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Trent’anni prima di Gomorra, Napoli insorse contro “L’ombra nera del Vesuvio”

Nel 1987, la città intera – Dc, Cgil, intellighenzia – si schierò contro lo sceneggiato tv con Massimo Ranieri e ottennero tagli e uno speciale risarcitorio su Raiuno

Trent’anni prima di Gomorra, Napoli insorse contro “L’ombra nera del Vesuvio”
Massimo Ranieri e Carlo Giuffré ne “L'ombra nera del Vesuvio”

Anno 1987

“L’ombra nera del Vesuvio” sceneggiato tv in quattro puntate. Regia di Steno, con Massimo Ranieri, Carlo Giuffré, Nunzio Gallo, un giovanissimo Claudio Amendola, Clelia Rondinella. Musiche di Tony Esposito (con un motivetto che anticipò quello del Camorrista di Tornatore), Anno di grazia 1987, quello dello scudetto. Anche se in quattro puntate la fiction non accenna nemmeno al calcio.

Venne presentato come un film tv in cui – leggiamo dal Mattino dell’epoca – «Napoli, vista come città d’immigrazione anziché d’emigrazione, capitale tormentata in cui i ragazzi dei dintorni e di tutto il Sud cercano soluzioni alla disoccupazione, è sfondo di crimini che non si consumano più nei vicoli sordidi della miseria  ma nei palazzi di via Caracciolo e di via Orazio”. Insomma, “L’ombra nera del Vesuvio” – al contrario di Gomorra – trent’anni fa raccontava dell’inserimento della malavita organizzata in quelli che venivano e sono definiti i quartieri bene della città. Con figure anche delle forze dell’ordine: un poliziotto napoletano – Nunzio Gallo – e uno americano.

La trama è innervata sulla rivalità tra due famiglie di malavitosi, con pericolosi intrecci amorosi in un caso sfociati persino in matrimonio. Una camorra più tradizionale, “che non vende la morte della droga” e faceva affari soprattutto controllando il Porto, e una che potremmo più contemporanea. I Carità contro gli Sposito. Il risultato è quello di una città controllata dalla criminalità organizzata in grado di condizionare anche l’operato di magistrati e poliziotti.

Le telefonate di protesta al Mattino

Apriti cielo. La prima puntata venne trasmessa da Raidue domenica 22 febbraio (il giorno della vittoria in casa del Torino con gol di Bruno Giordano). Due giorni dopo, Il Mattino scrisse così: “Al centralino del nostro giornale sono arrivate diverse telefonate di spettatori, studenti, operatori culturali. Il tono dei discorsi era più o meno questo: basta con le storie piene di violenza e di omicidi, perché speculare sugli aspetti più cupi e cruenti di una città che non è solo teatro per gli exploit della criminalità organizzata?”. Una polemica di strettissima attualità. Anche allora la città si ribellò a quello che oggi viene definito lo Sputtanapoli.

Il quotidiano allora diretto da Pasquale Nonno girò la domanda a Goffredo Lombardo, napoletano, uno dei produttori della Titanus che ha creato lo sceneggiato. La risposta, come la domanda, è tremendamente attuale: «La reazione mi sembra ingiustificata. “L’ombra nera del Vesuvio” non è un trattato di sociologia che bolla Napoli come “nido” della camorra. È una storia di fiction che prende spunto da un dato di cronaca. Tutto qui. E che cosa avrebbero dovuto dire, allora, i siciliani, per tutti i libri e i film sulla mafia?».

La difesa di Steno

Ma siamo appena agli inizi della polemica. Si difese anche Steno: «Queste osservazioni mi fanno venire in mente un’altra polemica, di portata ben maggiore, quella sul neorealismo. Quando qualcuno saltò su dicendo che parlare senza peli sulla lingua dell’Italia del dopoguerra ed esportare film come “Ladri di biciclette” e “Paisà” significava svilire il paese agli occhi degli stranieri». E ancora: “L’ombra nera del Vesuvio” si inserisce nel genere, ben collaudato, del film “noir” francese e delle storie di gangster americane. Non c’è nessun “animus” antinapoletano nella sceneggiatura».

Scese in campo la politica

Non la pensaronono così esponenti politici di tutti gli schieramenti. Il deputato della Dc, nonché segretario cittadino, Ugo Grippo (recentemente scomparso), scrisse un’interrogazione parlamentare ai ministri Gava, Capria e Darida per conoscere «quali siano gli oscuri motivi che abbiano ispirato la direzione della Rai, azienda di Stato, ad autorizzare la messa in onda, nella fascia di maggiore ascolto e nella giornata di domenica, di uno sceneggiato dai toni violentemente anti-meridionali e in particolare anti-napoletani. Una sequela di luoghi comuni che offendono violentemente l’animo dei napoletani e dei meridionali in genere, mostrando un’immagine della città falsa e mistificante, prestandosi di fatto quindi alla cancellazione dei problemi reali della città e delle forze dell’ordine che animano il tessuto sociale».

Anche la Cgil

A essere cancellati, però, furono quattro minuti di una delle quattro puntate. Venne eliminato il passaggio in cui Giuffré parlava delle proprie conoscenze in polizia e in magistratura. Dopo la Dc, scese in campo anche la Cgil di Napoli che invitò ufficialmente al presidente della Rai Enrico Manca e al direttore generale Biagio Agnes «a desistere dalla programmazione dello sceneggiato», colpevole di offrire «un’immagine parziale della nostra città».

Intervenne pure Raffaele Cutolo

Meraviglioso l’articolo del Giornale di Napoli – allora diretto da Orazio Mazzoni, con vice direttore Ennio Simeone, insomma due grandi del giornalismo – in cui vennero riportati anche i commenti dei camorristi. A partire dal boss della Nco Raffaele Cutolo: «Certo che l’ho visto, e sapete bene che sono contro la violenza, soprattutto quando viene messa in onda alla televisione o è contenuta in un film. L’unica cosa che mi meraviglia – proseguì Cutolo aggiustandosi gli occhiali – è quell’interrogazione».

Parlò anche Mario Incarnato, ex capozona della Nco e killer dell’organizzazione di Cutolo che all’epoca si era già dissociato. L’articolo cominciò con l’eccitazione del figlio di Incarnato («Papà, hai visto lo sceneggiato? Quant’è bello, che scene, non voglio perdere la prossima puntata») e la preoccupazione del padre: «Solo chi, come me, ha fatto certe esperienze, e se ne è poi allontanato, abbandonando la camorra, può capire quale influsso negativo possono avere certi spettacoli sui ragazzi, sulla formazione della loro mentalità».

La visione collettiva dell’intellighenzia cittadina all’Hotel Royal

Il film tv proseguì, sia pure con un taglio. E Ugo Grippo ne organizzò una visione collettiva, prese in affitto un salone dell’Hotel Royal, sul Lungomare e vi fece installare un maxischermo. Non meno di strepitoso fu il reportage della serata su Repubblica – nazionale, all’epoca non esistevano le edizioni locali – a firma Ermanno Corsi. Vi riportiamo un passaggio che rende perfettamente l’idea, sul modello del mitico dibattito di “C’eravamo tanti amati”:

Alla proiezione di L’ombra nera e al dibattito hanno assistito centinaia di persone. Una sala gremita di rappresentanti cittadini della politica, della cultura, dell’economia e delle professioni. Le vicende raccontate nella puntata conclusiva, l’ apocalittico regolamento di conti tra il clan del porto e quello della droga, sono state seguite con grande attenzione. La fine dello sceneggiato è stata accolta con un gelido silenzio di disapprovazione.

Moderato dall’avvocato Massimo Di Lauro, al dibattito intervennero, tra gli altri, il professor Paolo Tesauro, il presidente del Porto Pasquale Accardo («Abbiamo chiesto alla Rai di far visionare le puntate ai nostri legali perché siamo decisi ad avviare un’azione giudiziaria»), il presidente dell’Ente Turismo Vittorio Pellegrino («Facciamo tanto per rilanciare l’ immagine della città e poi viene uno sceneggiato che la butta giù in questo modo»), la presidente dei giovani industriali Marilù Faraone Mennella. Il Mattino ospitò anche una lettera dei lavoratori del Porto di Napoli che si erano sentiti diffamati dallo sceneggiato.

Il risarcimento

La vicenda si chiuse con un risarcimento che potremmo definire artistico. Una settimana dopo, alle 21.30 su Raiuno, di mercoledì, venne trasmesso un programma riparatorio intitolato “Progetto Napoli” curato da Giuseppe Giacovazzo. Non solo, il previsto speciale sui femminielli di Napoli venne cancellato dal palinsesto di Mixer.

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