Ho guardato la docu-serie di Netflix sulla Juventus (vabbè mezz’ora)

Non è (solo) una questione di tifo. È un prodotto lento, brutto è noioso ma è il prodotto che voleva Netflix per andare a caccia di nuovi abbonati

Ho guardato la docu-serie di Netflix sulla Juventus (vabbè mezz’ora)

Record indoor di Napoli e provincia

Ho visto le tre puntate online di First team: Juventus, la docu-serie su Netflix per i feticisti del bianco e nero. Non è vero, ne ho vista una, solo la prima. Vabbè… ho visto i primi 30 minuti. Posseggo, ho scoperto, uno spirito di conservazione più efficiente dello spirito di sacrificio che pur mi aveva indotto a premere play: mezzora di questa roba credo sia record indoor nella zona di Napoli e provincia. Magari c’è qualche sconsiderato che ha finito il pilot ed è sopravvissuto alla noia per raccontarlo, ma se ne vergogna. O, magari, sta aspettando l’invito di Barbara D’Urso per mostrare al mondo la sua perversione. Io non ce l’ho fatta, e se ciò che sto per scrivere sarà invalidato dalla negligenza, capirò.

Non è (solo) una questione di tifo

Non ne faccio, badate bene, una questione di tifo o di allergia alla Juventus. Anzi, “i non colorati”, “Rubentus” e tutta quella retorica finto-ironica della denigrazione dell’avversario non m’è mai piaciuta, mi ha sempre fatto lo stesso effetto di quelli che chiamano “giornalai” i giornalisti e poi ti fanno pure l’occhiolino. Mi interessava più che altro il prodotto in sé, e la sua eventuale replicabilità in altri lidi, provando a dissimulare un distacco sportivo che forse mi appartiene poco. Prima di spendere mezzo stipendio in analisi per venirne a capo, però, un paio di cose da vecchio teledipendente che nella sua carriera s’è digerito la peggio munnezza le posso dire. La prima è che First team: Juventus è una cagata pazzesca, scusate il tecnicismo. E lo sarebbe pure se si chiamasse First team: Napoli. La seconda è che a Netflix non gliene può fregar di meno di produrre una cosa diversa dalla suddetta cagata, ma su questo ci torniamo.

Di una lentezza disarmante

Juventus-la-serie è, tanto per cominciare, sbagliata fin dal titolo: era meglio Second team a guardare la classifica, ma non è il caso di fare i bulli. Dopo 30 secondi ti accorgi che ha evidenti problemi di ritmo. La voce narrante scandisce ogni parola come se da qualche parte, dietro lo schermo, ci fosse il traduttore per il linguaggio dei segni che non riesce a stare al passo con la narrazione. Di una lentezza disarmante. Dopo la sigla impacchettata al risparmio, il voice over ci informa che “l’attrazione principale della giornata è l’amichevole tra la prima squadra e i ragazzi della Primavera”, a Villar Perosa. Nel tempo che intercorre tra le parole “principale” e “Primavera”, una persona normodotata è andata al bagno, cucinato qualcosa per pranzo, ha preso i bambini a scuola e letto le pagelle di Puglia e D’Esposito.

Le interviste sull’importanza dell’amichevole a Villar Perosa

Non gliene faccio una colpa allo spettatore-tifoso juventino, che immagino vivrebbe di amichevoli di Villar Perosa h24, è una malattia comune a molti. A Castelvolturno facciamo di peggio. Ma in una writers room appena decente uno che pensa ad una premessa del genere per il pilot di uno show seriale, per quanto documentaristico esso sia, viene fatto portar via dalla sicurezza in un battibaleno. E invece no, di contorno ci sono pure un paio di interviste sull’importanza della partita. Non so voi, ma ho letto istruzioni della lavastoviglie più avvincenti. Il confezionamento generale, colonna sonora compresa, e da standard di qualità nella media per una produzione così imponente. Il tono della colorazione, in 4k, è freddo, ed è coerente col soggetto: tra Vinovo, lo Stadium e il resto il nero Juve è ovunque. Una parentesi su quanto sia bello, a dispetto dei colori sociali, tutto il mondo infrastrutturale della Juve andrebbe aperta, ma non ora non qui.

L’arringa sull’identita ha aperta qualche piccola crepa

Ammetto che l’arringa alla squadra sull’identità Juve di Andrea Agnelli qualche piccola crepa nella mia imperturbabile sobrietà da spettatore professionista l’ha aperta. Ma niente che non si possa ricomporre con la successiva conferenza stampa di presentazione di Matuidi: valium intraoculare in soluzione unica. Per farvela breve, io al punto in cui la Juve esordisce alla prima di campionato col Cagliari ci sono arrivato pure. Fin lì dove m’ha portato il dovere di cronaca, diciamo. C’è il campo, il riscaldamento, i gol, il primo rigore Var della storia del calcio italiano…

Higuain che si accorcia la barba

Ma First team: Juventus mi aveva già perso qualche attimo prima, quando le telecamere seguono “il momento di solitudine di Higuain” (testuale), la sera prima del match. Higuain, da solo, in camera, che si accorcia la barba. Ho chiuso gli occhi sperando avesse già espletato i bisogni al mattino, e che almeno quelli mi fossero risparmiati. Ma quel che ne è stato dopo – lui che parla della sua famiglia nel tepore di una mesta luce da comò – va più o meno nella stessa direzione.

Ho la soglia del dolore molto bassa, devo ammetterlo, ma la sola idea di arrivare al terzo episodio la sinossi del quale suggeriva il ritorno a Napoli da avversario di Higuain, mi ha indotto a spegnere tutto, e per sicurezza a disdire l’abbonamento. Ciò non toglie che l’operazione commerciale di Netflix non faccia una grinza. E con questo veniamo al dunque un po’ più serioso. Lo esplicitò al lancio Erik Barmack, Netflix Vice President of International Original Series: “Netflix è la culla di storie appassionanti e non esistono tifosi più appassionati di quelli bianconeri”.

L’obiettivo di Netflix

Netflix ha oltre 100 milioni di abbonati che da 190 paesi guardano più di 125 milioni di ore di suoi contenuti al giorno. Ogni tifoso è un potenziale (nuovo) abbonato, basta dargli il contenuto giusto. Far di conto è un attimo: sono soldi. È una politica commerciale che Netflix porta avanti in maniera scientifica, e che sta stravolgendo anche il modo di fare televisione nel mondo: un bombardamento a tappeto di prodotti destinati ad attirare ogni nicchia, a fare il raccolto nel mucchio. Netflix nasce come catalogo, solo poi è diventata industria di produzione. E la logica del catalogo è esattamente questa: ogni utente è diverso, più utenti ci sono più gusti devi riuscire ad accontentare, più ne attrai più guadagni soldi che poi investi per adescarne altri. In una parcellizzazione del gusto inevitabile, fino ad ottenere quello straniante effetto di ridondanza quando accedi al menù: troppa roba.

In questa esagerazione controllata – che alla lunga potrebbe stancare, ma non è ancora dimostrato – si inserisce il mercato del documentario sportivo. E in Italia, una serie sulla Juventus. Brutta, lenta, noiosa. Ma efficace: fatta per il tifoso della Juve, non deve trovare per forza una ragion d’essere al di fuori di quella platea. E infatti non ce l’ha. Ma in quel titolo, “first team”, c’è una dichiarazione d’intenti: la prima squadra da cui parte Netflix per andare a pesca di abbonati-tifosi, qui da noi, è la Juve. E, soprattutto, il messaggio di sponda della Juve è il ribaltamento del concetto: in Italia siamo i primi a sfruttare (anche) Netflix per farci grandi nel mondo. In periodi di sprovincializzazione fallita, un “Second team: Napoli” non è nemmeno ipotizzabile. Altri pensieri, altre strategie, altre ambizioni. Fatto così, poi, non se ne sente nemmeno il bisogno.

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