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L’ossessione italiana per i moduli. Contano i principi di gioco (nel Napoli e non solo)

Contro l’inutile esercizio numerologico: il Napoli utilizza il 4-3-3 perché è il modo migliore per attuare certi concetti, in campo. Non il contrario.

L’ossessione italiana per i moduli. Contano i principi di gioco (nel Napoli e non solo)
Sarri e Koulibaly in Atalanta-Napoli (foto Cuomo)

Un’ossessione italiana

Il problema del modulo, nel calcio, è un discorso che Il Napolista fa partire da Napoli – per questione di conoscenza e comprensione della materia. Ma che in realtà va esteso all’intera analisi calcistica italiana. Lele Adani, il miglior commentatore del gioco nel nostro Paese, ne ha parlato così in un’intervista a Contrasti: «Secondo me la tattica, così come viene intesa in Italia nei racconti e nelle descrizioni, si ferma alla numerologia del sistema di gioco. Spesso si attribuisce un ruolo a un giocatore senza spiegare il movimento all’interno del ruolo. Su questo aspetto c’è molta confusione, secondo me».

Come detto, partiamo dal Napoli. E dall’idea che il Napoli giochi in questo modo perché il suo modulo è il 4-3-3. Ecco, è questa l’idea sbagliata, o comunque banalizzante. La rivoluzione di Sarri – esattamente come quella di Benitez, o ancora prima di Mazzarri – si basa sull’apprendimento e sull’applicazione di un particolare modello di gioco, che poi viene espressa nel 4-3-3. Per modello di gioco, intendiamo una serie di principi fondativi rispetto ai movimenti dei calciatori in campo, rispetto alle cose da fare nella fase di possesso come in quella di recupero della palla. Dire o scrivere che Sarri e Di Francesco sono “i profeti del 4-3-3” vuol dire prendere anni di lavoro sul campo e descriverli attraverso una semplice scomposizione del numero dieci in tre blocchi.

È ingiusto, è sbagliato, è riduttivo. Il Napoli e la Roma giocano in maniera estremamente diversa, nonostante entrambe le squadre utilizzino effettivamente il modulo 4-3-3. Partendo dalla consapevolezza rispetto a  queste differenze, è più facile capire il senso di questo pezzo. Ed è utile, per andare oltre l’ossessione italiana di raccontare tutto attraverso quella che, alla fine, non è altro che una semplice lettura numerica di una disposizione per reparti.

Sarri e Benitez

Torniamo a Sarri, al Napoli. Anzi, all’idea controintuitiva secondo cui il successo del tecnico toscano in azzurro nasca dal passaggio al 4-3-3. Quella è solo una parte del racconto, ed è una parte minima. Perché il Napoli, in Italia, rappresenta l’esempio migliore per spiegare il senso della costruzione di un sistema per principi di gioco. Conosciamo tutti la storia dell’evoluzione tattica di questo ciclo triennale. Nell’estate del 2015, Sarri sostituisce Benitez e imposta inizialmente la squadra con una difesa a quattro, tre centrocampisti in linea, Insigne dietro due punte. Benitez, invece, utilizzava uno schieramento diverso: stessa difesa a quattro, doble pivote davanti alla difesa, due laterali offensivi, un uomo di raccordo tra le linee e un solo attaccante. Dopo alcune prove interlocutorie, Sarri decide di avvicinarsi di più alla gestione precedente. Il trequartista viene cancellato, vengono rispolverati gli esterni larghi e Higuain resta “solo” al centro dell’attacco.

Il primo Napoli di Sarri, Insigne trequartista

Ma il Napoli di Sarri non è questo. O meglio: non è solo questo. Il Napoli di Sarri, fin dalla sua prima partita, applica alcuni principi di gioco che sono indipendenti dal sistema (comunemente inteso come “modulo”). E che sopravvissero al suo cambiamento. All’arrivo dell’ex allenatore dell’Empoli, l’idea fu quella di imporre subito un aumento dei ritmi della squadra, attraverso l’esasperazione di situazioni già “abbozzate” da Benitez: difesa (più) alta; pressing e recupero del pallone (più) avanzati; possesso palla (più) continuo per la risalita armonica del campo; gioco di posizione (più) veloce nella trequarti offensiva.

Le parentesi (più) descrivono il modello di Sarri. Che ha preso parte del lavoro di Benitez e l’ha rimodellato secondo la sua visione del calcio, ancora più propositiva, probabilmente più spettacolare, evidentemente più fruttuosa, soprattutto dal punto di vista difensivo – in relazione alle qualità dei calciatori in rosa.  Non abbiamo messo le parentesi, in questo caso. Ma la sostanza non cambia.

Principi, sviluppi e sistema di gioco

A questo punto, si possono chiarire le differenze fondamentali. Sarri, con la sua squadra, opera una preparazione per principi di gioco. Ovvero, prepara la sua squadra a interpretare le partite in un certo modo, secondo certi concetti e certe istruzioni tattiche – movimenti, coperture, posizioni offensive ecc. È una cosa slegata dal sistema di gioco (modulo), che invece prende forma in base alle caratteristiche dei calciatori in rosa. Per spiegarci: i principi del gioco di posizione offensiva possono essere espressi sia da un 4-3-1-2 che da un 4-2-3-1, esattamente come avviene nel 4-3-3. È solo che la presenza di calciatori come Insigne e Callejon, che preferiscono giocare da esterni offensivi, ha “spinto” Sarri a cucire il 4-3-3 sui suoi principi. Non il contrario.

Ovviamente, la scelta del modulo è secondaria. Ma non è “poco importante”. In base alla disposizione in campo dei calciatori, cambiano infatti gli sviluppi di gioco. Ecco il terzo concetto fondamentale, ma qui è necessaria un’analisi storica. Prima del Calcio Totale e dei suoi derivati (Sacchismo, Guardiolismo e contaminazioni varie, il “Sarrismo” è una di queste – con una dimensione ancora minore, ovviamente), i tecnici di calcio modificavano la preparazione della partita in base alla predizione di quello che sarebbe avvenuto in campo. Ovvero, principi di gioco fissi e immodificabili per tutti (marcature a uomo, soprattutto) e allestimento di variabili offensive o difensive dipendenti rispetto al contesto episodico – avversario, risultato, ecc. È la cosiddetta metodologia di allenamento per sviluppi di gioco, tipica di un calcio reattivo. Tipica del calcio italiano.

Napoli col 4-3-3: principi di gioco in fase difensiva

Oggi

Il cambiamento sta alla base del lavoro di preparazione: squadre come il Napoli – pensiamo, in Italia, alla Sampdoria o all’Inter o alla Roma; o alle grandi squadre straniere, Barcellona e Manchester City su tutti, ma anche Real Madrid, PSG, Bayern Monaco – si allenano per principi di gioco. La Juventus, per esempio, ha un modello più ibrido, più adattabile e più reattivo. Conserva certi principi (come la linea difensiva tenuta bassa) ma poi modifica il suo piano partita in base alla forza, alle qualità, alle caratteristiche dell’avversario. In uno scenario come quello disegnato di Allegri, il cambio di modulo riveste un’importanza più “italiana”. Data la varietà genetica della sua squadra, il passaggio da una difesa a tre a una a quattro può variare gli sviluppi di gioco in maniera molto più consistente rispetto a un eventuale “cambio” di Sarri o Di Francesco o Guardiola.

È il discorso di cui sopra: anche Guardiola, in passato, ha utilizzato spesso un sistema di gioco con tre difensori (soprattutto durante l’ultimo periodo a Barcellona, e poi al Bayern e nella scorsa stagione al City). Ma i suoi concetti di attacco e difesa posizionali sono stati mantenuti, pur passando attraverso modifiche sostanziali, dovute all’inevitabile ricambio dei calciatori. I principi di gioco restano immutati, variano gli sviluppi. Idem per il Napoli, che nel passaggio “sarrita” dal 4-3-1-2 al 4-3-3 ha spostato la costruzione sulla sinistra (dove c’è Insigne), in modo da attivare dall’altro lato la finalizzazione di Callejon. Ma poi ha continuato a difendere nello stesso modo, anche dopo l’addio di Higuain, pur cambiando modo di cercare, trovare, azionare la nuova prima punta (Milik, poi Mertens).

Napoli: i principi del gioco di posizione in fase offensiva

Domani

Molto spesso, specie quando il Napoli non vince, i tifosi più critici invitano Sarri a «un cambio di modulo». Per tutte le motivazioni che abbiamo esposto sopra, questa è una strada difficilmente praticabile – almeno dal primo minuto. Come avete potuto intuire, il Napoli è una squadra proattiva e non reattiva, ovvero applica dei principi fissi in ogni partita, a prescindere dall’avversario. Per un tecnico che utilizza questo tipo di preparazione, e che quindi costruisce una struttura partendo da concetti chiari e definiti, la scelta del sistema di gioco si basa sull’adattamento dei principi di gioco alle caratteristiche dei giocatori a disposizione. Anzi, diciamola meglio: alle caratteristiche dei migliori giocatori a disposizione.

Nel Napoli, i centri di gravità tecnici e tattici sono Hamsik, Insigne, Callejon, Jorginho. Parliamo di calciatori che necessitano di contesti e supporti precisi per esprimersi al meglio secondo i concetti di Sarri e della sua squadra. Callejon rende al meglio come esterno destro; Hamsik come interno a piede invertito; Jorginho è un regista che ha bisogno di un doppio sostegno laterale; Insigne gioca benissimo quando può entrare nel campo portando il pallone col suo piede forte. Quindi, è 4-3-3. Da qui nasce la scelta del modulo

Quando a Sarri vengono poste domande sulle alternative tattiche, lui fa subito riferimento al 4-2-3-1. Lo fa perché è un paraculo, perché sa che è la risposta che quella domanda presuppone. Non che dica cose false, l’idea di schierare Milik e Mertens con Callejon e Insigne è (era) percorribile quanto suggestiva. Ma è una possibilità alternativa rispetto all’abito tattico migliore per il Napoli. Il 4-3-3 è la strada più percorribile perché i principi di gioco del Napoli, su cui il Napoli è stato costruito, possano essere inseguiti e concretizzati in campo. È una convenzione numerica, anzi è pura numerologia (cit. Adani). il vero lavoro è altrove, è già stato fatto prima. E non va banalizzato.

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