Il triplete della Juventus sarà il Getsemani di noi tifosi del Napoli

Essere del Sud è una scelta. Gli uomini del Sud sono vessati, non schiattigliosi. E sono laboriosi. Prendiamo in mano l’aratro, quei cinque punti di distacco sono un’illusione

Il triplete della Juventus sarà il Getsemani di noi tifosi del Napoli

Essere del Sud è una scelta

Fratelli nel Napoli, la schiattiglia che ovunque germina in queste ore sul trionfo juventino ha poco a che fare con quelle benedette nostre radici che tutti pare vadano difendendo. Il certo e meritato triplete bianconero è solo uno dei molti Getsemani che si incontrano in vita; la nostra differenza sta solo nel come cerchiamo di passarvici attraverso.

Essere del sud non è mai stato un accidente, è da sempre una scelta. Questa porzione del mondo che si decide di abbracciare non ha il suo ombelico in uno sperduto club juventino cercolese, dal quale molti rifuggono per poi finirci col passare giornate intere. Ce l’ha piuttosto nelle spesse vene blues che tramandano storie di antichi samurai che le sacre scritture se l’erano lette sotto piogge di copiose bastonate – “Keep your eyes on the prize, hold on” avevano il fegato di cantare quei giganti gentiluomini del Mississippi, “tieni gli occhi sulla meta, non abbandonarla”, mentre fiumi di tripleti cascavano sulle loro teste. Quelle note le hanno raccontate intere moltitudini, tra le quali continuo a preferire Mavis Staples, con una interpretazione più vicina alle strade di Forcella.

Gli uomini del Sud non sono schiattigliosi

Erano uomini e donne vessati ma non erano schiattigliosi. Questi del sud non lo sono mai stati. Quelli scalciavano, questi cantavano. Non facciamoci illusioni, il nostro divario con la Juventus non è diminuito, non ci traggano in un facile inganno i cinque punti. Abbiamo preso parte ad un esperimento galileiano, ci siamo mossi noi ma si è mosso anche tutto il sistema di riferimento, l’intero circondario, e con noi sono avanzati i bianconeri ed arretrati tutti quelli lontani alle spalle. Ma molto lavoro è stato fatto. E se c’è lavoro c’è anche l’obbligo di coltivarci su la concretezza di una speranza.

Vinti, non perdenti

Quella canzone folk, che i nostri progenitori underdog americani suonavano da vinti ma non perdenti, ruotava attorno alla concretezza di un aratro a bilanciere ed era figlia di un celebre spiritual che dallo stesso attrezzo prende il nome, “Gospel Plow”, di cui anche Bob Dylan – che non era né cuneese né cercolese – ci regalò una famosa interpretazione. La radice ultima, la matrice di questi e altri Getsemani, fu la frase del Vangelo, da ripetere in ogni corso a Coverciano: “Nessuno che ha messo la mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”, una mazzata non da poco data in risposta alla domanda di un povero fessacchiotto, un discepolo wannabe, che chiedeva di aspettare solo un attimo: “Signore io ti seguirò, ma permettimi prima di congedarmi da quelli di casa mia”.

Per lui il messia, che tempo per le buone maniere non aveva da sprecarlo, non potette attendere neppure un secondo: se ti attardi a scrivere striscioni in curva con le “estati della verità” buoni per i wannabe che “con i ricordi ormai si sono stancati”, il regno dei cieli passa e tu ti stai ancora guardando i piedi.

Il sud si sceglie prendendo in mano l’aratro ed avendo gli occhi spalancati e bloccati sulla meta, senza l’illusione dei cinque punti. Sono lontani. Molto. Quest’estate cerchiamo di essere meno vedovi sconsolati e più concreti contadini, meno schiattiglia e più sud. E il lavoro pagherà.

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