In fondo non avevo nemmeno insistito: papà ci teneva più di me. Non ricordo quanti anni avevo, più di cinque, penso. Partimmo di buon’ora, attorno alle sei. Non saprei dire quanti eravamo, tre, forse quattro, ricordo solo che papà era uno dei più giovani (io ero fuori quota). Raggiungemmo la stazione in macchina. L’edicola della stazione la ricordo ancora, potessi collegarmi a una stampante ve la farei vedere, magari fra qualche anno ci riuscirò. Un’edicola vista con gli occhi di un bambino, che si alzava in punta di piedi e si sporgeva a guardare quel giardino incantato sul bancone, tutte quelle riviste colorate che sembravano una tavolozza, un prato in fiore di uno strano pianeta.

I fazzoletti del bagno

Ma non ci fu tempo, uno sguardo fugace, uno strattone e già eravamo in treno. Fu la parte più noiosa, un’attesa interminabile, interrotta soltanto da una scoperta incredibile: la gratuità. Scoprii il concetto di gratuità nella toilette del treno, dove trovai i tovaglioli per asciugare le mani. Avevano un aspetto strano, erano soffici, ed erano… gratis. Non avevo mai visto una cosa simile. E si potevano prendere! Inebriato da questa constatazione, li tirai tutti fuori, ne feci incetta, li sparsi in giro e tornai al mio posto soddisfatto, con le mani e le tasche piene. Fui accolto da risate e dalla disapprovazione di papà, che cercò di riaccompagnarmi in bagno per rimediare, ma rimettere a posto tutta quella carta si rivelò impossibile. Ero diventato un hooligan.

La metropolitana

Ma ormai Napoli era lì. Un fiume di gente si riversava verso piazza Garibaldi. La metropolitana! Direzione Pozzuoli! Quante cose nuove, anche se in fondo era solo un altro treno. Mi avevano avvertito, fa’ attenzione, si sa mica cosa può succedere allo stadio, e anche sul treno, attento! Mi guardavo attorno con circospezione. C’era un bambino, poco più grande di me. Si arrampicava sui sostegni e cercava di svitare una lampadina. Forse ci riuscì, forse la intascò, forse no, non ricordo più. Piazza Leopardi? cos’è quella passerella in alto, quella specie di tunnel? Aspetta, siamo quasi arrivati, ecco piazzale Tecchio!

La maestosità del San Paolo

L’eccitazione di tutti aumentava man mano che ci si avvicinava alla meta. Eravamo una folla ormai, bandiere, sciarpe, venditori, caffè borghetti… ma queste cose le sapete, in fondo non è cambiato niente. Eravamo in fila, il San Paolo incombeva maestoso. Era strano per me vedere una costruzione così grande, mentre apprendevo cos’erano i distinti. Abituato alla mia campagna, al mio piccolo mondo di alberi e di colline, l’edificio più grande che conoscevo era la scuola. Ma lo stadio era tanto più grande! E che meraviglia il prato che si aprì all’improvviso alla vista. E la voce, il mormorio del San Paolo, quella specie di fragore che risuonava e rimbombava, cupo, ma senza minaccia, quasi una ninna nanna cantata da un possente dio del calcio – mi culla ancora quella ninna nanna, ogni volta che ci metto piede.

L’attesa della partita

Poi cominciò un’altra attesa. Le riviste sul Napoli sparse in giro e usate a mo’ di cuscino, varia umanità, un signore che spargeva sale tra gli applausi degli astanti – papà mi spiegò che era un rito di buon augurio. Non c’erano ancora sediolini, solo le gradinate di cemento freddo, proprio quelle gradinate stracariche di folla che rivedo nelle foto di Davide Morgera. Ci sarò anch’io, in un angolino di quelle foto. La fame si faceva sentire, eravamo giovani, allegri, e avevamo viaggiato per ore. Tutti avevano messo mano alle vettovaglie. Papà mi passò un panino mentre lui addentava tra le risate degli amici il suo enorme sfilatino (appresi poi che era la sua specialità, uno sfilatino modello San Paolo, di che mangiarci per una settimana).

Lo stadio cominciò a ruggire

L’altoparlante gracchiava frasi incomprensibili, ma capivo che le squadre stavano per entrare in campo. Da quel momento in poi non ricordo nulla, perché non vidi più nulla. Tutti si alzarono in piedi, lo stadio d’improvviso si animò, prese vita come un gigantesco animale preistorico che urlava, protestava, applaudiva, ruggiva. Io sentivo che ero parte di quell’animale, di quel corpo enorme, sentivo che dovevo partecipare, ma ero accecato, non sapevo cosa fare e quando. Guardavo papà e cercavo di fare quello che faceva lui, ma ero fuori tempo, non capivo, non mi trovavo mai. 

L’intervallo e gli impermeabili

Poi, ad un tratto, l’animale si acquietò. Intervallo. Nel mio gruppo si consumavano i panini e i viveri residui. Eravamo affamati di calcio e prosciutto. Arrivò qualche goccia di pioggia, e fu così che scoprii gli impermeabili da stadio. Si srotolavano e si indossavano. Spuntavano dappertutto, come per magia. Il San Paolo si popolò di gnomi luminosi. Quella plastica trasparente, quelle gocce d’acqua che scivolavano, mi portarono definitivamente in una fiaba. La partita riprese, l’animale tornò al suo fragoroso lavoro, ma ormai non me ne curavo più. Guardavo il mio impermeabile magico, rapito in un mondo meraviglioso.

Il gol

Poi, mentre ero perso in quella illusione, un boato, un terremoto mi riportò bruscamente alla realtà. GOL! Mi sembrò che il cielo venisse giù, si muoveva tutto, presi botte a destra e a manca dalla gente che mi saltava attorno e per poco non mi calpestava. Guardai papà, ma mi aveva lasciato, urlava a squarciagola, braccia al cielo, saltava e non si curava di me. Cosa potevo fare, abbandonato in quella baraonda, tra la pioggia, in quel caos di tifo e di felicità? Cominciai anch’io: GOOOOOOL! FORZA NAPOLI!

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