Un altro strano incendio a Napoli, stavolta alla Federico II

In città si ricordano quello alla Torre del Palazzo di Giustizia e il rogo a Città della Scienza. La molotov in settimana ha diviso i giornali

Un altro strano incendio a Napoli, stavolta alla Federico II
L'Università Federico II

“Salvate la tigre” (1973), di John G. Avildsen, che valse l’Oscar per il miglior attore protagonista a Jack Lemmon, è uno di quei film tipici degli anni Settanta che denuncia le storture generate dalla società capitalistica e consumistica. La pellicola del regista recentemente scomparso che firmerà poi successi planetari come “Rocky” (1976) – il primo, unico e inimitabile Rocky – e “Karate Kid” (1984), racconta del tormento interiore di una persona perbene, reduce della Seconda Guerra mondiale, costretto da una contingente difficoltà economica a pianificare e attuare l’incendio doloso della propria azienda per intascare il premio assicurativo. Il curioso titolo, “Save the Tiger” anche nell’originale, è l’esortazione che alla fine del film un giovane ambientalista, preoccupato per l’estinzione del felino nelle lontane lande asiatiche, rivolge ad un attonito e confuso Lemmon che per salvare il salvabile nella jungla metropolitana ha infranto la legge bruciando la propria azienda e, forse, la propria esistenza.

Nella jungla napoletana il fuoco di origine dolosa è stato più di una volta protagonista di un tentativo estremo di salvare il salvabile.

È accaduto il 30 luglio del 1990, allorché un immane rogo distrusse la torre A del Palazzo di Giustizia, a quei tempi in costruzione. E non furono certo generate da un incidente le fiamme che incenerirono Città della Scienza il 4 marzo 2013. In entrambi i casi gli inquirenti hanno fatto luce sugli aspetti oscuri scacciando non poche ombre e sospetti.

Ombre destinate, almeno per il momento, a confondere le idee e a generare incertezze come avviene nel mito platonico della caverna, anche sul principio di incendio doloso all’Università Federico II di Napoli.

Il Coinor

Le prime pagine dei giornali cittadini hanno mostrato in due giorni una diversa interpretazione del fatto che, in estrema sintesi, è questo: mercoledì 14 marzo qualcuno è salito alle 8 del mattino al secondo piano della sede centrale dell’Ateneo partenopeo e ha lanciato una molotov o sistemato un ordigno (la cosa non è chiara), che ha incendiato un pannello di legno in un corridoio dove si trovano le stanze del Coinor. L’acronimo prezioso e brillante come il famoso diamante, indica il Centro che si occupa della comunicazione e dell’innovazione per l’Ateneo federiciano e che, tra le altre cose, segue i progetti della Apple Academy di San Giovanni a Teduccio. Solo il pronto e casuale intervento di un “eroico” custode (sic) pare abbia impedito il propagarsi delle fiamme e quindi l’incenerimento della importante documentazione custodita nelle stanze adiacenti.

Le differenti visioni editoriali dello scottante caso, testimonianza dell’importanza del pluralismo della stampa, sono evidenti nei titoli delle testate cittadine.

Giornali divisi

Il Mattino, in un primo momento, colora l’evento di “giallo”; mentre Repubblica e il Roma preferiscono la definizione di “attacco”, il Corriere del Mezzogiorno propende invece per “attentato”. Proprio quest’ultima testata però sceglie a corredo del titolo un sommario molto esplicativo: “Con una molotov volevano bruciare i dati su appalti e consulenze”. In pratica, rispetto agli altri, il giornale diretto da d’Errico spazza via ogni ipotesi di azione terroristica propendendo per quella della mano criminale che ha tentato di “salvare il salvabile” dando fuoco a carte e documenti.

Ma è il giorno successivo che risaltano le differenti linee dei giornali rispetto all’evento. E di due testate in particolare. Il titolo di apertura di Repubblica sembra un inno ai ruggenti anni Settanta: “Raid alla Federico II in campo il pool dell’antiterrorismo”. Sommario: “Prima pista: attentato di matrice eversiva. All’esame anche i contrasti per spazi occupati”. In pratica il quotidiano diretto da Ragone, pur non essendoci alcuna rivendicazione, privilegia la pista terroristica che conduce all’area dei centri sociali. Di tutt’altro avviso è il Corriere che titola: “Attentato alla Federico II. Partono gli interrogatori, si segue la pista interna”. Nessun dubbio, quindi, sull’obiettivo “interno” e premeditato con la volontà di distruggere tutto.

Poi il silenzio

Altro giallo nel giallo è la scomparsa della notizia dai giornali dopo ben due giorni di prima pagina. Neanche un rigo sui giornali di sabato 17 marzo. Nello spazio di solo 48 ore “l’attentato” è sparito dai titoli in prima pagina, non trovando spazio neanche nelle brevi di cronaca.

Bruciato dal rincorrersi delle news o dal silenzio che prelude lo scoop?

L’unica cosa certa è che dopo la torre del Palazzo di Giustizia e Città della Scienza, adesso è la Federico II che cuoce sulla graticola del sospetto per un incendio doloso dai contorni ancora fumosi e tutti da chiarire.

Che dire: FIAT LUX, possibilmente senza “appicciare” niente!

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