Il riformismo di Sarri

La squadra che Allegri in maniera sprezzante paragonò al circo, è scomparsa. Sarri ha preferito la contaminazione alla purezza, dimostrando di saper lavorare su di sé

Il riformismo di Sarri
Maurizo Sarri (Hermann)

 

A fare a gare a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura (Pietro Nenni)

C’è uno strano sentimento che qua e là affiora nella tifoseria napoletana dopo la vittoria di ieri sul Bologna. La conversione neorealistica del Napoli di Sarrial di là della comunicazione portata avanti con arguzia dal nostro allenatore – viene vissuta con stati d’animo ambivalenti. Non tutti gradiscono questa presa d’atto della realtà da parte della squadra che ha abbandonato la visione idealistica, o se preferite ideologica, del pallone e sembra invece aver compreso perfettamente che il mondo è sporco e cattivo e che se vuoi raggiungere l’obiettivo devi adeguarti. Insomma, il calcio – come la politica, oseremmo dire come la vita – è sangue e merda. E, badate bene, lo è stato per tutti. Anche per l’Olanda di Cruyff, per il Milan di Sacchi e per il Barcellona di Guardiola.

Il risultato vissuto come un dettaglio

C’è stato un lungo periodo della storia del Napoli di Sarri in cui – pericolosamente, secondo chi scrive – il risultato è parso quasi un dettaglio nel racconto dei novanta minuti. Tanta enfasi veniva posta sul gioco espresso dalla squadra, le perfette geometrie, i meccanismi sincronizzati, le combinazioni scintillanti che davano vita a un gioco che per tanti ha rappresentato l’estasi pallonara. Fino a giungere quasi a una rivoluzione del meccanismo di attribuzione del punteggio: non più conteggiando i gol, bensì esprimendo i voti alla prestazione e alla cosiddetta estetica, un po’ come accade per i tuffi e la ginnastica artistica.

Una visione molto vicina a quella che Napoli ha di sé

Una idealizzazione che combaciava pressoché perfettamente con una narrazione che una robusta fetta di Napoli fa di sé: una città straordinaria, la più bella del mondo, la cui grandiosità non viene compresa. Una forma massima di presunzione. La pretesa di non sporcarsi le mani con le leggi del mondo volgare; una forma contemporanea della morale de La volpe e l’uva di Esopo. Sarri, come abbiamo scritto anche oggi e più volte sul Napolista, ha contribuito ad alimentare questo filone. Memorabile la frase sull’Atletico Madrid di Simeone: «Se la mia squadra giocasse così, tornerei in banca». Giustamente, finché non è riuscito a irrobustire il suo Napoli, Sarri ha strambato alla Paul Cayard e ha scelto un altro campo di regata, quello dello spettacolo in purezza.

Il tiqui taca vertical

Se non lo ha rivoluzionato, Sarri ha certamente impresso un cambiamento al calcio italiano. E lo ha fatto col gioco spettacolare, votato all’attacco, fatto di tocchi di prima, di possesso palla quasi mai fine a sé stesso,; per lui L’Equipe ha coniato il termine tiqui taca vertical. Sarri ha trovato in Arrigo Sacchi il suo nume tutelare, colui il quale lo ha eletto a erede. E lo ha fatto non senza qualche ipocrisia.

L’ipocrisia di Arrigo Sacchi

Perché l’Arrigo ha sì rivoltato il calcio come un calzino, ma la narrazione del suo Milan non combacia con la realtà. Quella squadra giocò partite straordinarie (il 5-0 al Real Madrid, il 4-1 al Napoli di Maradona, la finale di Coppa dei Campioni stravinta contro la Steaua, e altre) ma ne giocò tante altre di gran lunga meno spettacolari. Non furono certo poche le vittorie di quel Milan per 1-0. Era un calcio fondamentalmente difensivo. 

Menavano come fabbri in campo. E avevano come unico obiettivo la vittoria. Il resto sono leggende che soltanto i vincitori possono consentirsi di alimentare: sono loro che scrivono la storia. Quel Milan fu protagonista anche di episodi tra i più antisportivi che il calcio ricordi. Non solo Marsiglia, ma anche in Italia con la rimessa laterale non restituita all’Atalanta (in Coppa Italia) e che si trasformò in un rigore per i rossoneri che venne trasformato da Baresi. Anni dopo, anni dopo eh, Sacchi ammise che Baresi avrebbe dovuto calciare fuori quel rigore.

Lo stesso Barcellona di Guardiola, squadra stellare, conquistò una finale di Champions superando il Chelsea in semifinale grazie un tiro all’ultimo minuto di Iniesta al termine di una partita che soltanto l’arbitro e la sfortuna impedirono che finisse tre a zero per i Blues. È il calcio, bellezza. Anche l’Olanda di Cruyff, la meravigliosa Olanda di Cruyff, non si tirò indietro nella semifinale tutta botte del 1974 contro il Brasile di Rivelino.

Giocare per vincere è uno sport diverso

Anche il calcio stellare è costretto a confrontarsi con la realtà. Il che non vuol dire rinnegare le proprie idee, ma portarle sulla terra. È quel che Sarri ha fatto con il Napoli di questa terza stagione, decisamente diverso da quello delle prime due. Perché, come abbiamo scritto mille volte, questa squadra ha un obiettivo. Sono due sport diversi giocare per lo spettacolo e giocare per vincere. E vincere non sarà l’unica cosa che conta, ma nemmeno un dettaglio nello sport. Si concorre per vincere, c’è poco da dire. Ed è una bugia far finta che non sia vero. Giocare per vincere ti obbliga ad avere un diverso atteggiamento mentale, una forza mentale non indifferente.

Sporcarsi le mani

Questo Napoli, versione 2017-2018, è una squadra con i piedi ben piantati per terra. Che usufruisce anche di decisioni arbitrali favorevoli, come accaduto ieri contro il Bologna. Accade inevitabilmente a chi vince, o comunque a chi è candidato alla vittoria visto che è in testa al campionato praticamente dall’inizio (tranne due giornate). Accadeva anche all’unico Napoli realmente vincente della nostra storia. Per vincere bisogna sporcarsi le mani. E il Napoli lo sta facendo. È questo che preoccupa tanto l’universo Juventus. La Juventus gioca male – è una delle squadre della Serie A che gioca peggio – ma sta disputando un campionato eccezionale: ha due punti in più rispetto allo scorso anno. Eppure è seconda.

Il Napoli solo spettacolo (Allegri parlò in maniera sprezzante di circo) non esiste più. Il Napoli ha segnato sei gol al Benevento e quattro alla Lazio. Altre goleade in 22 giornate non ce ne sono state. E non perché sia mancata la possibilità di metterle a segno. Semplicemente perché non interessa più. Il Napoli che non sa gestire le partite, è un lontano ricordo. Ha trasformato quella proprietà di palleggio in capacità di limitare i danni e le energie, sempre con l’obiettivo di portare il risultato a casa.

Vince chi riesce a migliorarsi

È un Napoli ibrido. Non è cambiata la filosofia di fondo, però non c’è più l’assolutismo, è sparita l’ideologia della purezza. Il Napoli di Sarri si è contaminato. Con grande gioia di chi scrive. E non perché non mi piaccia il bel calcio, ma perché considero da sempre l’agonismo e l’intelligenza due ingredienti fondamentali dello sport in generale. Lo sport affascina perché è una metafora della vita, vince chi ha la capacità di migliorarsi, di andare oltre i propri limiti. E Sarri, da perfetto autodidatta, sta dimostrando di essere uno che lavora molto su di sé.

E questo Napoli impersonifica perfettamente la crescita di un ex teen-ager sognatore e ideologizzato. La canzone “I borghesi” di Giorgio Gaber racchiude perfettamente il concetto. Diciamo che, crescendo, il Napoli di Sarri sta facendo i conti con la realtà ma al tempo stesso sta provando a non smarrire i suoi principi base. È il più grande sforzo che sta compiendo l’allenatore toscano. Certamente il più difficile. E a nostro avviso anche il più affascinante. In politica, sarebbe definito riformismo.

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