“Napoli velata” riapre il dibattito sulla città. Woody Allen lo chiuse con l’inizio di “Manhattan”

Come raccontare Napoli? Come al solito, i due fronti contrapposti: i gomorrosi e quelli della cartolina. La verità è che Napoli prescinde da entrambi

“Napoli velata” riapre il dibattito sulla città. Woody Allen lo chiuse con l’inizio di “Manhattan”

“Napoli velata”

“Come film, è una vera schifezza…”. Il giudizio critico di Totò-Dante Cruciani de “I soliti ignoti” (1958) rappresenta l’ideale sintesi per definire la “Napoli Velata” diretta da Fernan Ozpetek che scimmiotta “L’amore molesto” di Mario Martone, senza purtroppo avere l’ispirazione e il talento del regista partenopeo prima maniera. Resta però il dibattito, e l’incasso al botteghino, del film firmato da un turco napoletano che pare proprio godere di buona stampa e ottima considerazione, soprattutto nei salotti della cinta daziaria e della provincia. Nel resto del Paese, e in buona parte della Campania, sono stati sicuramente meno gli spettatori e gli editorialisti disposti a discutere sui tormenti dalla tormentata Adriana. Resta il dato oggettivo di un film che qui ha incassato e fatto notizia ben oltre i meriti artistici. In effetti più che sulla qualità della pellicola la discussione sui media vecchi e nuovi si è accesa intorno alla solita questione: come raccontare Napoli?

Il solito dilemma

Un dilemma che viene fuori ogniqualvolta qualcuno si avventura a battere un ciak, a scrivere un articolo o un semplice post su questa città. Un confronto continuo tra “sputtanatori” e “lodatori”. Tra coloro che… il mare, il Vesuvio e la pizza e quelli che… la camorra, i disservizi e l’inciviltà elevata a sistema delle relazioni sociali.

Una città di bastardi, parafrasando un famoso scrittore e l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti.

I due fronti

È innegabile che le ragioni dell’uno e dell’altro fronte molto spesso siano comuni. Qualcuno deve vendere libri o indicizzare siti e profili social in ogni caso. Altri stanno costruendo carriere politiche o amministrative postando foto del panorama più bello del mondo. In mezzo c’è il deserto dell’autoreferenzialità di una società civile, forse per la prima volta nella storia di questa città, tenuta ai margini se non addirittura fuori dei palazzi del potere. E così in ogni virgola o frame si respira una decadenza che va oltre il racconto e la rappresentazione della città.

Oggi sembra che, a parte il calcio, questa città sia sprofondata in una sorta di limbo. Una inarrestabile decadenza che forse è l’aspetto più affascinante. Sembra ormai impossibile immaginare una Napoli funzionante, efficiente, moderna. Meglio, molto meglio stendere o sollevare veli su una lenta agonia che rappresenta uno spettacolo di per sé.

Gli stessi miti contemporanei di questa città, dopo aver tratto dalle radici natali il proprio talento e la propria arte, sono scappati via. E nel corso degli anni, pur raccontandola meravigliosamente, si sono tenuti ben lontano da Napoli, tornandoci solo per qualche apparizione. I Grandi Napoletani hanno goduto del loro successo lontano dalla realtà che pure avevano descritto con libri, testi teatrali, al cinema e con la musica.

Napoli prescinde dal modo in cui la si rappresenta

Seguendo il loro esempio, Napoli forse prescinde dal modo in cui la si rappresenta nel bene e nel male. Non sono certo le serie tv a determinare il numero delle sparatorie per strada o l’efferatezza di certi gesti e azioni che stanno caratterizzando il quotidiano urbano. Così come non saranno le celebrazioni del “napolitan way of life” a far funzionare i servizi essenziali di una conurbazione che conta circa tre milioni di abitanti incazzati l’uno con l’altro.

Nella sequenza iniziale di “Manhattan” (1979), Woody Allen cerca “l’attacco” del suo primo capitolo su New York. Scorrono le immagini in bianco e nero sugli splendori e le miserie metropolitane (immondizia compresa), accompagnate dalla musica di Gershwin, e la necessità di trovare una formula che riesca finalmente ed efficacemente a dichiarare il suo eterno amore alla metropoli americana.

La formula trovata dal regista americano è geniale nella sua semplicità: “New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”.

Ecco: Napoli è la nostra città e lo sarà per sempre, a prescindere dal modo con cui la si racconta.

Buon anno.

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  1. michele o pazzo 9 gennaio 2018, 21:54

    Che palle!
    Chissenefrega del racconto della città, i film o sono belli o sono brutti, quello di ozpetek non l’ho visto, non si capisce perché questo dibattito si debba sviluppare fino allo sfinimento solo su Napoli, non mi pare che per don Matteo si discuta del modo migliore di raccontare Gubbio.
    Io la penso in modo simile a questo (e non saprei spiegarlo meglio):

    https://youtu.be/zVsb6AbVc6g

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