Casarin: «Var e arbitri, il rapporto è fondamentale: sbagliato non accettare i consigli»

Anche Minoliti (Gazzetta dello Sport) esplora il rapporto tra i fischietti e la nuova tecnologia: «Il Var collide col protagonismo e il “lobellismo” dei nostri arbitri».

Casarin: «Var e arbitri, il rapporto è fondamentale: sbagliato non accettare i consigli»

Il tema

Un po’ di ritardo, ma non incide nella valutazione delle cose. Il caso-Doveri ha riattivato le polemiche intorno al Var. Più che sulla tecnologia in sé, le discussioni si sono concentrate sul rapporto tra i direttori di gara e le possibilità offerte dal nuovo strumento. Due articoli importanti, ieri, scritti da Paolo Casarin (Corriere della Sera) e Nino Minoliti (Gazzetta dello Sport), sul tema reale, che è proprio questo: il crossover tra i fischietti “umani” e il Var. Leggiamo Casarin: «In occasione del fallo di Khedira su Acquah, Doveri sbaglia a non accettare l’invito dell’arbitro . Var a correggere la sua decisione iniziale di convalidare la rete. È sorprendente che dopo aver rivisto l’azione sul video Doveri non sia tornato sui suoi passi».

Da qui, l’ex arbitro individua due problemi: «Il primo è quello relativo alla preparazione degli arbitri, che tranne poche eccezioni, spesso non sembrano essere all’altezza del compito. Il secondo è relativo all’applicazione del progetto Var: se le due forze costituite dalla terna arbitrale in campo e dagli arbitri Var si uniscono il risultato è positivo, altrimenti c’è il rischio di ricadere negli errori del passato e rendere inutile questo formidabile strumento tecnologico».

Il partito anti-Var

Minolisi, sulla rosea, conia invece la definizione del partito Anti-Var. Si chiede se esista, in seno agli arbitri italiani, una corrente di opposizione alla nuova tecnologia. Leggiamo: «Le cifre
consiglierebbero di rispondere con un no, a questa domanda, visto che le situazioni in cui un direttore di gara ha deciso di seguitare per la propria strada, senza tener conto dei “consigli” che gli
arrivano dai colleghi sistemati davanti ai monitor, non arrivano alle dita di una mano. È anche vero, a essere franchi, che fanno da deterrente le conseguenze di una coerenza portata all’estremo: l’arbitro Piero Giacomelli è stato fermato per un turno dopo gli errori in Lazio-Torino, e ora toccherà la stessa sorte anche a Doveri. Diciamo che la paura di una sanzione potrebbe attenuare la voglia di “ribellione”. Che tuttavia qualche volta emerge. E qui sta il punto».

Il “lobellismo”

Secondo Minoliti, il Var «ha imposto una nuova maniera di arbitrare, che in un certo senso collide con quella che è stata la tradizione italiana del “lobellismo” e dello “one man show”». Per “lobellismo”, in qualche modo, Minoliti intende la tendenza dei nostri direttori di gara a sentirsi e a comportarsi come protagonisti della partita, il primo tra questi arbitri auto-accentratori fu Concetto Lo Bello.

«Sui nostri campi – scrive ancora Minoliti – non c’erano ventidue protagonisti, come quasi ovunque accadeva, ma ventitré… Questo ora è cambiato: l’arbitro deve dividere le proprie responsabilità, cioè il proprio potere, con altri colleghi, che in talune situazioni diventano preponderanti. Ecco che allora, magari a livello inconscio, può scattare un meccanismo di resistenza. La difesa della propria linea di pensiero che diventa prevaricante rispetto al fine ultimo, che è quello, giova ripeterlo, di una maggiore giustizia in assoluto. E allora viva Gianluca Rocchi. Un ottimo fischietto, che in Inter-Lazio non esita a tornare sulla propria decisione. Perché oggi la vera forza di un arbitro si traduce anche, anzi soprattutto, nella capacità d ammettere un errore».

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