Il Napoli è rivoluzione che resta negli occhi, come le canzoni che (non) hanno vinto Sanremo

Mentre l’Italia fa fatica ad accettare il salto nel futuro – e basta guardare al successo retro di Sanremo -, il Napoli comanda. Ed è il nuovo che avanza.

Il Napoli è rivoluzione che resta negli occhi, come le canzoni che (non) hanno vinto Sanremo

Le porte del vecchio

Stop al televoto, non serve più, ha già vinto il quarto goal del Napoli, il quarto segreto racchiuso nell’oceano che inonda i luoghi comuni. Eh già, perché in Italia il nuovo stenta e per mantenere l’equibrio bisogna tenere up sempre le porte del vecchio, di quello conosciuto, del certo approvato, comprovato e vissuto. Insomma nello spazio attuale ciò che stravolge è visto come deleterio.

All’Ariston a spopolare sono stati Baglioni ed il suo repertorio, in un vento di novità essiccato dalla banalità del testo di Meta e Moro a scapito del ritmo popolare e impegnato dello Stato Sociale, della elegante e sopraffina capacità artistica di Max Gazzè. Da Sanremo al San Paolo le rivoluzioni sono tenute a freno ma ciò che determinano poi in termini di apprezzamento sono le canzoni che sopravvivono al Festival e restano nelle orecchie, cosi come questo Napoli, che comunque andrà resterà negli occhi. Una vittoria netta, una supremazia imbarazzante contro quella che era, fino a sabato, la terza forza del campionato.

The Verve, Lo Stato Sociale

Un’arroganza di chi corre e cammina indifferente come nel video “Bitter Sweet Symphony” dei Verve; rotolata e lanciata come una palla da bowling contro la malasorte e la fame, sempre più accesa, degli avversari che vivono per batterla. Indifferenti ai tuoni soliti dei temporali post-Var ai quali si preferisce discutere di alta finanza, e reazioni irrisoria alle provocazioni social e non obiettive. Non è più solo Napoli-Juventus, è Napoli e basta ed è forse questo che lascia strascichi di invidie e gelosie delle stanze dei vecchi schemi, da cui in questo Paese è quasi impossibile staccarsi.

È Napoli e basta, la vecchia signora non riesce a mettere la freccia sebbene abbia speso e allestito una squadra per vincere la Champions (anche questo anno), questo a dimostrazione che non sempre chi alza la voce è un bravo cantante. All’estero è Napoli e basta, dall’Inghilterra alla Spagna, dall’Asia alla Germania, è l’azzuro Napoli che tende verso l’anima gioiosa e vera del pallone.

“Niente nuovo che avanza…”. Lo Stato Sociale l’ha urlato all’Ariston e non è avanzato nemmeno questa volta, perché il nuovo ha bisogno di occhi pronti per guardarlo, e nessuno – a parte la città partenopea, sempre avanti in quanto a cambiamenti – sembra volersene rendere conto che c’è un aria diversa che spira e muta le cose.

Dieci minuti

Il Napoli ha strapazzato la Lazio in dieci minuti, il tempo di scrollarsi da dosso un po’ di pressione et voilà, Strakosha ha raccolto quattro palloni come all’andata. Mentre i suoi compagni non hanno, per un tempo intero, superato la meta-campo. Non c’è differenza, ma sul palco della Serie A a comandare e il Napoli anche se la giuria della stampa sembra sempre tendere per la conservazione della specie, per la Vanoni di turno, che affascina, sa fare il suo mestiere ma che oramai ha fatto il suo tempo, e non riuscirà mai ad aprire la finestra sulla piazza del “nuovo che avanza”.

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