Vivaddio, Sarri non ha una chiave di lettura per Napoli. Lascia parlare il campo

Il suo Napoli è più bello di quello dello scorso anno. E lui sa comunicare, è quel che manca alla sinistra italiana e non solo

Vivaddio, Sarri non ha una chiave di lettura per Napoli. Lascia parlare il campo
Maurizio Sarri

LA BALLATA DEL COMANDANTE SARRI

Lindo sonho delirante.

Lindo sonho delirante. Canta un tizio in sottofondo mentre vivo una domenica sera accovacciato sul divano, avvolto in un plaid, gli strascichi di una brutta influenza. Stavolta la febbre alta deve aver intaccato qualcosa nel cervello.

Dries Mertens è nella mia area e mille volte mi dribbla. “Ma io l’amo troppo”.

Entra in area, Dries, “entra in area nel cielo”.

“Dio mio che meraviglioso disordine, i difensori impazziti telefonano alla procura di stato monopolio condominio polizia e carri armati”.

Entra in area, Dries…

Il mondo va così. Assai banalmente, succedono cose orride e cose meravigliose. A volte contemporaneamente o quasi. Mentre leggo che Dennis Edwards dei Temptations lascia questa valle di lacrime – il maestro Domenico Brillantino da Marcianise lo aveva preceduto qualche giorno fa all’età di 76 anni –, Dries Mertens nasconde la palla con un gioco di prestigio e poi… goal. E che goal! In Italia un bambino viene salvato dalla leucemia col ricorso alla terapia genica e intanto poco prima un nigeriano fa a pezzi una povera ragazza. A seguire, un italiano per vendicarla spara a caso su altri neri, incolpevoli, il che forse anticipa il futuro di questa Europa, una guerra tra poveracci, disadattati, sfigati mentre i ricchi, sempre più ricchi, stanno a guardare.

Noi respiriamo profondamente, anzi semiprofondamente (perché profondamente ci rompe, cit. Victor Cavallo). Continuiamo ad ascoltare “Get ready” dei Temptations, sperando che porti bene, e godiamo dei piedi di Mertens e Insigne. Cazzo, anche delle parate di Pepe.

Di tanto in tanto, qualche illuminazione. O qualche delirio. La febbre risale.

Un antidoto alle baby gang

La spariamo grossa. La bellezza del calcio di Sarri è un antidoto contro le baby gang – più dell’esercito invocato sistematicamente e di tanti bei discorsi – ma anche contro il nerdismo. Certo, Borges non sarebbe d’accordo, ma per noi resta un mistero come il potenzialmente più grande allenatore di tutti i tempi, un argentino poi, potesse disprezzare il giuoco del calcio. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo, secondo noi il football è affare religioso, forse l’ultima parvenza di sacro in occidente, Var permettendo.

Occorre sgombrare il campo da un grosso equivoco, anzi una diceria. Questo Napoli non è meno bello di quello dei due anni precedenti. Ha solo imparato a gestire i diversi momenti di un confronto, convertire il samba tarantolato (a proposito, se ne è andato anche Antonio Infantino) in jazz orchestrale, a volte anche sghembo, vivere momenti blues e errori e sbavature, riuscire a immaginare e concretizzare recuperi, scardinare il dogma sacchiano della palla che non si spazza mai, tornare al fine a ballare col sorriso sul volto e la consapevolezza del sacrificio, del lavoro su sé stessi. Tradurre in qualcosa di ancora eccitante – un equilibrio instabile, il cuore energetico di una danza – i momenti di sofferenza, cosa che non riesce quasi mai alla sua antagonista nella ricerca del trofeo nazionale.

Quasi una mutazione genetica

Il maestro Sarri la fa facile: spiega che un gioco più cauto, difensivo, un lavoro sull’amministrazione producono meno goal, in passato ne avremmo rifilati sette al Benevento ma ora ce ne bastano due, e tutto ciò produce più sicurezza, meno patemi d’animo, certo. Ma noi sappiamo che c’è di più. È, se non una mutazione genetica, una svolta radicale di questo giocattolo.  Che adesso sa vivere meglio il caos, in primis il suo, da quadro farsi tondo in un mondo tondo, senza perdere una stilla in bellezza, anzi, diciamolo, accrescendola, superando il meccanicismo puro, l’estetismo, il fusignanismo e un’altra mezza dozzina almeno di ismi: le culture calcistiche, ora, nel calcio sarriano si annusano, si sfiorano e alla fine si uniscono in un abbraccio cosmico che coniuga spettacolo e epica. Che sa farsi lusso della poesia, dello spreco anche, del dono.

Il maestro Brillantino

Dicevamo, qualche giorno fa si è spento un altro maestro indiscusso, maestro di boxe e di vita, baluardo, con l’avamposto della palestra Excelsior – ci si consenta un pizzico di retorica – in un territorio difficile come il casertano. Domenico Brillantino, come Sarri, uomo d’ordine e fatica quotidiana nella provincia, tenerezza quando ci vuole, generosità sempre, indicazione di una prospettiva diversa, perché durezza e sacrificio sono accettabili solo se “al termine la ricompensa e la gioia sarà ancora maggiore” (Manzoni). Aveva allenato campioni olimpionici come Mangiacapre, Musone, Russo.

Era uno che negli States sarebbe stato raccontato già in vita con film e libri. Perché lì c’è Clint, qui Nanni e Paolo. Se c’è una strada davvero alternativa al rancore sociale delle bande di ragazzini è nella bellezza che certi uomini riescono a tradurre in sguardi, insegnamenti, parole, esempi, sferzate. Perché si ha voglia a dire “la cultura contro la malavita”, la malavita può diventare buona vita solo se il lavoro della legge e dell’economia è assistito da chi sappia parlare davvero un linguaggio di verità, potenza e passione.

È ciò che manca alla sinistra

Siamo tutti più soli, oggi, ma con un Sarri in giro un po’ di meno.

Vogliamo parlare della sua nuova comunicazione? Parliamone. Si, parliamone, cazzo.

Sarri è ciò che manca alla sinistra in Italia, e non solo. Piedi saldi nella tradizione (socialismo anarchico toscano?) ma ora anche grande duttilità, un alternarsi di lotta di classe non dico di facciata ma, a suo modo, funzionale al progetto, riformista, con alcuni momenti recentissimi di benefico aziendalismo, cum juicio, perché mai come adesso la società e la squadra e la città devono essere tutt’uno (Giuntoli, così, diventa un “fuoriclasse” e ADL non è un taccagno ma uno spendaccione che va fermato!).

In lui non c’è un racconto di Napoli

È uno spartiacque di cui c’era bisogno, qualcuno ha notato. Noi registriamo anche che in Sarri manca una narrazione, una lettura della città e forse non è un male. Niente rinascimenti napoletani, quelli ripresi in qualche modo anche da Rafa con la città dell’arte della cultura, e niente stese, niente trap, niente bambini dannati di Santoro, niente città che spara, alla Saviano, o che chiava, alla Ozpetek. Un’inflazione di narrazioni che pretendono tutte la primazia, Troisi l’avrebbe presa male.

Col Comandante ci si narra sul campo.

Conta di più ciò che si fa vedere, che può farsi modello: il lavoro sui dettagli, la connessione mai stata così forte col match, senza nulla togliere ai solisti di razza come Insigne che sanno come uscire dallo spartito, donare il guizzo che sblocca. Con Maradona la gloria giunse grazie al genio di Diego e poco altro, oggi Maradona è Sarri o può diventarlo, e per la città può essere assai benefico il transito da un accento sull’individualità a quello sul collettivo.

Sì, l’assenza di una narrazione di Napoli può essere un bene.

Questo toscano politicamente scorretto

Di certo è un bene avere qui, oggi, un uomo come questo toscano politicamente scorretto, perché avvertiamo la portata della sua sfida, che è la nostra sfida, e ne intuiamo finanche i movimenti del cuore. Perché, come Camus, tutto ciò che sappiamo sulla moralità e sui doveri degli uomini lo dobbiamo al calcio. E chi non lo capisce, non è che non capisce il calcio, non capisce la nostra battaglia con la morte.

(Lo dico non per sfoggio – sono solo un’orecchiante – ma per simulare honestà, nell’articolo cito, anzi semicito e manipolo il compianto poeta e attore Victor Cavallo: suo è il sogno del giocatore che entra in area, che lì è George Best. La canzone “Lindo Sonho Delirante” è del brasiliano Fabio ed è del 1968, dunque esattamente cinquant’anni fa. Quella dei Temptations è di due anni prima e ha un testo stupidino che a un certo punto fa “Cause here I come (Get ready cause here I come)/I’m on my way (Get ready cause here I come)”, ma spiegatelo soltanto, al Comandante, non fategliela tradurre, meglio che il suo inglese resti arrugginito).

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